L’altro insospettisce, deve insospettire, soprattutto se rivela sensibilità, intelligenza…

Abbiamo riflettuto tutti, negli ultimi giorni, sulla morte di Antonio Stano, ucciso a Manduria per un folle gioco di gruppo. Abbiamo appreso dai media quanto rilevante sia stata, in senso negativo ovviamente, la passività di chi ha sentito e visto, di chi sapeva ma non ha parlato e non ha agito. Si spera che lo abbiamo fatto, ovviamente, e che lo abbiamo fatto con sensibilità ed intelligenza.

A far supporre l’esatto contrario sono alcuni commenti imbarazzanti sul valore del silenzio come migliore modalità di custodire la memoria dell’ennesima vittima dell’odio, con l’annessa accusa che parlarne sveli solo un interesse di facciata.

Facciata: la preoccupazione costante di questo tempo storico, il filo rosso di infinite discussioni sui social, nelle aule scolastiche e parlamentari, al supermercato è svelare l’incoerenza dell’altro, ossia la separazione patologica tra ciò che rivela e ciò che pensa ed è realmente, tra la sua faccia pulita e la sporcizia del suo cuore.

In altre parole l’altro insospettisce, deve insospettire, e soprattutto se rivela sensibilità, intelligenza, buon carattere e doti particolari sicuramente nasconde qualcosa. Di conseguenza l’altro si difende, facendosi scudo della purezza della propria inespugnabile coscienza. E così, in un circolo vizioso di accusa e difesa, ognuno si rintana nel proprio sé, abbassa lo sguardo e, quando lo alza, il filtro dell’io gli impedisce una visione delle cose chiara, condivisa, relativizzata dall’esistenza di altri possibili parametri di valutazione.

È questione di occhi; le parole stesse lo rivelano: facciata, coscienza… coscienza? Sì, coscienza in latino è cum-scientia, ossia conoscenza condivisa; pertanto andrebbe ripulita dalle scorie dell’individualismo e dello psicologismo e trattata da strumento di comunione, come suggerisce l’etimologia del termine. Il termine greco fa ancora più chiarezza: syneidesis, guardare insieme, suggerisce l’idea di un discernimento comune, in grado di partire dall’apparenza delle cose al fine di interpretarla e cogliere significati condivisi.

Nessuna coscienza, insomma, è il risultato di uno sforzo personale; lì dove manca il confronto, lì dove scarseggia la capacità di sentirsi custodi di soli frammenti della verità, lì dove gli occhi sono ripiegati su un io incapace di considerarsi parziale, bisognoso di altri e ultimo arrivato, di coscienza non si dovrebbe parlare. A Manduria è mancata una coscienza perché sono venuti meno il sentirsi e l’essere effettivamente comunità, per vedere insieme, interrogarsi, decidere, intervenire; e mentre chi vuole tacere accusa chi parla, perché lo farebbe “solo per farsi vedere”, la coscienza continua a mancare. Perché non c’è onestà di sguardo, non c’è capacità di mescolarsi agli altri per guardare insieme, in faccia, un dramma, una vittima, un paese, una generazione per ricavarne delle domande, ma solo di partire da sé per dettare tutte le risposte.

Urge sollevare lo sguardo, dirottarlo verso il prossimo con tutti i rischi dell’operazione. C’è bisogno di occhi meno puritani e più puri, cioè liberi dalla presunzione di dovere e potere sempre interpretare e capaci di toccare, accarezzare l’essenza delle cose per coglierle nella loro verità.
Gli autori della scuola fenomenologica dei primi del Novecento (tra i quali Husserl e la grande Edith Stein) dicevano che esse stesse suggeriscono il modo in cui hanno bisogno di essere colte, trattate, raccontate, giudicate; per questo è necessario imparare ad osservare gratuitamente, senza giudizi immediati e azzardati.

Gli occhi sono una finestra sul mondo: ogni giorno una quantità infinita di immagini, volti e oggetti, li attraversa e ci trapassa e questo non può che essere un bene. Nonostante, infatti, tanta drammaticità, abbiamo bisogno di lasciarci trafiggere dalla realtà, nelle sue luci e nelle sue ombre, se vogliamo maturare una coscienza incarnata e onesta e vivere da persone mature, per le quali l’interiorità non è un trono da cui imporre gli altri le forme dentro le quali stare e muoversi, ma un utero caldo e accogliente, bisognoso di un incontro fecondante con l’esterno per generare vita, per partorire sentimenti, emozioni, giudizi, critiche, comportamenti, abitudini autentici in quanto figli di relazioni, di incontri, di sguardi.

Dovremmo avere occhi in grado di toccare il mondo per lasciarci toccare e conquistare da esso. Fuori da questa logica non c’è coscienza, non c’è umanità, non c’è niente. Solo illusione di superiorità.

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