Il contributo di Mauro Ceruti alla ‘nostra enciclica’

Il 2020 rimarrà nella storia con una sua precisa identità non solo per la pandemia  che ha sconvolto il  ritmo della vita quotidiana, ma perché per la prima volta l’umanità intera  sta vivendo sulla propria pelle il fallimento sistematico di approcci unilaterali che hanno dominato a vari livelli il suo modo prima di pensare e poi di agire; e se vogliamo trovare in tale tragico evento, pur con tutti i problemi emersi, un elemento positivo e nello stesso tempo chiarificatore, esso può essere rintracciato nel fatto che sia pure faticosamente si sta entrando sia come singoli individui che come comunità planetaria nel ‘tempo della complessità’, le cui logiche sottostanti se non ben comprese e non tenute presenti rendono ‘ciechi, incoscienti e irresponsabili’, come ha scritto Mauro Ceruti nel suo recente commento alla lettera enciclica Laudato sìe apparso in una collana della Comunità di Bose, Sulla stessa barca. La ‘Laudato sì’ e l’umanesimo planetario (Edizioni Qiqajon, Magnano 2020).

Con una prefazione di Edgar Morin e la postfazione di Francesco Bellusci che ne hanno chiarito  obiettivi e finalità, tale non comune confronto con l’enciclica si rivela uno strumento indispensabile non solo per leggerla in maniera più approfondita, ma per trovare in essa elementi indispensabili per permettere all’intera umanità di poter navigare ‘sulla stessa barca’, sia pure nei mari agitati della contemporaneità, con la speranza di approdare ad un porto; ma perché essa diventi la nostra barca, la barca di tutti, è necessario, come avverte Edgar Morin nella prefazione e come  Ceruti chiarisce in maniera articolata, superare innanzitutto l‘attuale ’era desertica del pensiero’ in quanto, come già diceva Paolo VI in alcuni suoi discorsi dei primi anni ‘70, ‘si muore per mancanza di pensiero’ se non è articolato e critico. Per questo, come ha ben sottolineato Francesco Bellusci nella postfazione sulla scia dello stesso Morin, occorre un pensiero filosofico che non solo abbia il compito di ‘inventare concetti, di produrre teorie’, ma di ‘interrogare il visibile e supporvi l’invisibile’ per cercare di dare un senso unitario e non frammentato ai rinnovati bisogni dell’uomo contemporaneo.

Tale approccio si rivela indispensabile  per rileggere la Laudato sì in quest’anno dedicato alla riflessione  sui  principi di base che la sorreggono, una volta preso atto delle ferite inferte da un pensiero o meglio da un non pensiero in preda ad una ‘crisi invisibile’, come la chiama Ceruti, che si rivela ‘impotente davanti a un mondo in crisi’, in quanto porta a ‘sterilizzare conoscenze e a deviare decisioni’; l’enciclica così non è ritenuta solo un grido d’allarme lanciato affinché tali ferite non diventino definitivamente mortali, ma un accorato appello a farla nostra per costruire insieme una ‘stessa barca’, la nostra barca concettuale ed esistenziale in quanto ‘dà uno straordinario contributo allo sviluppo di un pensiero capace di concepire la complessità, cioè la molteplicità irriducibile di dimensioni intrecciate, della nuova condizione umana planetaria’. Tutto questo, ‘lo sguardo sulla complessità’, è ritenuto cruciale per capire il concetto stesso di ecologia integrale dove per viverla concretamente è necessario abbattere le ‘frontiere’  che l’uomo come homo ideologicussi è abusivamente costruito lungo la sua storia a partire da quelle ‘invisibili’  dentro il non pensiero che hanno portato  a delle visioni del mondo normative; tra queste, come l’enciclica a più riprese sottolinea, è da considerare il ‘paradigma tecnocratico’  ‘omogeneo e unidimensionale’, che ha portato ‘a non vedere e a espellere dalla realtà i problemi degli ‘esclusi’.

Per Ceruti, una volta messi in risalto i limiti di tale paradigma e i rischi connessi per il mondo intero, si può approdare a delle ‘soluzioni’ che ’passano attraverso una nuova planetaria coscienza di solidarietà, che legherà gli esseri umani tra di loro, e loro alla natura terrestre’; solo così possono nascere le condizioni di fondo di ‘una solidarietà e di una fraternità senza frontiere’, ‘una fraternità aperta, oltre le fraternità  ‘chiuse’ nazionali’. Insieme ad Edgar Morin che nel volume La fraternità, perché? (Ave, Roma 2020) l’ha considerata il ‘nostro cammino’, Ceruti  sostiene che ‘dopo la libertàe l’eguaglianza, protagoniste dell’Ottocento e del Novecento, la fraternità può diventare la protagonista del XXI secolo, e diventare fine senza cessare di essere mezzo’.  In tal modo si può assistere ad una ‘nuova condizione umana’ dove è necessario comprendere gli errori fatti precedentemente e fare adeguatamente ‘attenzione alla realtà con i limiti che essa impone’ come si afferma con decisione nell’enciclica, per arrivare a gettare le basi di quella che Ceruti chiama una ‘quarta umanità’ che deve far fronte alle sfide presenti nell’età della globalizzazione; tali sfide inedite che investono l’umanità nel suo insieme richiedono nuove forme di responsabilità dove dare la giusta attenzione alle conseguenze non solo immediate ma a quelle di lunga durata delle azioni umane.

Tale sguardo transgenerazionale richiede anche una nuova forma di ‘fratellanza’ con le condizioni oggettive che si andranno a determinare nel rapporto fra uomo e natura, non più in balìa del paradigma tecnocratico che ha portato a concepire la vita e l’azione umana in modo deviato, modo che  ‘contraddice la realtà fino al punto di rovinarla’ , come si afferma nell’enciclica; ad una razionalità cieca e frammentata poi strumentale ai fini del semplice profitto, bisogna contrapporre e mettere in atto un nuovo paradigma, una nuova ragione, un modello eco-cognitivo che attraversi i problemi, i contesti e che sappia  ‘formulare i problemi da affrontare come problemi complessi ’frutto di molteplici interazioni di dimensioni naturali, sociali, economici, ambientali. A problemi globali servono ‘soluzioni integrali’ come l’enciclica chiede con forza riprendendo  le indicazioni di un’altra importante enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII rivolte a creare le condizioni per una comunità di destino planetaria, dove la fratellanza non è solo un generico appello alla cooperazione, ma una necessità oggettiva imposta dai fatti da quelli naturali a quegli umani in grado di creare le condizioni per ‘una cultura dell’incontro’.

Se l’idea di fratellanza viene accolta in tutta la sua pregnanza teorica ed esistenziale permette di capire in profondità ‘l’appartenenza comune a un intreccio comune di interdipendenze’ e ‘trasformare il dato di fatto dell’interdipendenza planetaria nel compito etico e politico di costruire una ‘civiltà della Terra’ oltre ‘a riconoscere la ricchezza e la diversità delle culture umane’ al di là di ogni etnocentrismo; ma tutto questo implica un mettere in atto in ogni contesto una  ‘fratellanza senza frontiere’ che faccia sua la ‘sfida della diversità’ oltre a creare l’idea di un futuro  condiviso da tutti,  di essere sulla ‘stessa barca’ e di farla diventare ‘nostra’, per usare un’espressione dello stesso Ceruti condivisa con Morin a proposito di un volume scritto insieme come La nostra Europa.

Ogni pagina di tale saggio di Ceruti, dunque,  è un continuo confrontarsi con le sfide presenti nell’enciclica che, rilette alla luce dei suoi importanti contributi dati al pensiero complesso, assumono una maggiore cogenza e indispensabilità tale da far sentire ‘nostra’ la stessa Laudato sì anche con tutto il suo non facile portato di sfide da quella culturale a quelle spirituale ed educativa che hanno bisogno, come si afferma in essa di ‘lunghi processi di rigenerazione’; e Ceruti riporta una frase di un’opera scritta negli anni ’30 da quello che fu il gesuita proibito Teilhard de Chardin, il cui pensiero   è entrato sì lateralmente nell’enciclica ma vi gioca un ruolo centrale utile per capirne l’impianto di fondo e quello che a prima vista può sembrare un progetto utopico e di lunga durata: “Le menti ‘realistiche’ possono pur deridere i sognatori che parlano di un’umanità cementata e bardata non già di brutalità ma d’amore… E tuttavia, noi siamo giunti a un punto decisivo  dell’evoluzione umana in cui l’unica via di uscita si trova nella direzione d’una comune passione e d’una ‘cospirazione”.

Siamo tutti invitati oggi più che mai, dunque, a dare un contributo a tale ‘passione’, a far parte di tale ‘cospirazione’, a cooperare insieme alla messa in atto di ’processi di rigenerazione’ a partire da quello del pensiero una volta liberatosi dalle sue ricorrenti stagnazioni e assolutizzazioni; e per questo occorre una continua educazione al pensiero complesso che porti ad una vera e propria paideia, basata su di esso,  a cui prima Teilhard de Chardin e dopo la Laudato sì, come ha chiarito Ceruti,  hanno dato voce e consistenza a contatto con i problemi reali della contemporaneità; e chi, come diceva già Leonardo Da Vinci, fa i conti sino in fondo con le ‘infinite ragioni del reale’ e le sue rugosità, può sembrare un ‘sognatore’ in quanto riesce ad individuare cose non visibili agli altri, ma si forma una mente più ‘realistica bardata non già di brutalità ma d’amore’ verso di esse, non cade in attitudini violente e soprattutto non può mentire nei loro confronti, come diceva Simone Weil. In tal modo, grazie a   Mauro Ceruti, ci sentiremo più forti sulla ‘stessa barca’, la nostra barca che pure sbattuta dalle onde ma grazie ad esse potremo navigare  realisticamente verso la ‘quarta umanità’.


FontePhotocredits: Roberto Strafella
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Mario Castellana
Mario Castellana, già docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.

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