“Abbiamo bisogno di contadini,
di poeti, gente che sa fare il pane,
che ama gli alberi e riconosce il vento”

(Franco Arminio)

“Che fame!” sussurra ansimante all’orecchio di suo marito, un’avvenente signora dai capelli corvini e gli occhi verdi, non appena intravede in cima all’altopiano delle Murge la rovente griglia, su cui prestanti giovani ed indaffarate fanciulle abbrustoliscono fette di pane casereccio dagli alveoli ciclopici.

Dondolano al vento le loro braccia dalle mani intrecciate. Si accostano ai traballanti tavoli con espressione sognante. La giovane sposa chiude gli occhi, scuote la testa, annusa l’aria ed esclama “Amore, che profumino delizioso!”, quando un refolo di fumo porta alle sue narici, fibrillanti di goduria, la fragranza del caciocavallo murgiano e la lieve delicatezza dell’ambrato miele di ciliegio.

Passo dopo passo, parola dopo parola, i cinque chilometri, nel Parco nazionale dell’Alta Murgia, svegliano gli appetiti di tutti gli escursionisti, in gran parte giovani. Belli e pieni di vita. Amanti della poesia e della musica, ritrovate, a cascate, negli anfratti della natura e dell’animo umano, con occhi tracimanti meraviglia.

Intorno alle improvvisate mense, non si scatena, la consueta ressa, a cui si assiste quando, sovente, partecipando a buffet, accademici, docenti, medici, professionisti, politici, affaristi di ogni rango e preti si catapultano su tavoli imbanditi di ogni ben di dio. Ognuno dei giovani presenti, ordinatamente, con un rosso gettone in mano, aspetta l’agognata fetta. Croccante, calda, merlettata da festoni di formaggio. Poi, placidamente si accomoda su un muretto a secco, si accovaccia sull’erba o passeggia a piccoli passi, inebriandosi dello smagliante splendore delle erbe stillanti diafana rugiada scintillante.

Hanno parcheggiato la vettura alla masseria “Sabini”, sorvegliata da lontano dalla mitica costruzione fatta erigere da Federico II, stupor mundi, che nella tomba si agita convulsamente… per la diffusa presenza sulla sua prediletta terra di una miriade di pretenziose o bislacche costruzioni abusive, e… per il dissennato spietramento di rocce risalenti al remoto Cretaceo.

L’angusta strada bianca si snoda con dolci curve sulle lievi ondulazioni murgiane, rivestite ininterrottamente di verde punteggiato dal rosso vivo dei rosolacci.  Ad illeggiadrirla, irregolari conchette di acqua piovana, nelle quali rimira i suoi tiepidi raggi, un sole benevolo.

Per larghi tratti, anziani pini, improvvidamente messi a dimora nei periodi di spericolata riforestazione, intristiscono gli animi con i loro nerastri e spelacchiati rami penduli.  E proprio ai pini, quelli nell’Attica, tra Atene ed il Pireo, come racconterà il rapsodo, si impiccarono, in epoche ancestrali, molte giovani donne ateniesi, quando Ermigone scagliò una tremenda maledizione contro i contadini. Responsabili di aver assassinato, sotto l’ebrezza del vino, suo padre, il re Icaro, per il sospetto di essere stati avvelenati dall’innocente bevanda che il dio Dioniso gli aveva donato.

A simboleggiare la tragica fine di tante innocenti fanciulle, provvedono candide vestaglie, lievemente mosse dal vento. Pendono dolenti da corde tese fra tronchi vicini, ergentisi da un terreno che gli aghi caduti, acidificandolo, hanno reso inospitale per ogni forma di vita vegetale.

Arrivati ad una svolta, lo sguardo viene catturato da una spirale che si avvolge su se stessa tra due ruvidi tronchi. Il fondale del teatro naturale, sul quale un attore, Vittorio Continelli, nelle vesti di antico aedo, narrerà le vicende di un mondo mitico che affonda le radici in epoche remote.

Intorno a lui si compatta, a ferro di cavallo, il folto gruppo peripatetico, divenuto un lunghissimo serpente, man mano che i piedi, scalciando sassi e consumando suola, macinano strada, che pecore e capre percorrono, dondolando il capo, da tempi immemorabili.

Tutti religiosamente ascoltano in piedi. Un claudicante vecchietto coglie l’occasione per riposarsi, accovacciandosi sull’erba. Nell’aria il crepitio di rami secchi, il frullare delle foglie, l’ansimare dei lombrichi, tacciono. Si fermano, su foglie pendule, farfalle e coccinelle. Un verdissimo ramarro intento ad amoreggiare con il sole su una pietra slavata, blocca i vispi occhietti, mentre l’Omero contemporaneo, venuto dalla bianca Ostuni, con il mito di Ermigone narra l’origine dell’altalena, dall’andirivieni sensuale.

Da piccolo, il rapsodo Vittorio era stato allevato a pane e miti dai nonni materni. Li preferiva a Biancaneve, Cappuccetto rosso, Hansel e Gretel, Raperonzolo, Pollicino. Trasformatisi in cifra della sua carne, li rivive sulla scena, e gli spettatori visibilmente si emozionano, compatendo sentimenti di amore e disperazione.

Olmi, bagolari, roverelle, sambuchi, isolati o in crocchi guardano con meraviglia l’incedere della processione e salutano, con il tremulo frullare delle foglie, amici di vecchia data avvezzi a frequentare le loro dimore, aperte a tutti, saltuariamente frequentate, pur distando poco da popolose cittadine limitrofe.

Civettuoli, i biancospini esibiscono bianchi fiori. Prossimamente ostenteranno bacche rosseggianti, un tempo cibo anche per i viandanti. Compiaciute, si immoleranno ad uccelli affamati per i quali gli uomini non avvertono alcun senso di pietà, come testimoniano i desolati cieli delle loro città, una volta tavolozze di acrobatici ghirigori, ospitanti cori di garrule voci.

Che incanto! Mai viste tante ferule, dall’elegante portamento adolescenziale, chiacchierare loquacemente, in attesa che ai loro piedi scaturiscano i cardoncelli, funghi prelibatissimi. Una volta i loro fusti, trasformati in umili sgabelli, offrivano riposo ai cafoni delle Murge che avevano impegnato l’intera giornata, sorvegliando greggi di pecore e capre o lavorando esigui fazzoletti di terreno faticosamente ubertosi. Ed un classista adagio raccontava che era impossibile la scalata sociale, affermando apoditticamente che gli umili sgabelli non diventano mai sedie. Cioè che poveri ed analfabeti sono eternamente condannati a rimanere imprigionati nella loro condizione sociale. Di partenza e di arrivo.

Su un’altalena si dondola una splendida fanciulla, Ermigone, interpretata da Maria Luisa Bafunno, dai fluenti capelli biondi e gli occhi cerulei. Quando il lungo e frammentato serpente umano si raccoglie intorno a lei, con grazia porge le tornite spalle all’altalena e, vagabonda, continua la ricerca del corpo del padre, dopo essere stata insidiata da Dioniso.

Allora, agli dei era permesso violentare impunemente splendide fanciulle, e se le vittime accennavano a reagire per la tutela della loro dignità, gli strali della vendetta divina diventavano impietosi. Oggi, diritti e tutele si sono fatti largo, ma c’è ancora tantissima strada culturale ed umana da percorrere per il rispetto legittimamente dovuto a tutte le muliebri creature pronte ad ospitare nel loro grembo le nuove generazioni.

I fenomeni carsici sono di casa sulle Murge. Sono figli dell’acqua piovana che lentamente scioglie, facendolo precipitare, il carbonato di calcio delle rocce calcaree. Lame, inghiottitoi, rocce erose divenute mirabili sculture, doline, piccole e spaziose. Nel centro di un’ampia dolina tre musicisti, una ragazza con violino e due chitarristi deliziano le orecchie con la musica che fluisce dai loro strumenti musicali, dopo che l’aedo aggiunge un altro tassello del mito.

Si staglia nel cielo una colonna munita di antenne paraboliche, che fanno rimbalzare le invisibili voci delle petulanti televisioni. Per i cellulari non c’è campo, e tacciono. Gli asfodeli, i cui remoti antenati della Grecia erano avvezzi ad ascoltare i vaganti rapsodi ed a prendersi cura dei morti nell’aldilà, si predispongono all’ascolto. Gli steli dell’ampia distesa di farro, con cui i romani realizzavano la loro nutriente polenta, smettono di ondeggiare e volgono i loro capini spigati in direzione delle fluenti parole, che piovono copiose dall’alto.

Quando anche l’ultimo viandante si ricongiunge alle avanguardie, il vate Vittorio atleticamente scala una colonna di massi che ricordano quelli di Micene, dalle porte dei leoni. Raggiunta la sommità, riepiloga i miti di Ermione e di Aracne, trasformata da Atena in ragno per aver osato sfidarla nella confezione di una tela, smagliante per la presenza di fili color del sangue.

I roventi carboni hanno esaurito le ultime energie, diventando cenere. Le graticole vengono smontate. Ormai non c’è più pane da rosolare, né cacio cavallo da affettare, né acqua o birra per dissetarsi. Spunta all’improvviso un signore dal viso bonario, abbondantemente stempiato con nera barba, punteggiata di bianco, bassa come le erbe circostanti. Sorride a tutto spiano. Con spontanea naturalezza.

Ecco, alle spalle dell’improvvisata rosticceria un teatro naturale di biancheggianti pietre calcaree emerse milioni di anni fa dal mare. Ammiccano al sole, tra sassi erranti, sulla sottile cuticola di suolo rugginoso, i violetti fiori di malva che curano i denti che dolgono e le orchidee spontanee. Morbidamente si distendono nella aree umide, cuscini di muschio, un tempo tappeto dei presepi dei poveri. Ruvide, si ergono, cedracche che sciolgono i calcoli renali. Umili cespi di fragrante timo si offrono generosi alle narici.

Il pensiero corre al teatro di Epidauro, dedicato ad Asclepio, dio della medicina, costruito dai greci amanti delle commedie e delle tragedie miranti ad educare il popolo, mentre oggi la cultura viene cestinata come rifiuto pericoloso. Sul fondo, un muretto a secco, intarsiato di tenaci erbe, tra le cui pietre ferve la vita di indaffarati insetti. C’è tra gli spettatori chi vi si siede, chi vi si appoggia, altri adagiano per terra. Pochi rimangono in piedi.

Tutti gli occhi sono rivolti a lui, venuto da Bisaccia, dalla casa dove è nato, dove vive con la sua famiglia, da dove si allontana per porgere sorsate di poesia nata dal suo cuore, generoso per uomini, animali, erbe  e dalla sua penna immaginifica.

Al centro della scena, si erge, dimesso, l’umile gigante fasciato di nero, ammaliante camminatore dal fisico asciutto, avvezzo da una vita a percorrere amorevolmente i sentieri contorti dell’anima, le strade dissestate dei paesi abbandonati, a prospettare nuovi orizzonti. Frugali, traboccanti di vita. Tutti sono venuti fin qui, alcuni persino dalla Sicilia e dal Trentino per ascoltarlo, per condividere con lui i sapori, i colori gli odori, la sapienza, la saggezza della vita dei paesi di una volta.

Non appena si è saputo della presenza di Franco Arminio al “Festival della disperazione”, le iscrizioni sono fioccate come in una tempesta di neve. Anche tu, come tanti altri, eri rimasto fuori, ma la tua pervicace determinazione a pendere dalle labbra cariche di ironia, rischiando una venuta a vuoto, è stata premiata.

Tutti ora sono in silenzio, e Franco Arminio, dagli occhi assetati del bello, lo colma di parole vibranti musica e sogni che scuotono gli animi:

Abbiamo bisogno di contadini,
di poeti, gente che sa fare il pane,
che ama gli alberi e riconosce il vento.
Più che l’anno della crescita,
ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.
Attenzione a chi cade, al sole che nasce
e che muore, ai ragazzi che crescono,
attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato.
Oggi essere rivoluzionari significa togliere
più che aggiungere, rallentare più che accelerare,
significa dare valore al silenzio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.

La sua non è la consueta lezione cattedratica, calata dall’alto, che lascia quasi indifferenti e poco incide sulle coscienze. Provoca, spinge a riflettere, a cambiare stile di vita, a riconciliarsi con gli uomini e la natura. Il clima che si respira è familiare.  Non si è solo spettatori, si è invitati a partecipare. Si ascolta, si ride, si sorride, si domanda.

Vengono declamate altre poesie, lette anche nei vari dialetti del proprio territorio di provenienza. In andriese, barlettano, ruvese, molfettese, trentino, siculo. Persino in spagnolo.  È festa oggi. Frugale e vera.

Si genera progressivamente una tale convivialità che porta tutti a cantare “Azzurro”, ed il cielo che momentaneamente inseguiva eteree nuvole, invocato per la purezza del suo colore, volge il suo sguardo attento all’intera compagnia. Si accendono, poi, gli animi con “Bella ciao”, ed il pensiero corre alla resistenza che dovrebbe risplendere nei piccoli gesti quotidiani. Il coro conclude con “Ca sigatett ammacc ve facen u scem”, Con la sigaretta in bocca va facendo lo scemo, immancabile ritornello in ogni festa familiare ed amicale.

Grazie Franco, grazie Vittorio, grazie organizzatori del Festival della Disperazione. Che la società italiana, come si è sperimentato in questi luminosi giorni di maggio, recuperi il proprio rapporto con il… territorio e con la… cultura, quella vera, abbandonando la mercificazione di ogni cosa e l’asfissiante consumismo, frutti appestanti dell’economia lineare utile solo a pochissimi.


FontePhoto credits: Domenico Dalba
Articolo precedenteTrarre fuori: la seconda edizione di “STIAMO AL VERDE 2.0”
Articolo successivoUna buona notizia con gli occhi di mandorla…
Domenico Dalba
Percorso scolastico. Scuola media. Liceo classico. Laurea in storia e filosofia. I primi anni furono difficili perché la mia lingua madre era il dialetto. Poi, pian piano imparai ad avere dimestichezza con l’italiano. Che ho insegnato per quarant’anni. Con passione. Facendo comprendere ai mieli alunni l’importanza del conoscere bene la propria lingua. “Per capire e difendersi”, come diceva don Milani.Attività sociali. Frequenza sociale attiva nella parrocchia. Servizio civile in una bibliotechina di quartiere, in un ospedale psichiatrico, in Germania ed in Africa, nel Burundi, per costruire una scuola.Professione. Ora in pensione, per anni docente di lettere in una scuola media. Tra le mille iniziative mi vengono in mente: Le attività teatrali. L’insegnamento della dizione. La realizzazione di giardini nell’ambito della scuola. Murales tendine dipinte e piante ornamentali in classe. L’applicazione di targhette esplicative a tutti gli alberi dei giardini pubblici della stazione di Barletta. Escursioni nel territorio, un giorno alla settimana. Produzione di compostaggio, con rifiuti organici portati dagli alunni. Uso massivo delle mappe concettuali. Valutazione dei docenti della classe da parte di alunni e genitori. Denuncia alla procura della repubblica per due presidi, inclini ad una gestione privatistica della scuola.Passioni: fotografia, pesca subacquea, nuotate chilometriche, trekking, zappettare, cogliere fichi e distribuirli agli amici, tinteggiare, armeggiare con la cazzuola, giocherellare con i cavi elettrici, coltivare le amicizie, dilettarmi con la penna, partecipare alle iniziative del Movimento 5 stelle.Coniugato. Mia moglie, Angela, mi attribuisce mille difetti. Forse ha ragione. Aspiro ad una vita sinceramente più etica.