«E fa ragion ch’io ti sia sempre allato, 
se più avvien che fortuna t’accoglia 
dove sien genti in simigliante piato: 

ché voler ciò udire è bassa voglia».

(Inferno, XXX, vv.146-148)

Il trentesimo canto dell’Inferno, al fine di descrivere la furia che sconvolge i falsari di persona, si apre con due similitudini: nella prima si ricorda la follia infanticida di Atamante, sposo della sorella di Semele che, amata da Giove, aveva sollevato l’ira di Giunone; la seconda narra di Ecuba, pazza di dolore alla notizia della morte dei figli Polissena e Polidoro, travolti nella caduta di Troia.

Segue l’incursione di due dannati, Gianni Scricchi e Mirra. L’avvento del primo è paragonato a quello di una fiera crudele che azzanna al collo Capocchio e lo trascina via facendo tremare di paura Griffolino d’Arezzo. Questi, che dal canto precedente ancora si accompagna a Dante e Virgilio, narra della passione incestuosa di Mirra per il padre, così forte che la indusse, pur di giacere con lui, a infilarsi nel suo letto sotto mentite spoglie.

È la volta dei falsari di moneta e il protagonista diventa Mastro Adamo, affetto da idropisia, il quale giace a terra con una pancia così gonfia da apparire come un liuto munito di gambe. Egli, descrivendo la sua sorte, evoca con toni lirici la terra madre, nel Casentino, ma la cornice idillica è presto interrotta da un violento scontro tra lo stesso Mastro Adamo e il greco Sinone, un falsario di parola, artefice dello spergiuro sul cavallo di Troia. Segue una “tenzone” degna della migliore poesia comico-realistica: i due prima vengono letteralmente alle mani, quindi, come da copione, danno luogo a un vivace scambio di invettive e insolenze.

Il quadretto assorbe totalmente l’attenzione di Dante e questo gli merita un inatteso quanto aspro rimbrotto da parte di Virgilio:

«Ad ascoltarli er’io del tutto fisso,
quando ’l maestro mi disse: “Or pur mira,
che per poco che teco non mi risso!”»

(vv.129-132).

Virgilio, che è pur sempre allegoria della ragione umana, minaccia di “rissare” con il suo allievo e, di fronte al prevedibile sconcerto di Dante, subito aggiunge:

«E fa ragion ch’io ti sia sempre allato,
se più avvien che fortuna t’accoglia
dove sien genti in simigliante piato:

ché voler ciò udire è bassa voglia».

(vv. 145-148).

In parafrasi: conta pure sul mio essere sempre al tuo fianco, nel caso in cui il destino ti porti a incrociare genti che litigano così selvaggiamente: giacché, il volervi assistere è una bassa voglia.

Appunto: il volervi assistere è bassa voglia… Mi vengono in mente i video virali, le diffamazioni, i processi sommari a mezzo social, il trionfo di ogni forma di voyeurismo, non solo di quello a scopo sessuale, ché mi preoccupa ancora più quello a sfondo pseudo-intellettuale, con la sedicente verità imposta a forza di urla, invece che con la voce suadente della ragione.

E c’è dell’altro: Dante, davanti al rimprovero del maestro, reagisce con fronte bassa e vergognosa; temo, invece, che noi, ipnotizzati dall’ululatore di turno, non riusciremmo neppure a sentirla, sia pur per poco, la voce di Virgilio.

Avverte Ernest Hemingway: «Amo ascoltare. Ho imparato un gran numero di cose ascoltando attentamente. Molte persone non ascoltano mai».

E Karl Popper: «All’individuo irrazionale interessa solo avere ragione. All’individuo razionale interessa imparare».

Infine, un proverbio: «Se hai ragione non hai bisogno di gridare».


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