Di fronte alla successione d’immagini di massacri e distruzioni prodotte dal fanatismo religioso, che quotidianamente sfilano sui nostri schermi televisivi, come non dare ragione a

Da qualche tempo mi capita di soffermarmi davanti agli scaffali della mia biblioteca dove sono allineati i molti libri, storici, teologici e poetici sull’Islam che negli anni ho accumulato e letto con assiduità e passione. Li sistemo, ne prendo qualcuno tra le mani, lo soppeso, ma non lo sfoglio: un misto d’insofferenza e di delusione mi trattiene.

Tempo fa, in libreria, m’è avvenuto di sfogliare il romanzo, intitolato 2084, dello scrittore algerino Boualem Sansal, pubblicato da Gallimard, ora tempestivamente tradotto in italiano, in cui descrive un mondo ormai totalmente sottomesso allo Stato islamico. L’esergo recita: «Forse la religione fa amare Dio, ma niente è più efficace per far detestare l’uomo e odiare l’umanità».

Di fronte alla successione d’immagini di massacri e distruzioni prodotte dal fanatismo religioso, che quotidianamente sfilano sui nostri schermi televisivi, come non dare ragione a Boualem Sansal, come non essere colti da uno sconforto infinito e da pensieri assurdi, fino a formulare nell’intimo una preghiera a un «dio improbabile» di liberarci dalle religioni…

Chi mi sta accanto, ugualmente pessimista ma ragionevolmente responsabile, mi fa notare che una società senza religione andrebbe incontro a mali ancora più gravi. Ma allora, se proprio dobbiamo vivere con le nostre religioni, come possiamo renderle meno grevi?

Non esistono ricette: nel clima che si è venuto creando, chi s’azzarda a parlare di dialogo è guardato con commiserazione ed ostilità, soprattutto in quei teatri di guerra simbolica che sono le trasmissioni televisive. Forse è giunto il momento di disertare quegli spazi, vere e proprie trappole, e cercare altrove luoghi propizi alla parola pensosa e all’ascolto rispettoso.

Non è facile, ma dobbiamo provare a parlarci tra credenti cristiani e credenti musulmani, come tra credenti di qualsivoglia religione. Se ognuno, cristiano o musulmano o altro, riuscisse a parlare partendo dalla propria esperienza di fede, forse si potrebbe sfuggire ai fraintendimenti continuamente in agguato. Infatti, quando sembriamo parlare di religione, ormai parliamo d’altro: tra noi c’è un convitato di pietra che stravolge ogni discorso.

Di che cosa parliamo veramente quando parliamo di Islam? In verità non parliamo di Islam, ma, come ci affrettiamo a dire, è di Islam moderato che parliamo, e subito il discorso scivola su un binario obbligato: ci interessa sapere se questo Islam moderato è sollecito nel ripudiare le oltranze di cui si va macchiando un certo Islam, l’Islam che campeggia nei media.

Come mettere in dubbio che cristiani, musulmani, ebrei ecc., debbano oggi unirsi per sbarrare, con gli strumenti della politica e della vigilanza la strada al terrorismo, impedendo che si bestemmi Dio uccidendo gli uomini. Oggi tutti, senza sosta e senza distinzione, dobbiamo preoccuparci dei bambini che muoiono, delle donne violate, dei vecchi braccati, dei giovani depredati di ogni futuro, degli uomini in fuga dalle guerre, spesso vittime di immagini mostruose di Dio.

È il nostro retaggio in questi tempi bui, è il dovere che oggi s’impone; ma forse, accanto ad esso, e a suo sostegno, c’è un lavoro lungo e difficile che occorre intraprendere: purificare le nostre religioni, perché, non dobbiamo nascondercelo, tutte, in dosi diverse e sotto forme diverse, hanno o celano tracce di violenza.

Certo, tutti, cristiani, musulmani, ebrei e credenti d’altre confessioni, dobbiamo mobilitarci per sbarrare la strada al terrorismo. Ma, per fare questo, occorre cessare di ignorarci e condividere quel deposito d’amore e compassione che le diverse tradizioni contengono. Non possiamo più ignorarci, dobbiamo strapparci agli stereotipi: tra noi, sulle nostre strade, camminano credenti diversi che, nel segreto del loro essere, vivono esperienze spirituali che possono essere tutte feconde se sobriamente condivise.

Dobbiamo cominciare a vedere queste diverse religioni che sono tra noi come opportunità per entrare in contatto con ricchezze interiori che potrebbero nutrire un rinnovamento della nostra società. Solo in questo modo potremo progressivamente prendere coscienza che, per scrollarsi di dosso l’intrinseca violenza di cui sembrano essere portatrici, occorre che le religioni si trasformino in spiritualità e nutrano la vita vissuta. Un uomo religioso può essere autoritario, impositivo, mentre un uomo spirituale sarà sempre umile, propositivo.

Le religioni, con i loro linguaggi simbolici, sono tutte preziose ma tutte ugualmente bisognose di purificazione, come suggeriscono gli uomini spirituali: siano essi sufi, monaci o mistici, si chiamino Rãbi‘a, Rumi, Al-Hallâj, Ibn ‘Arabi, Francesco d’Assisi, Giovanni della Croce, Charles de Foucauld…

La via spirituale, la via mistica è stata ed è spesso circondata da diffidenze. Ma l’idolatria, sempre in agguato in ogni religione, può essere smascherata dalla mistica, dalla spiritualità. Se gli incontri fra credenti saranno ispirati dalla dimensione spirituale, il dialogo non sarà più né uno strumento ambiguo né una prassi che tenta di cancellare le differenze, ma potrà diventare la via per far emergere dal loro fondo le intrinseche potenzialità di ciascuna fede.

Il confronto, necessario, avrà lo scopo di far meglio comprendere la specificità delle diverse tradizioni religiose: quel modo proprio, unico, che ciascuna ha di alludere alla giustizia, senza la pretesa di costruire una sorta di credenza universale, di teosofia. Dentro la propria tradizione religiosa, stimolati dall’autenticità di coloro con cui ci si confronta, sarà più facile valorizzare la fedeltà a quel principio ispiratore, a quella leva fuori del mondo che ogni religione custodisce.

Occorre dunque andare non al di là, ma al cuore di ogni pratica religiosa, sia essa la preghiera, la meditazione, il digiuno, il pellegrinaggio, l’elemosina… fino ad arrivare a cogliere il valore autentico delle singole esperienze spirituali. E quando un’esperienza autentica è condivisa, quando si dispiega come esperienza comunitaria, per uomini che vivono in società, come dubitare che finirà per influire sul comportamento collettivo, migliorando i rapporti tra gli individui?

In apertura di un libro, curato anni fa, sulla Suprema guerra santa dell’Islam, avevo posto questa dedica: «Agli uomini spirituali che operano con pazienza per rendere le religioni più miti, più leggere, non meno esigenti ».

Nella conclusione citavo i versi del mistico Al-Hallâj, martire dell’intransigenza religiosa:

«Ora il mio cuore è capace d’accogliere ogni forma,

Esso è convento dei monaci e tempio degli idoli;

È prato delle gazzelle e la Ka’ba del pellegrino,

Le tavole della Torah e il testo del Corano.

L’Amore è la mia religione e la mia fede».

Questi versi non vogliono somministrare anestetici per lenire la durezza dei tempi bui in cui viviamo, ma ricordare sommessamente che religioni purificate e dialoganti possono concorrere, insieme agli strumenti dell’economia, della politica e della cultura, a formare uomini spirituali, pacifici, adulti, liberi e universali.

Quanto tempo dovrà passare prima che l’esergo di Boualem Sansal divenga meno vero?


4 COMMENTI

  1. Caro professore,

    ho letto molto attentamente il suo articolo e con vivo interesse.
    Condivido e non condivido ciò che ha scritto. Condivido sul fatto che la “religione” possa distorcere la “vera” immagine di Dio e così possa portare a distorcere e a deturpare anche il vero volto dell’uomo.
    Non condivido l’auspicabile appiattimento della religione ad uno spiritualismo universalmente condivisibile nelle diversità. O almeno non lo ritengo auspicabile come punto di arrivo, finale; ma forse lo riterrei valido solo qualora esso possa diventare un punto di partenza, innanzittutto, per porre fine ai terrorismi (come a dire: cessiamo prima il fuoco, e poi iniziamo a ragionare); ma poi bisogna cercare il “vero”, la pace, la giustizia, la libertà.
    La “fede” – cosa diversa dalla religione – non può essere equivalente; le diverse “fedi” non sono equiparabili. Credere nel Dio cattolico, non è la stessa cosa che credere nel Dio ebraico, musulmano, o nelle altre divinità. I concetti dividono, ma la verità non può essere che una sola.
    Ricercare questa verità credo, allora, che sia il cammino di comunione che possa accomunare i popoli. E chi la trova, anche senza poterla possedere totalmente o descrivere, non può fare a meno che professarla per non essere nella menzogna; non può fare a meno che far notare dove sono le falsità.
    A tal proposito mi è venuto subito in mente un testo di Anthony De Mello, “Lezione spirituale di consapevolezza. Messaggio per un’aquila che si crede un pollo”. Ci sarebbero numerosi spunti a tal proposito che potrebbero essere colti per affrontare l’argomento in questione e che potrebbero fornirne un ulteriore sviluppo, ma che purtroppo in queste righe non possono essere presi in considerazione.
    Un ultima considerazione, invece, per concludere, mi sia consentita riguardo lo spirito religioso e l”utilità” della sua esistenza per l’uomo.
    Fin dall’epoca primordiale l’uomo primitivo ha “creato” una propria religione, un proprio dio, per spiegarsi ciò che non riusciva a spiegarsi. La vera questione oggi, a mio avviso, invece, non riguarda una possibile “utilità” del mantenimento di una sorta di spirito religioso per i percorsi di appacificazione e di convivenza civile del popolo umano; ma la vera questione – ritorno a ribadire – è la ricerca della verità; “verità” che sola può portare giustizia, libertà, pace.
    Sembra un po’ come ritornare alle discussioni passate un po’ fuori moda con la caduta del muro di Berlino, se sia l’uomo ad aver creato dio o Dio ad aver creato l’uomo. Pur nella non orginale tematica della faccenda, credo tuttavia che essa resti vitale per l’uomo. Non è di poco conto la cosa. Se è l’uomo ha creato dio, bene, pazienza, la vita resta comunque un dono insperato. Ma se davvero Dio esiste ed ha creato l’uomo e tutto ciò che esiste, vorrei quanto meno venire a conoscenza se Dio sia veramente Dio, e si comporti in tale maniera. E arrivato a questo punto coglierne il “vero” volto potrebbe essere la fonte insauribile della mia felicità, non solo mia ma per tutte le genti. Per questo motivo credere in Dio non equivale a credere in un altro. Perché in che cosa crederei veramente, allora, in quest’ultima circostanza?
    Con stima.

    Nicola Uva

  2. Caro Nicola,
    se uno scritto produce una voglia di confronto vuol dire che è stato letto con attenzione, e questo non può che far piacere.
    Accanto ad un accordo di massima riguardo alla mobilitazione civile e all’impegno politico contro il terrorismo che sempre più insanguina le nostre grandi città, oggi più che mai urgente, nelle tue osservazioni ti mostri preoccupato che l’incontro tra le religioni finisca per sfociare in un pericoloso «appiattimento della religione ad uno spiritualismo universalmente condivisibile nelle diversità». Non è questo il mio pensiero, e proprio questo pericolo ho inteso scongiurare. Quello che auspico è l’approfondimento della dimensione spirituale presente in ogni religione. Le religioni si sono venute costruendo, a partire da un testo fondativo (Bibbia, Corano, Upanisâd), attraverso un processo storico che in taluni casi ha prodotto incrostazioni suscettibili di nasconderne l’ispirazione profonda. Gli uomini spirituali sono i credenti autentici, quelli che non si limitano a una pratica formale, ma vanno al fondo ispiratore delle loro fedi. Uomini spirituali, in particolare, sono i monaci, sufi, starets, chassidim…, figure presenti, sotto questi diversi nomi, in tutte le tradizioni religiose e in ogni latitudine, che scelgono di lasciarsi pervadere dall’ispirazione divina che ogni religione custodisce come il suo bene più prezioso e, con la loro vita, l’additano agli altri credenti. Tra i veri credenti, tra gli uomini spirituali, non ci sono contrasti, opposizioni, ma una singolare, straordinaria, sotterranea comunione senza commistione.
    Louis Massignon, uno dei più grandi orientalisti del secolo scorso, che ha scritto pagine stupende sui mistici musulmani e ha evocato per tutti, nella sua tesi magistrale in quattro volumi, la vita del grande sufi Al Hallâj, martirizzato a Bagdad nel 922, alla fine della sua vita, ha voluto ritrovare, anche fisicamente, nel suo paese natale, la fede degli avi, integra, in nulla diminuita, ma se mai arricchita dal lungo percorso di studio, di dialogo e di confronto con i credenti musulmani ed ebrei. Per questo ha potuto affermare nella Risposta a un amico musulmano : «Non sono tra coloro che pensano che finiremo per intenderci se cerchiamo dei criteri comuni e dei comuni denominatori. Credo che è ciò che vi è di autentico nella specificità di ogni religione che dobbiamo sforzarci di far convergere […]. Non ho alcuna intenzione di dire : amerò meno il Cristo perché vi chiedo di amare di meno Muhammad. Ritengo infatti che questa fedeltà a chi vi ha trasmesso un dono che proviene da Dio, fedeltà in rapporto a cui gli uomini saranno giudicati nell’ultimo giorno, costituisce uno degli elementi fondamentali della fede: ringraziare coloro che ce l’hanno comunicata e trasmessa, serbare fedeltà, è un segno della solidarietà umana; è anche la prova che non siamo soli a delirare ognuno nella nostra cella ma che c’è piuttosto un’opera che si edifica sull’amore e sull’amore per una certa devozione, che non deve essere cieca ma fedele».
    Il grande monaco cistercense, poeta e saggista, Thomas Merton ha sentito la necessità di confrontare ed approfondire la sua fede e la sua esperienza di monaco a contatto con coloro che in Oriente come lui vivevano l’avventura della ricerca dell’Uno, convinto che anche in questo modo si contribuisca all’edificazione della pace e della convivenza tra gli uomini.
    E infine, per quel che riguarda la verità, non si tratta di rivendicarne la proprietà – non c’è una verità cattolica, ebraica o musulmana – c’è semmai una verità che tutti ci possiede in modo diverso e originale. E ognuno, illuminato dalla sua luce, può avere la ventura, forse, di riconoscere il vero volto di Dio. Ma nessuno può imprigionarlo e dichiararlo solo suo.

    • Grazie professore per quello che mi scrive e per aver ulteriormente chiarito il suo pensiero.
      Il suo ulteriore approfondimento lo ritengo preziosissimo e le sono davvero grato per averlo voluto condividere con me.
      Due domande mi vengono al cuore: la prima e’ che cosa provano i mistici orientali, dato che fanno esperienza di Dio giungendo a Lui attraverso un’altra porta che per i cristiani e’ il riconoscimento di Gesu’ quale inviato dal Padre, porta che e’ Gesu’ stesso; ovvero mi chiedo se pur nelle diverse esperienze mistiche non esistano diversi gradi e diverse profondita’ di verita’ vissuta, come ad esempio poteva accadere ai filosofi antichi con i loro esercizi spirituali di giungere a Dio, alla Verita’, ma non in pienezza; ovvero mi chiedo se scendendo in profondita’ non ci sia un sentiero, un livello accomunabile di esperienza fino ad un certo punto e poi maturi una sorta di distacco, ossia una discesa in profondita’ ulteriore per una mistica rispetto ad un’altra, oppure se l’esperienza di Dio possa considerarsi la medesima in sostanza per le mistiche delle diverse religioni; seconda domanda e’ se Gesu’ oggi, se potesse esprimere la sua volonta’ in maniera chiara ed esplicita, vorrebbe che i popoli giungessero a Lui ciascuno attraverso la propria fede o spiritualita’ oppure vorrebbe che ciascun uomo avesse accesso alla pienezza della Verita’ che e’ Lui stesso per donare cosi’ la vita in abbondanza.
      Credo che sopra ogni cosa sia importante la felicita’ dell’uomo e che questo sia anche il desiderio proprio di Dio, che e’ in particolar modo di donare la vita, l’amore, la gioia, la felicita’ derivanti proprio dalla relazione con Lui. Se una persona fosse felice io non gli chiederei mai di cambiare il proprio Dio, ne’ tanto meno glielo imporrei.
      Una santa cattolica, credo sia cosi’ se non sbaglio, disse che chi cerca la verita’ non puo’ che arrivare a Cristo. La sento molto vera come cosa.
      Particolarmente io mi fido di Dio, credo nella sua opera di amore di grazia e di misericordia e a Lui affido tutto, tutto ripongo nelle sue mani.
      Ballo la mia danza sperando sempre di non dimenticare mai chi e’ il vero Danzatore.

  3. Caro Nicola,
    ti ringrazio per l’attenzione che hai riservato alla risposta che ho dato alle tue considerazioni. E lo fai sollevando altri importanti interrogativi: il primo riguarda i mistici presenti in tutte le tradizioni religiose autentiche, il secondo la specificità di Gesù e il suo ruolo nell’accesso alla piena verità da parte degli uomini. Si tratta di problemi immensi che non possiamo pensare di accostare in un «botta e risposta» che rischierebbe di protrarsi all’infinito. Se questi temi rientrano nell’economia di Odysseo potrebbero essere ripresi con sobrietà in brevi ma documentati interventi. Stiamo a vedere. Intanto, sappi che mi ha fatto piacere confrontarmi con te. Domenico

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