«Non si chiude un abisso con l’aria»
(Emily Dickinson)

Caro lettore, adorata lettrice,

Noa ci ha lasciato, nel più triste e tragico dei modi. Lo sappiamo già. Non intendo commentare. Già tanto, troppo è stato scritto.

Da Noa, solo, vorrei prendere spunto per riflettere su un male che, a me pare, accomuni il nostro tempo e che io definirei “mal di vuoto”.

Hai presente quando vedi qualcuno triste in volto e gli chiedi: “Che c’è?”. È molto probabile che più di una volta anche tu ti sia sentito rispondere: “Niente!”.

Ecco, appunto: mi pare una risposta quanto mai eloquente.

Che significa, infatti, “non ho niente”? E perché ricorriamo a questa espressione proprio quando ci sentiamo “con le ruote a terra”? Io credo che questa domanda meriti la tua e mia riflessione…

Di certo, nessuna società ha mai avuto le possibilità – in termini di conoscenza, risorse, potenzialità, scoperte, servizi alla persona… – che ha avuto il nostro tempo. Nondimeno, rischiamo di passare alla storia per una delle epoche più tristi che l’uomo abbia mai attraversato.

Fonte ISTAT: in Italia la depressione è il disturbo mentale più diffuso. Nel 2015, ne soffrivano 2,8 milioni (5,4% delle persone maggiori di 15 anni). Sempre in Italia si tolgono la vita 7,3 persone ogni anno: significa 4000 suicidi ogni 365 giorni, 11 persone al giorno.

Fonte OMS: nel mondo si suicida una persona ogni 40 secondi; si tratta di un numero di vittime più alto di quello per i conflitti bellici, al quale dovremmo aggiungere un fallito tentativo di suicidio ogni tre.

Non basta: dovremmo sommare anche quanti si uccidono attraverso una qualsiasi forma di dipendenza – alcol, droghe, gioco d’azzardo, solo per citare le tre cause più comuni – ed ecco che “l’urlo di Munch” è tutto ciò che ci resta.

Ma anche no!

Ma anche: basta saper chiedere e sapere a chi chiedere!

Ma anche: basta che, quando non si ha neppure la forza per chiedere, ci sia qualcuno disposto per primo a tenderci la mano.

Ma anche: non fare niente e lasciati afferrare…

Ecco, io non lo so che mondo sto lasciando ai miei figli. Io so che non posso restare indifferente a tutto questo vuoto.

E non ho competenze sufficienti per indicare soluzioni, per proporre filosofie della storia, terapie di ogni genere. So che posso e voglio fare la differenza. Nel mio piccolo, con i miei umili e limitatissimi mezzi.

E so che sarebbe più facile se tu volessi farlo insieme a me.

Io credo nella forza del singolo. Credo che il fiume più grande inizi con la prima goccia. E credo che se uno dei miei ragazzi decidesse di togliersi la vita sotto i miei occhi, non ci penserei due volte a prenderlo a schiaffi, a spezzargli le gambe: magari, potrebbe essere proprio ciò che si attende per colmare la sua sete. Magari, questo potrebbe salvargli la vita. Magari no.

Di certo, meglio finire io in galera per lui, che lui al cimitero per la mia inoperosa indifferenza.

Caro lettore, adorata lettrice,

è un caffè amaro, quello di stamattina, lo so bene. E me ne scuso. Ma non addolcirlo, te ne prego. Assaporalo fino in fondo e poi dacci il meglio di te: è tutto quello che ci serve per non sentirci vuoti.

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FontePhotocredits: libera reinterpretazione pixabay.com di Myriam Acca Massarelli
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Paolo Farina
La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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