Pulse of Europe in Frankfurt am Main 2017-04-09

Firmata la Dichiarazione congiunta per l’avvio della Conferenza sul Futuro dell’Europa (CoFoE)

Il 10 marzo scorso, dopo un ‘attesa durata molti mesi, è stata firmata a Bruxelles dal Presidente del Parlamento europeo Sassoli, dalla Presidente della Commissione Von Der Leyen e dal Premier portoghese Costa – a nome della presidenza semestrale del Consiglio Ue – la Dichiarazione congiunta per l’avvio della Conferenza sul Futuro dell’Europa (CoFoE).

La Dichiarazione congiunta segna l’avvio ufficiale di questo processo – che dovrebbe durare un anno- per portare i cittadini europei a dire la loro sulle politiche europee e sui nuovi equilibri tra le Istituzioni per costruire l’Europa di domani.

La partenza di questa Conferenza è fissata per il 9 maggio – anniversario della Dichiarazione Schuman e Festa dell’Europa – per concludersi la primavera del 2022, durante il semestre di Presidenza francese.

La presidenza della CoFoE sarà affidata congiuntamente ai presidenti delle tre Istituzioni firmatarie, Parlamento Europeo, Commissione e Consiglio; coaudiuvati da un Comitato esecutivo di  9 membri e 4 osservatori.

Al momento, non si conoscono ancora i dettagli circa il coinvolgimento dei cittadini europei, veri protagonisti di questa Conferenza, anche se possiamo prevedere un forte impulso da parte dei giovani e del mondo della società civile all’elaborazione di una nuova visione sull’Unione Europea e il suo rafforzamento come attore globale politico, geopolitico ed economico.

Purtroppo però  –  nonostante da anni se ne avverta la necessità  – non dobbiamo aspettarci dalla Conferenza Sul Futuro dell’Europa una modifica dei Trattati e nemmeno – in tempi brevi  – un nuovo Trattato.

Il Consiglio ha esplicitamente escluso questa possibilità anche se al termine dei lavori le parti coinvolte in questo processo di ascolto – cittadini, enti locali, istituzioni nazionali – potranno consegnare le loro conclusioni alla presidenza della Conferenza.

Un nuovo trattato tuttavia, serve all’Europa e probabilmente era l’obiettivo di Angela Merkel ed Emmanuel Macron – i primi a reclamare l’esigenza di un momento per ripensare la nostra Europa – quando, a partire dal 2019 hanno iniziato a parlare di riforma dei processi decisionali all’interno dell’UE.

La pandemia ha contribuito a rallentare e anche ad “affossare” l’idea di un nuovo Trattato, ma – anche oggi che l’Ue sembra aver assunto un ruolo guida nella sfida alla pandemia attraverso il Next Generation Eu e la gestione per l’approvvigionamento dei vaccini – una riflessione sull’UE e sul rapporto tra le sue Istituzioni  non è più rinviabile.

Riformare l’architettura istituzionale dell’Unione – con un nuovo trattato – per dare un’anima all’Europa.

È la sfida a cui l’UE è attesa da anni e a cui adesso non può più sottrarsi.

Sono passati 13 anni dalla firma del Trattato di Lisbona, un Trattato che, nelle speranze dei leader del tempo, doveva rendere l’Unione Europea un attore globale più forte, unito, capace di esprimersi con una voce sola sullo scenario internazionale.

Speranze che sono state in parte deluse negli ultimi anni, anni in cui l’Europa doveva dimostrare la sua maturità.

La crisi migratoria, la difficoltà ad assumere un ruolo guida nelle crisi in Libia, la Brexit ed in ultimo i problemi con le case farmaceutiche produttrici di vaccini che non rispettano gli impegni presi e l’incapacità della Commissione di far rispettare gli accordi: sono solo alcuni dei problemi che hanno indebolito l’Unione e hanno portato alla ribalta i partiti sovranisti ed euroscettici.

Ma non è solo colpa di soggetti ed eventi esterni.

Abbiamo ancora negli occhi le immagini dello scorso luglio e le drammatiche quattro notti del Consiglio Europeo che doveva approvare il piano per la ripresa del Vecchio Continente da 750 miliardi (Next Generation Eu), un Consiglio falcidiato e rallentato dai veti e dagli egoismi nazionali.

Davanti alla peggior crisi sanitaria ed economica dal dopoguerra, alcuni dei Capi di Stato e di Governo hanno continuato ad agire unicamente pensando al proprio consenso interno e alle dinamiche elettorali.

Ma per fortuna, alla fine di quelle 4 notti, ha prevalso lo spirito comunitario e il valore della solidarietà, vera linfa che da oltre 70 anni anima e nutre il processo di integrazione europea.

E allora, anche se finalmente l’Europa ha deciso di aprirsi ai cambiamenti globali – in primis attraverso la scelta dei Paesi membri di emettere debito comune per sostenere il NGEU  – un nuovo trattato è ancora necessario all’Unione per rilanciarsi e farsi trovare pronta per le sfide a cui chiamata,

L’Europa dei prossimi anni – anche se ha perso il Regno Unito – si allargherà ancora ai Balcani occidentali. L’ingresso di Serbia, Montenegro, Albania e Nord Macedonia, malgrado gli sforzi di questi Paesi, è frenato non solo dai problemi interni dei paesi candidati, ma anche per la presa d’atto – comune a quasi tutti gli Stati membri  – della necessità che prima di aprirsi ancora è urgente riformare i meccanismi decisionali e la modalità di voto, riducendo le materie per le quali è richiesta l’unanimità, causa di impasse in Consiglio. Peraltro, il metodo decisionale è uno dei problemi ma non certamente l’unico che allontana l’Unione europea dai suoi cittadini.

Nell’ottica di un ripensamento del rapporto tra Istituzioni è essenziale anche potenziare il ruolo del Parlamento Europeo – organo eletto a suffragio universale e quindi il più vicino ai cittadini – ma anche rinforzare il metodo comunitario a discapito del metodo intergovernativo.

La Conferenza sul Futuro dell’Europa non farà miracoli ma se non altro aprrà un dibattito serio sulle debolezze dell’Unione Europea e metterà Istituzioni e cittadini davanti al bivio:  rilanciare e ridisegnare l’Europa per renderla all’altezza delle sue sfide, su tutte l’avvio ufficiale del Next generation Eu e il nuovo modello di sviluppo incentraro sull’European Green Deal e la transizione verde e digitale.


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