«Con l’unghie si fendea ciascuna il petto; 
battiensi a palme, e gridavan sì alto, 
ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto»

(Inferno, IX, vv.49-51)

Caro lettore, adorata lettrice,

il nono canto dell’Inferno vede il cammino di Dante sospeso tra quanto già accaduto e quanto ancora ci sarà narrato: tra il fallito ingresso nella città di Dite, del canto ottavo, e l’incontro con Farinata degli Uberti, nel prossimo canto.

Ritroviamo Dante e Virgilio così come li avevamo lasciati: tra dubbi e angosce, tanto che il discepolo sente la necessità di interrogare il maestro e questo si interrompe nella propria risposta per non incrementare i timori dell’allievo, salvo sortire esattamente l’effetto contrario:

«ma nondimen paura il suo dir dienne,
perch’io traeva la parola tronca
forse a peggior sentenzia che non tenne»

(Inferno, IX, vv.13-15).

È quanto capita anche a noi: quando siamo in difficoltà, tacciamo per non destare preoccupazione, ma è il nostro silenzio a metterci a nudo e a suscitare ansie maggiori di quanto ci sforziamo di malcelare…

Seguono due episodi di segno opposto che occupano la parte centrale del canto: prima l’incontro con le tre furie, Megera, Aletto e Tesifone, poi l’arrivo del messo celeste che getta nello scompiglio i demoni ribelli e apre finalmente l’ingresso a Dante e Virgilio nella infernale città turrita.

Le furie sono ancora una volta la personificazione di cosa sia un essere umano dominato da acrimonia. Esse si squarciano il petto con le unghie; si schiaffeggiano con le palme delle mani e urlano così forte che a Dante, già dimentico dei suoi dubbi su Virgilio, non resta che affiancarsi alla sua guida e quasi rannicchiarsi alle sue spalle.

La minaccia incombente è quello dell’arrivo di Medusa, che ha il potere di pietrificare chi ne incroci lo sguardo: per questo Virgilio chiede a Dante di chiudere gli occhi e, non pago di questo, li ricopre con le sue mani, quasi a dire che – per quanto povera e limitata essa sia – in situazioni estreme non ci resta che aggrapparci alla ragione (non dimentichiamo che Virgilio proprio della ragione è allegoria).

Una scena così terrificante e priva di vie di uscita è ribaltata dall’arrivo del messo celeste: egli non ha parole per Dante e Virgilio, ne ha invece di molto forti per i demoni «cacciati del ciel, gente dispetta» (v.91), i quali sono volti rovinosamente in fuga mentre ai due nostri “eroi” la strada è ormai spianata.

La parte finale del canto è solo anticipazione dell’incontro con Farinata degli Uberti: nella città di Dite, Dante nota delle tombe infuocate e scoperte; ne chiede spiegazione a Virgilio e questi chiarisce che qui sono puniti gli eresiarchi e i loro seguaci, la cui pena è di bruciare in misura tanto maggiore quanto più grande fu l’eresia da loro “accesa” in vita.

Morale: alterigia e tracotanza sono cani che abbaiano, mordono e graffiano solo chi cade preda della loro furia; quando non si sa come affrontarle, basta confidare nelle proprie sia umili forze e, soprattutto, saper attendere.

A volte, forse prima e più di quanto si creda, l’aiuto arriva, per quanto insperato. E si rivela risolutivo.

In difetto, possono aiutare le parole di Mark Twain: «Il coraggio è resistenza alla paura e dominio della paura, ma non assenza di paura». E un proverbio africano precisa: «Dio si appoggia su di te per aiutarti».

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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...