Credo negli uomini e nelle donne che vivono i valori.
Credo nella forza dell’umiltà, dell’amore e

della condivisione che unisce una comunità umana.
Credo nell’uomo. E io sono un uomo.

 

Il termine migrazione deriva dal latino “migratio”, che letteralmente significa “spostarsi da un luogo ad un altro”: spostarsi soprattutto in gruppo, per cercare un luogo migliore in cui vivere.

Così certamente si può parlare delle migrazioni o transumanza degli animali che attraversano continenti e mari per raggiungere il luogo che misteriosamente eleggono per la propria riproduzione; ma più urgentemente si può parlare del fenomeno delle migrazioni umane: casi in cui guerre o cataclismi spezzano il legame sociale con una certa terra, imponendo la terribile legge della fuga verso un posto in cui sopravvivere in serenità non sia impossibile, o casi a noi vicini di depressioni economiche che spingono ad abbandonare le terre natie verso realtà che diano prospettive migliori.

Il fenomeno migratorio, purtroppo in molti casi, fa emergere dalle tenebre dell’animo umano pulsioni negative che segnano la vittoria della disumanità sull’umanità. Pulsioni che hanno diversi nomi: xenofobia, razzismo, odio verso il diverso, ma che sono accomunate dal medesimo sentimento di chiusura e violenza nei confronti del diverso, dell’altro.

Assistiamo ad una imperante cultura imperniata di razzismo. Solo per ricordare cos’è il razzismo: «Idea fondata sulla convinzione che esistono razze umane biologicamente e storicamente superiori ad altre razze. È alla base di una prassi politica volta, con discriminazioni e persecuzioni, a garantire la “purezza” e il predominio della “razza superiore”»(Treccani). No, non esistono razze umane differenti esiste un’unica e sola razza: quella umana. Gli Europei gli Africani, gli Asiatici, gli Indiani, gli Arabi, gli Ebrei, ecc., non sono razze diverse. Piuttosto, sono diverse etnie della razza umana. Gli esseri umani hanno le stesse caratteristiche fisiche (con lievi variazioni, naturalmente).

Forse, anche alla luce delle infinite carneficine che avvengono nel Mar Mediterraneo, è giunto il tempo di passare dalla cultura dello scarto alla cultura dell’incontro.

Il nostro atteggiamento xenofobo non è immediatamente riconoscibile, ma si cela dietro maschere buoniste e ipocrite che sappiamo indossare, con imbarazzante naturalezza, in occasione di eventi tragici ed eclatanti.

Siamo, infatti, capaci di nasconderlo creando allarmismi, quali la paura di malattie o problemi di sicurezza o vantando quel buonismo tutto nostrano che, poi lontano dai riflettori e dal clamore, si rivela essere complice di fenomeni discriminatori e di sfruttamento del lavoro: manodopera a basso costo; mancata osservazione delle normative contrattuali; speculazione abitative, conquista di qualche scanno o poltrona.

Oggi contrastare la diffidenza verso il fenomeno migratorio ci chiama a ribellarci ad insulsi stereotipi. Nella società odierna si va affermando una forma di violenza: la violenza verbale, più subdola di quella fisica, costantemente fomentata da sciacalli pronti a percorrere, senza scrupoli, la strada pericolosa della propaganda.

Chissà magari pensando a quelle vite finite sul fondale del mare gli occhi e i volti degli uomini saranno irrigati dalle lacrime. Ben vengano, allora, le lacrime sincere e non sterili.

Abbiamo bisogno di lacrime “vere” per tornare umani, abbiamo bisogno di lacrime feconde per tornare a ridonare vita.

Il pianto è uno dei pochissimi momenti nei quali l’uomo del nostro tempo, indifferente e proiettato al consumismo sfrenato, riscopre la sua umanità. Una lacrima è un viaggio interiore che apre le porte del nostro freddo animo al dolore. E il dolore, come la felicità, deve contagiare perché il contagio genera una presa di posizione e l’inizio di un percorso di impegno.

È facile puntare il dito. È difficile rimboccarsi le maniche per un nero che staziona nelle nostre piazze.

È facile scorgere la pagliuzza nell’occhio dell’altro. È difficile trovare la propria trave nel proprio occhio.

È facile trovare colpe nel mondo globalizzato o nella Chiesa. È difficile sciogliere i nostri nodi davanti allo specchio.

Il dialogo può esserci solo tra uomini giusti, non tra uomini doppi. La vera sfida di oggi è operare un cambiamento radicale del nostro contesto sociale: abbandonare le molteplici strutture “integrative-escludenti” per approdare in “porti sicuri” che siano “integrativo-includenti”.

Ripartiamo, dunque, dagli spazi umani: siamo vivi; ci stiamo schierando, non siamo indifferenti ed ibridi; la nostra pelle manterrà ancora colori diversi, ma le nostre mani sapranno stringersi ed i nostri occhi sapranno incontrarsi e non solo scontrarsi.