«O insensata cura de’ mortali, 
quanto son difettivi silogismi 
quei che ti fanno in basso batter l’ali!»

(Paradiso XI, vv.1-3)


L’undicesimo del Paradiso è uno di quei canti che immancabilmente si leggono a scuola e, anche per chi non ha frequentato il liceo, non sono rare le occasioni in cui si citano le nozze mistiche di Francesco d’Assisi con Madonna Povertà, che è appunto il contenuto principale qui narrato.

Parla ancora san Tommaso, un domenicano, e celebra il panegirico del fondatore del francescanesimo, così come nel canto che segue sarà un francescano, san Bonaventura, a inneggiare ai meriti di San Domenico, padre dell’Ordine dei Predicatori a cui Tommaso appartiene.

Dopo un incipit in cui Dante prende le distanze dalla insensata cura de’ mortali che, coi loro difettivi sillogismi (vv.1-2), stendono le ali verso il basso piuttosto che puntare in alto (vv.1-3), ecco che Tommaso interviene nuovamente ed esplicita i dubbi generati nella mente del poeta dalle sue stesse dichiarazioni laddove aveva definito l’ordine dei Domenicani con le parole u’ ben s’impingua se non si vaneggia mentre di Salomone aveva detto che, dopo di lui, non nacque il secondo.

Evidentemente, se quest’ultima affermazione intende ribadire che nessuno è stato pari a Salomone in sapienza, la prima prende le distanze da quei religiosi che, invece che seguire l’esempio e la regola di San Domenico, si lasciano traviare dalle passioni terrene: di qui lo spunto per narrare l’agiografia di Francesco.

La descrizione della sua nascita è di quelle riservate solo ai più grandi personaggi della storia, ma il punto più alto si tocca quando Dante scrive del matrimonio con Madonna Povertà. Per lei, Francesco corse in guerra del padre (vv.58-59), per lei tutti gli altri seguaci si scalzarono, per lei e con lei Francesco ebbe la prima e seconda approvazione papale, rispettivamente da Innocenzo III e Onorio III, sino a quella definitiva, con le sacre stimmate accolte sulla Verna.

Rileggendo questi versi, mi è tornato alla mente il capitolo ottavo dei Fioretti di San Francesco, quello in cui il Santo d’Assisi spiega ad uno spaesato frate Leone in cosa consista la perfetta letizia. Lo riassumo, ma il contenuto è noto.

Muovendosi da Perugia a santa Maria degli Angeli, nel cuore di una gelida notte di inverno, mentre il vento, il ghiaccio e la neve picchiano duro, ad un sempre più stupefatto frate Leone, Francesco chiarisce che perfetta letizia non è fare miracoli o convertire moltitudini né parlare tutte le lingue o conoscere tutte le scienze. Perfetta letizia è bussare alla porta del convento che tu stesso hai fondato, magari tirandolo su una pietra dopo l’altra, e sentirsi dire, va’ via, non ti conosco; quindi, bussare ancora e ancora ed esserne scacciati a suon di randellate.

San Francesco, lo sappiamo, è il santo dei paradossi, l’unico che abbia veramente meritato il titolo di alter Christus, ma a me piace considerare il lato universale del suo esempio e vorrei provare a riassumerlo così: chi ha rinunciato a tutto, veramente a tutto, non ha più nulla da perdere, niente da temere; quando ti sei definitivamente spogliato, chi può ancora ferirti?

Sotto il velo delle apparenze, il vello dell’orgoglio, la vela delle ambizioni, possiamo gonfiarci quanto vogliamo, ma di tutto saremo svuotati. Liberarcene prima, accettare di metterci a nudo, farlo per scelta, può legittimamente sembrare assurdo e follia, impossibilità.

Eppure, conduce alla perfetta letizia. Dice san Francesco.

Søren Kierkegaard: «Ci vuole del coraggio morale per essere afflitti; ci vuole del coraggio religioso per essere lieti».

Albert Einstein: «Se verrà dimostrato che la mia teoria della relatività è valida, la Germania dirà che sono tedesco e la Francia che sono cittadino del mondo. Se la mia teoria dovesse essere sbagliata, la Francia dirà che sono un tedesco e la Germania che sono un ebreo».

Bill Gates: «Quanto mi trovo alle conferenze sull’informazione tecnologica e la gente dice che la cosa più importante al mondo è fare in modo che le persone possano connettersi alla Rete, io rispondo: Mi state prendendo in giro? Siete mai stati nei paesi poveri?».


FontePixabay.com rivisitato da Eich
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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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