Slot Canyons. Gently carved from the Navajo sandstone over the course of countless millenniums. Original image from Carol M. Highsmith’s America, Library of Congress collection. Digitally enhanced by rawpixel

Tra chi lo combatte e chi lo abbraccia

Il vuoto ci accomuna: ci portiamo addosso un senso di incompletezza di base in cui si intrufola clandestino il desiderio di infinito e di senso. In alcune persone il vuoto è più ampio, più scomodo, più spigoloso, più difficile. Assomiglia a una ferita aperta, sanguinante, inguaribile, scavata da mancanze educative, da un passato difficile, da limiti personali, educativi, culturali ed errori irreparabili.

Ora, il vuoto è vuoto e non andrebbe riempito, nonostante l’etimologia (dubbia e complicatissima) rimandi a una vacuità, a una deprivazione che segnala una qualche mancanza più o meno grave. Il vuoto, in realtà, è uno spazio per respirare, per essere se stessi fino in fondo, senza maschere, fino ad abbracciare ogni propria verità. Serve un po’ di tempo vuoto nella frenesia del quotidiano. Serve più di un po’ di vuoto nelle relazioni, perché non diventino simbiosi soffocanti e mortali. Ma quando il vuoto racconta l’assenza, allora diventa insostenibile e la tentazione di riempirlo fortissima. E, si sa, voler riempire un vuoto a tutti i costi genera costrizione, nella forma di una smodata rivendicazione verso quelli che ci circondano, affinché vivano tutta la vita per farci felici. Un tipo di violenza che non lascia i lividi visibili.

Il punto è che chi combatte il proprio vuoto in genere miete vittime, mentre chi lo accoglie soffre in silenzio, al limite si difende. I conflitti nascono così. Forse nei litigi e nelle guerre i protagonisti possono essere divisi tra chi fagocita l’altro e chi fugge per non farsi fagocitare.

“Urge grandezza, non manie di grandezza. Urge andare dentro le cose, andare oltre. Urge altro. Urge fantasia. Urge far voto di vastità” (A. Bergonzoni). La vastità, da vastus, ossia “deserto”, termine che suggerisce una vacuità grande per estensione, è un vuoto accolto che diventa, così, spazio accogliente. È mancanza che rinasce in opportunità: quella di allargare i propri orizzonti. Nessun riempimento forzato, nessun rattoppamento alla buona, nessuna fuga d’emergenza in qualche Eden di fortuna. Le mancanze restano mancanze. Le ferite inguaribili non guariscono. I deserti non fioriscono. Quello che li rende belli, a detta del Piccolo Principe, è che nascondono un pozzo da qualche parte. Così come la ferità, può essere una condanna muta o una cavità in cui risuona l’eco dell’amore, alleanza capace, contemporaneamente, di rispettare la distanza e di abbracciare il vuoto. Che belle quelle relazioni dove non ci si limita, semplicisticamente, a spronare, a ricordare che “è ora di andare avanti!”, ma ci si fa compagnia nell’elaborazione del passato. Che belle quelle alleanze nelle quali si condividono, anche in silenzio, gli inferni, soprattutto quelli che un bel giorno si riaprono all’improvviso, mentre li credevamo chiusi e superati per sempre.

“Se tu oggi venissi qui,

io avrei molti secoli impigliati tra le ciglia.

Molte nevicate da scuotere nella mia carne.

E tu con un gesto potresti mettere assieme migliaia di stelle (…).

Sono finite molte cose.

Altre non sono mai nate,

ma se tu oggi venissi qui potresti dirmi tutto,

potresti cadere insieme a me in qualche attimo fuori dal tempo.

E prenderemo confidenze con le cose che abbiamo intorno,

lo faremo insieme,

con quelle eternità che si conquistano quando hai molte ferite

e molta voglia di ospitare quelle degli altri.

Insieme si diventa vasti” (Franco Arminio).


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