Un problema esistenziale, legato all’uomo: la solitudine. L’uomo, pur essendo un animale politico, come lo definisce Aristotele, deve fare i conti con se stesso e il suo essere al mondo, che lo vede solo, fragile e indifeso. La solitudine ci pone delle domande, degli interrogativi, anche se questo può risultare doloroso.

Attraverso urla di passione e, soprattutto, di desolazione l’Uomo-Dio sulla croce esclamò: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» A prescindere dal credo di ognuno, si può affermare che quel grido è ancora attuale. Di fronte alle tempeste della vita, l’uomo si sente trascurato da Dio e le parole di Gesù crocifisso sono capaci di raccogliere ed esprimere il senso della sofferenza di ogni uomo, del suo sacrificio, e della sua solitudine.

Anche Carlo Lorenzetti, in arte Collodi, mette in bocca al suo personaggio Pinocchio, caduto nelle mani dei briganti che lo impiccano, questa espressione: «Padre mio, perché non mi aiuti?» Altrove, nella letteratura greca, Arianna piange la lontananza di Teseo, l’eroe che uccise il Minotauro proprio grazie al suo aiuto, salvo poi abbandonarla. Ed, infine, la sposa (l’anima) nel Cantico dei Cantici, tesoro della mistica universale, che prova nel cuore un senso di sconfinata tristezza e di smarrimento nei confronti del suo coniuge, ardentemente desiderato, interroga le amiche: «Avete visto l’amore dell’anima mia? L’ho cercato, ma non l’ho trovato». Vengono in mente i tanti anziani che, in case di cura o negli ospedali, non hanno più accanto un loro caro…

Ma anche nella solitudine e nello sconforto più grandi può sorgere l’invito alla speranza, quella che animò lo spirito del poeta Leopardi, dall’indole affatto pessimista, uomo il cui testamento letterario, La Ginestra, ci inebria così:

E tu, lenta ginestra,

Che di selve odorate

Queste campagne dispogliate adorni,

Anche tu presto alla crudel possanza

Soccomberai del sotterraneo foco,

Che ritornando al loco/Già noto, stenderà l’avaro lembo

Su tue molli foreste. E piegherai

Sotto il fascio mortal non renitente

Il tuo capo innocente:

Ma non piegato insino allora indarno

Codardamente supplicando innanzi

Al futuro oppressor;

…Meno inferma dell’uom, quanto le frali

Tue stirpi non credesti

O dal fato o da te fatte immortali.

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Giuseppe Volpe
Giuseppe Volpe è nato nel 19/04/1986 ad Andria. Ha conseguito nel 2010 la laurea triennale in Lettere classiche con una tesi in Didattica del greco sugli epigrammi erotici di Paolo Silenziario, poeta bizantino, conseguendo nel 2013 la laurea magistrale in “Filologia, letterature e storia dell’antichità” con una tesi in Paleografia greca. Pubblica nel 2006 la sua prima raccolta di poesie, “La natura dei simboli”, e nel 2008 la seconda raccolta poetica, “Il fuoco”, e poi nel 2013 la terza, “Piccolo Canzoniere, poema d’amore tra l’anima e Dio”. Ha partecipato a vari concorsi letterari ottenendo ottimi risultati, collaborando anche con artisti locali per la produzione di spettacoli teatrali.

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