-Vado a comprare le sigarette.

Buio. In realtà la luce c’è. Anzi due, quelle sui nostri comodini. Fino a un attimo fa stavamo leggendo, ognuno immerso nel suo mondo, ma sempre in cerca di un punto di contatto tra il fantasy e il poliziesco. È l’una e mezzo. Siamo animali notturni, malgrado la sveglia. Ho ancora il libro in mano, ma non riesco a vedere le pagine.

-Ok, non metterci molto. Se ce la faccio ti aspetto sveglia.

Ma perché gli ho risposto così, perché non gli ho chiesto spiegazioni, davvero non l’ho trattenuto? Che ho detto? Che mi è saltato in mente? Il suono della mia voce mi ha sorpreso. Una calma sconosciuta. Sto andando in confusione, mi sento paralizzata.

La porta si è chiusa. Via, andato. Neanche un bacio. Le sigarette… Certo che poteva sforzarsi un po’ di più, trovare una scusa migliore. Ma sta succedendo proprio a me? Triste, incazzata, scioccata. Ecco, sì, sono sotto choc. Nemmeno mi ricordo come si fa a piangere.

Dicevo, le sigarette. Pensavo fosse tutta una leggenda. Sai, quelle storielle famose che ti raccontano, farcite di particolari, sempre la stessa trama declinata in mille versioni. Quel gusto stucchevole di scavare nel marcio, quel “lui” che aveva finito le sigarette e poi non si è fatto vivo per anni. Leggende, o trame poco invitanti di qualche filmetto. Finché è toccato alle mie orecchie, fino al momento in cui nella storiella leggendaria, volente o nolente, ho avuto un ruolo da protagonista. Beh, diciamo da comparsa un po’ ingombrante.

Fumiamo tutti e due, pure troppo. Ma ho ancora quattro sigarette nel pacchetto, e come è capitato decine di volte le avrei divise con lui. Quello che è sparito senza voltarsi indietro.

Apro il cassetto del suo comodino, nella speranza di un indizio e, guarda caso, c’è un pacchetto di sigarette ancora chiuso. Sta lì, ma senza biglietti a fargli compagnia. Non c’è niente per me, se non quelle venti paglie. E adesso che faccio? Gli istanti di rabbia e incredulità tentano di camuffare la disperazione. Che stupida, pensi veramente che una lettera avrebbe cambiato le cose? È proprio vero, non si finisce mai di conoscere una persona. Ma quando te lo dicono gli altri rifiuti di crederci, presuntuosa! Pensi che evidentemente sono stati tutti più sfortunati di te. Di te che capisci al volo quel tipo che ti siede di fronte a tavola, che ti abbraccia mentre guardate un film sul divano, che ti dorme a fianco. Ed eccola lì la disperazione, che fa capolino e per fregarti punta tutto sui ricordi.

Giovedì abbiamo fatto l’amore, due volte, come se stessimo insieme da dieci mesi e non da dieci anni. Questo almeno è quello che ho pensato io tre giorni fa, nel passato remoto. Come potevo immaginare che fosse il suo saluto, che per lui fosse l’ultima volta prima dell’addio? Eppure sembrava averci preso gusto. Negli ultimi tempi ogni tanto pareva assente, lontano. Lo avevo attribuito ai suoi problemi di lavoro. Sbagliavo. I segnali c’erano tutti, e io con altrettanta convinzione ho fatto il possibile per non accorgermene.

Oggi, prima di cena siamo andati a fare la spesa all’ipermercato e direi che è stato divertente. Lui faceva lo spiritoso come al solito; in macchina abbiamo chiacchierato tanto all’andata e canticchiato al ritorno. Tra gli scaffali, insisteva perché scegliessi tutto quello che piace a me. L’ho scambiato per un gentiluomo. Immaginavo gli ingranaggi del suo cervello in moto per architettare una sorpresa. Quando abbiamo portato tutti i sacchetti in macchina stavo per aprire il portabagagli come al solito, ma mi ha fermata.

-Non ce n’è bisogno, c’è abbastanza spazio sul sedile di dietro.

Così mi ha detto il vile. Io, per la millesima volta credulona, non ho battuto ciglio. Adesso devo smettere di pensare alle ore precedenti ed essere pragmatica. Benissimo, che faccio? Oddio, che faccio?

Mi serve un confronto, voglio vedere la cosa dal di fuori. Ma a quest’ora non posso telefonare a nessuno. E tantomeno prendere la macchina per raggiungere l’amica fidata più vicina. Poi, non è detto che sia in grado di guidare in questo stato. La stradale sarebbe capace di trovarmi positiva all’alcool test. Ah, ma tanto la macchina non c’è più. Mi ha anche lasciata a piedi il bastardo. Domani dovrò andarci in taxi in ufficio.

Lo troverò, non fosse altro che per fargli pagare la corsa.

Sento un rumore. Non è il fracasso degli improperi nella mia testa. Mi alzo e senza accendere altre luci vado verso l’ingresso. Qualcuno sta combattendo con la serratura. La porta si apre e riconosco le scarpe. È tornato, ma non vedo la faccia, coperto com’è dal valigione che sta portando in braccio. Ci ha ripensato, è rientrato con tutta la sua roba. Ma quando ha preparato la valigia? E perché la sta appoggiando sul tavolo della cucina? Pensieri stupidi che servono solo a rimandare il confronto. Ma questa storia va affrontata, e subito. Mi viene da piangere e non devo. Mi avvicino. Sorride. Mi indica quella cosa scura sul tavolo. È ancora buio. Non è una valigia. Un enorme pacco per due mani incapaci di scartarlo. Mi aiuta, mentre con l’altro braccio mi cinge le spalle. Credo abbia capito, anche se di me adesso vede solo un’ombra tremolante. Da un punto imprecisato dello spazio e del tempo intravedo il giradischi dei miei sogni. Quello che non potevamo ancora permetterci.

Le sigarette erano una scusa. Almeno su questo ci ho preso.

 

Claudia Ceci


[Foto: www.dottorsport.info]

 

 

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Claudia Ceci
Giornalista e un po’ girovaga. Curiosissima. Non è esperta di niente. Così su due piedi le vengono in mente: mare, fuoco, libri, cinema, castelli, puzzle, vino buono, parole crociate. Spera che le domande abbiano risposte. Le piacciono le persone, e quindi le storie. Ha cominciato a scrivere favole a sette anni perché credeva alla magia. Scrive perché ci crede ancora.

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