«E se le fantasie nostre son basse 
a tanta altezza, non è maraviglia; 
ché sopra ‘l sol non fu occhio ch’andasse»

(Paradiso X, vv.46-48)

Dante e Beatrice ascendono nel quarto cielo, quello del sole. Appaiono loro gli spiriti sapienti della prima corona. In particolare, ascoltano le parole di San Tommaso d’Aquino che presenta un lungo elenco di ben undici beati: Alberto, che per antonomasia fu detto Magno, Francesco Graziano, a cui si deve la distinzione tra legge divina e legge umana, Pietro Lombardo, che donò ogni suo avere, e Salomone, il sapiente per eccellenza; seguono Dionigi l’Areopagita, teologo sulla natura degli angeli, e Paolo Orosio, le cui opere ispirarono Sant’Agostino; ancora, Severino Boezio, che ci ha edotto sulla fallacia della realtà mondana, e Isidoro di Siviglia, Beda il Venerabile, Riccardo di San Vittore. Chiude l’elenco Sigieri di Brabante, maestro di filosofia in quel di Parigi e oggetto di invidia per le verità che seppe dimostrare.

Ciascuno di queste grandi cuori, e acute menti, meriterebbe di essere conosciuto da vicino, ma evidentemente non può essere questo l’obiettivo del nostro caffè ristretto.

Mi soffermerò piuttosto su una terzina che mi pare riassuma nel modo giusto la loro passione:

«E se le fantasie nostre son basse
a tanta altezza, non è maraviglia;
ché sopra ‘l sol non fu occhio ch’andasse»

(Paradiso X, vv.46-48).

In libera traduzione: e se le nostre parole sono troppo basse per elevarsi a simili altezze, non c’è da stupirsi, giacché nessun occhio umano ha potuto fissare una luce più intensa di quella del Sole.

Questa terzina è immediatamente preceduta da quella in cui Dante, e sarà un vero e proprio leitmotiv sino all’ultimo del Paradiso, confessa l’inadeguatezza del suo ingegno: per quanto si sforzi e per quanto provi a raccontarci quel che ha visto, ammette il poeta, non riuscirà mai ad offrircene un’idea compiuta.

E conclude: «ma creder puossi e di veder si brami» (v.45). Ovvero: io non lo so descrivere, tuttavia è possibile crederci, perciò tu desidera di vederlo.

L’impossibilità, l’incapacità dell’umano ingegno, la ricerca del “varco”, l’attesa di una possibilità, di una “occasione”, soprattutto, il desiderio, quello capace di forzare l’aurora, specie se si è nelle condizioni di una sentinella che ha attraversato, in piedi e immobile, una intera e gelida notte: che meraviglia!

Mi sembra la sintesi di un’intera esistenza, un’esistenza degna di essere vissuta, l’esistenza che è propria di quanti meritano il titolo e la luce dei sapienti.

Sono gli stessi che ci illuminano. Di bene in meglio. Animati dalla molla della loro sete di sapere. Come Beatrice. Come ogni donna e uomo di buona volontà e larghe passioni.

Fabrizio de Andrè: «Vuoi davvero lasciare ai tuoi occhi solo i sogni che non fanno svegliare?».

Michelangelo: «Signore, fa’ che io possa sempre desiderare più di quanto riesca a realizzare».

Gibran: «Il desiderio è metà della vita, l’indifferenza è metà della morte».


FontePixabay rivisitato da Eich
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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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