Aprirsi è osare ascoltare bellezza in mezzo ai rumori più molesti, addirittura creandola lì dove risultasse totalmente compromessa

I bambini imparano a parlare ascoltando; riproducono tra mille tentativi ciò che viene loro pazientemente ripetuto e la ricchezza o la povertà del loro lessico dipende dalla quantità di parole che sentono, dagli stimoli che ricevono. Ma non è questione di solo apprendimento: i suoni e i rumori ci plasmano interiormente; i toni di voce e la qualità delle parole sono un bagaglio…e possono anche diventare un fardello. E ciò vale per un feto in grembo, per un bambino in casa, per uno studente a scuola, per un coniuge nella coppia, per chiunque in una relazione: l’orecchio è un canale sul mondo e può diventare un tunnel senza uscita.

La molestia di certi rumori, si sa, causa stress e malessere: il traffico della città ne è l’esempio più emblematico. L’intensità dei suoni e dei rumori si misura col cuore oltre che con i decibel.
Nell’era dei populismi di piazza ciò vale doppio: la campagna elettorale si serve essenzialmente di orecchie assetate di cose sensazionali e di cuori appesantiti, puntando su toni accesi di appetibile sicurezza. E il linguaggio sprezzante dalle orecchie scende in profondità, fino a solleticare gli impulsi più beceri e primitivi di un essere umano spento, bisognoso di certezze, sempre più solo, e a convincere che, in fondo, chi parla in un certo modo ha ragione ed è affidabile. Perché? Cosa è accaduto?

Forse l’autosufficienza odierna, inibendo la comunicazione e l’ascolto, ci ha fatti anche più sordi ai toni sottili della positività e della gioia; in questo vuoto ha attecchito come unica certezza l’eco della prepotenza, proposta come mezzo sicuro ed efficace per affrontare le difficoltà della vita.
Ma non è solo questione di urla e parole subìte, sarebbe troppo semplice! L’isolamento inibisce la vita, inverte i significati delle cose, scambia la bellezza in tragedia e viceversa. Nel L’urlo, celebre opera di Munch, il protagonista si tappa disperatamente le orecchie con le mani per non sentire (a detta dell’artista stesso) l’angoscia provocatagli da un semplice tramonto. La chiusura di quest’uomo a se stesso, agli altri, al cosmo è tale che la vista di questo tramonto sul fiume, in genere vissuto da chiunque come spettacolo della natura, gli trasmette un grido di dolore dal quale tenta disperatamente di proteggersi.

Occorre coltivare apertura, sempre e nonostante tutto: qui è nascosto il vero segreto per prendere di petto l’esistenza. Aprirsi è osare ascoltare bellezza in mezzo ai rumori più molesti, addirittura creandola lì dove risultasse totalmente compromessa. Aprirsi è accogliere e sostenere la polifonia dell’esistenza, ossia tenere insieme la complessità della realtà senza subirla. Un gran lavoro insomma, in cui osare e ascoltare vanno di pari passo. Del resto i due verbi latini che traducono rispettivamente queste due azioni, audere e audire, sono etimologicamente connessi e fanno riferimento alla sfera del sentire, l’uno a livello interiore e l’altro in un senso propriamente fisiologico.

Chi è in grado di osare una tale apertura sfidando la tendenza alla chiusura, chi si presta a cogliere melodie inedite nel turbine quotidiano si accorgerà non soltanto di vivere pienamente, ma anche di seminare generosamente vita attorno a sé. Si renderà conto, infatti, di avere a disposizione un’insospettabile riserva di parole positive, di toni di speranza, di canzoni d’amore da sussurrare alle orecchie di chi lo circonda per raccontargli una storia alternativa rispetto a quella fatta passare per ufficiale, intessuta di drammi e musicata a suon di violenze di ogni tipo. E se è vero che il rito della fiaba serale mette il bambino nelle condizioni di serenità per affrontare il buio, c’è da credere che osare narrare e ascoltare racconti nuovi e migliori aiuterà ad osare qualcosa di diverso, una rinascita totale.

Attenzione: non si tratta di addolcire la pillola, di raccontare favole, di promettere mondi migliori a basso prezzo, insomma di mentire; si tratta di consegnare, alle orecchie e al cuore, novità possibili e promesse attuabili. Il mettere continuamente in guardia, il prospettare sempre il peggio solo perché il male fa più rumore non sono garanzia né di autenticità educativa né di comunicazione di verità assolute e utili.

Chi l’avrebbe mai detto che una pienezza di vita potesse passare dalle orecchie…!

Controsenso: usi e abusi delle parole quotidiane

leggi gli altri articoli di controsenso


FontePhoto Credit: Michela Conte
Articolo precedenteMal di vuoto…
Articolo successivoAll’alunno, all’alunna, nell’ultimo giorno di scuola…
Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.