Si chiama Gianmarco Cannone, in arte “Monorene”, il ventiquattrenne che, lo scorso 3 luglio, ha esordito con il singolo “Nostalgico”. Da Andria a Sanremo passando per Roma, il percorso musicale di Monorene affonda le radici nell’humus della più creativa diversità

 Ciao, Gianmarco. Da cosa è ispirato il tuo soprannome “Monorene”?

Da me stesso, dato che ho un rene solo. Ho sempre avuto un certo imbarazzo nel dire questa cosa di me agli altri, dato che la gente si preoccupa subito per la mia salute facendomi domande di ogni tipo. Forse è stato questo il motivo per il quale ho scelto questo nome d’arte, per dire a tutti che sì, sono Monorene e sì, sto bene. Usare una caratterista che da giovani può abbatterci, farci sentire diversi dagli altri: “Monorene” è un modo simpatico per spezzare questo tabù dell’infanzia.

Prodotto con Gabriele Roia e Claudio Bruno, il tuo primo singolo, “Nostalgico”, ha già riscosso un discreto successo sulle piattaforme musicali digitali. Ma quali malinconie o rimpianti potrà mai avere un giovane cantautore di soli 24 anni?

Ne approfitto per ringraziare tutte le persone che hanno ascoltato e condiviso il mio brano, e soprattutto le due che hai citato. Gabriele e Claudio hanno tantissimo talento, ed è stato un onore per me poter collaborare con loro. Per quanto riguarda le malinconie e i rimpianti, credo non sia giusto farne una questione di età, dato che le emozioni non possono essere quantificabili in numeri. Sono le esperienze che le alimentano, e le persone che conosci durante il tuo cammino. Ventiquattro anni sono pochi, ma sicuramente la mia “nostalgia” ha un background diverso da quella di un cinquantenne o di un bambino di due anni. Ma rimane pur sempre nostalgia.

Che sensazione hai provato nel calcare il Palco dell’Ariston di Sanremo con Sergio Sylvestre nel coro gospel S.A.T.& B. di Maria Grazia Fontana, e nel collaborare, successivamente, con la band pugliese “I Caroselli”?

Ringrazio Maria Grazia Fontana per l’esperienza che mi ha fatto vivere su quel palco. Eravamo otto ragazzi a cui tremavano le gambe, con i riflettori puntati addosso. Non credo ci siano altre parole per descrivere il tutto, le lacrime di gioia nelle quinte credo possano bastare. Parlando de “I Caroselli”, Fabio Tesoro e Michele Zagaria posso ritenerli due carissimi amici e bravissimi musicisti con i quali ho condiviso esperienze uniche. Molti palchi, molte feste e molte le piazze che ci hanno visti uniti a suonare ogni tipo di genere musicale: dal cantautorato al reggaeton. Grazie a loro ho capito cosa vuol dire suonare per qualcun altro all’infuori di sé stessi, che il mestiere del musicista va oltre il semplice divertentismo come molti invece pensano.

Quale tipo di formazione credi di aver maturato durante il periodo che hai trascorso nella Capitale?

In realtà la vera formazione musicale l’ho avuta in Puglia con l’Accademia musicale Federiciana (ringrazio Agnese Paola Festa, Michele Lorusso e Luciana Negroponte). A Roma ho avuto inizialmente esperienze tutt’altro che musicali: mi sono trasferito con l’intenzione di avviare un mio personale progetto musicale, e mi sono ritrovato a lavorare in discoteche, locali e (la cosa più divertente) a fare il runner per Glovo. Ho deciso di fare queste esperienze non solo per responsabilizzarmi, ma anche per sentire questa città più mia, scoprirla da ogni punto di vista. Tornavo a casa ed ero lì di nuovo solo con la mia musica, ma più storie vissute da raccontare e riportare nei miei testi.

È possibile, al giorno d’oggi, coniugare il genere indie con quello pop più commerciale?

Ho sempre pensato che la musica non abbia bisogno di essere etichettata. Esistono generi, ma siccome si parla pur sempre di arte, se si trova una via di mezzo tra tutti è sempre meglio. Commerciale di solito viene utilizzato dai giovani negativamente, ma credo che l’indie da essere un genere “di nicchia” sia ormai diventato più vendibile di altri. Esistono molti prodotti quindi che congiungono il genere indie a quello pop commerciale, e io voglio ambire a questa congiunzione giacché credo sia il modo più semplice per arrivare a più persone possibili. Non è una trovata di marketing, ho una formazione classica e amo il jazz, il soul, il funk e la musica elettronica. Infatti, cerco di mettere una caratteristica di ognuno di questi generi in ciò che faccio, anche minima.

Vorrei concludere questa intervista ringraziando le persone che hanno veramente permesso tutto questo, i miei genitori. Grazie.


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Miky Di Corato
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.

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