Come una canzone…

Avevo già pronto un Caffè per domenica prossima.
Era dedicato all’amore tra Gustave Flaubert e Louise Colet.
Poi è morto Gino Paoli.

E così Flaubert e Louise possono aspettare.
Domenica prossima, forse.
O un’altra volta.
Non lo so. Si vedrà.

Perché Gino si è imposto in modo così perentorio?
Perché Gino è Gino.

Intendo: un uomo unico nel suo genere. Solo, per scelta.
Un artista irripetibile, irriverente, sfacciato, refrattario.
Uno che non si è mai lasciato piegare dalle convenzioni sociali: le ha fronteggiate, semmai, ma senza chiedere il permesso.

Un uomo che ha amato e si è lasciato amare per come riusciva.
Che ha avuto mille donne, sì, ma forse una sola capace di tenergli testa fino in fondo, senza mollare di un centimetro.
Uno di quelli che o lo ami o lo odi. E va bene così: perché Gino non ha mai cercato di piacere.

Uomo di spettacolo, eppure per nulla incline all’applauso facile.
Ha fatto la gavetta e non si è lasciato trasformare dal successo.
Un Gino nazionale, un simbolo di italianità: un archetipo di ciò che, in fondo, molti vorrebbero essere.
Ma anche no. Perché costringe a guardarsi allo specchio.

Eppure, se Gino ci fa sentire tutti un po’ più soli, è anche vero che ci ha lasciato qualcosa che non consola, ma accompagna: le sue canzoni.

La sua è una vita impossibile da spiegare, forse persino da raccontare.
Non solo perché eccezionale, ma per la nudità con cui si è lasciata guardare.
Una vita abitata dall’amore e dall’errore, dal successo e dalla caduta, dalla luce e dalle sue ombre.
Senza la pretesa di ricomporle in una figura perfetta.

Gino: un uomo, non un mito.
La parabola di una libertà fragile, contraddittoria, esigente.
Una libertà che non si esibisce come virtù: si paga.
E una fragilità che non è una colpa, ma una fessura. Da lì passa la luce, se non la chiudi per paura.

Uno che non ha mai fatto delle canzoni un ornamento, ma un modo per stare nel tempo.
Per abitarlo, senza dominarlo.
Per restarci dentro, anche quando faceva male.

Le origini genovesi, la povertà come maestra severa e onesta, una gatta amata come si ama una casa, il cielo che entra in una stanza, un successo che sa di sale, come direbbe Cacciaguida degli Elisei a Dante. Tutto convive senza chiedere ordine.
Come accade nella vita vera. Dove le cose non arrivano in fila, ma per stratificazioni, ritorni, inciampi.

A un certo punto ho provato a immaginare il suo ultimo saluto.
Non un addio solenne.
Non un bilancio.
Piuttosto una voce che, come ha sempre fatto, si sottrae alla posa e resta fedele all’essenziale.
E allora ho provato a sentirlo così:

«Io non sono nato cantautore.
Sono nato inquieto.
E l’inquietudine, quando sei giovane, non sai dove metterla.
La tieni in tasca, come le monetine: fa rumore quando cammini.

Poi capisci una cosa semplice:
che una canzone può dire la verità senza gridare.

Non per ascoltare me.
Per ascoltare quello che vi somiglia.
Perché, alla fine, l’unica cosa davvero interessante di un artista
è che non riesce a diventare migliore degli altri.
Riesce solo a dirlo.

Noi abbiamo questo vizio: diamo nomi eterni a cose fragili.
“Per sempre”.
“Mai più”.
Senza fine”.

Parole bellissime.
E rischiose.

Perché quasi mai ciò che viviamo è infinito.
È totale.
E quando è totale, basta.

Alla fine, resta quello che non sei riuscito a controllare.
Quello che ti è scappato.
Quello che hai detto senza volerlo.

Io non sono mai stato un esempio.
E non ho mai voluto esserlo.

Gli esempi chiedono di essere imitati.
Io ho sempre preferito essere attraversato.

Sono stato libero.
Ma la libertà non è una medaglia.
È una condanna leggera».

Cala il sipario, non resta una verità da difendere.
Resta una voce.

E forse è questo il lascito più autentico:
non un testamento solenne,
ma qualcosa che sappia fare compagnia.

Discretamente.
Senza rumore.

Senza fine.

Come una canzone lasciata lì.
Per chi vorrà accoglierla:

«Finito il tempo di cantare insieme
si chiude qui la pagina in comune
il mondo si è fermato io ora scendo qui
prosegui tu, ma non ti mando sola…

Ti lascio una canzone
per coprirti se avrai freddo
ti lascio una canzone da mangiare se avrai fame
ti lascio una canzone da bere se avrai sete
ti lascio una canzone da cantare…

Una canzone che tu potrai cantare a chi
a chi tu amerai dopo di me
a chi tu amerai dopo di me…

Ti lascio una canzone da indossare sopra il cuore
ti lascio una canzone da sognare quando hai sonno
ti lascio una canzone per farti compagnia
ti lascio una canzone da cantare…
Una canzone che tu potrai cantare a chi
a chi tu amerai dopo di me
a chi non amerai senza di me…»

(testo e musica: Gino Paoli; arrangiamento: Peppe Vessicchio).


FontePhotocredits: Elena Torre from Viareggio, Italia, CC BY-SA 2.0 , via Wikimedia Commons
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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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