“Guarda i girasoli:

s’inchinano al sole,

ma se vedi uno che è inchinato un po’ troppo significa che è morto.

Servire è l’arte suprema.

Dio è il primo servitore;

Lui serve gli uomini, ma non è servo degli uomini”.

(Tratto dal film “La vita è bella)

 

La citazione di questa settimana è tratta dal profondo e bellissimo film “La vita è bella” ed è messa sulle labbra dello zio Eliseo, quando deve spiegare a Guido (interpretato da Roberto Benigni) l’ arte di servire a tavola.

Secondo il modesto parere di chi scrive, questa metafora può essere usata anche per l’arte di servire l’uomo.

Infatti, questa riflessione ci dà la possibilità di proiettarci a uno dei giorni che vivremo la prossima settima: il giovedì santo, giorno caratterizzato dal gesto della lavanda dei piedi e dall’istituzione dell’ Eucaristia.

L’ atto del servire non può e non deve ridursi a pura filantropia, ma deve essere amore autentico e incondizionato dell’uomo e per l’uomo, visto che per il Cristianesimo quell’uomo rappresenta la carne di Cristo.

Nella battuta dello zio Eliseo viene usata un’immagine particolare: il girasole, che – come sappiamo e come dice la parola stessa – è quel fiore che ha la caratteristica di rivolgersi verso la luce – il sole nello specifico – con un atteggiamento ancora più particolare: inchinandosi leggermente ad esso, quasi in segno di adorazione.

Ecco che il servire diviene l’inchinarsi dell’uomo verso Dio e, con il Cristianesimo, l’inchinarsi di Dio dinanzi all uomo.

Infatti, Gesù proprio nell’ultima cena, narrata solo dall’ evangelista Giovanni, dopo aver deposto le sue vesti, simbolo della sua autorità, e dopo aver preso un asciugatoio si inchina dinanzi agli apostoli, che rappresentano gli uomini di tutti i tempi, e si mette a lavar loro i piedi, che è la parte più sporca del corpo umano, perchè a contatto con la terra.

Quel Gesù, che rappresenta Dio, allora diviene quasi “meno uomo”, visto come erano trattati gli schiavi a quel tempo, per poter servire l’uomo ed elevarlo quanto più a Dio.
Dio, quindi, nella persona di Cristo non vuole servirsi degli uomini, ma servirli.

Si potrebbe obiettare: ma questo Dio che serve, a che serve?

La risposta potrebbe essere: ad insegnare all’uomo d’oggi ad amare e servire il prossimo, intendendo quest’ultimo non come una persona astratta, ma coloro che mi sono immediatamente vicini.

Bisogna d’altro canto – sulla falsa riga della metafora di zio Eliseo –  guardarsi bene “dall’inchinarsi un po’ troppo”, altrimenti si rischia che il servizio divenga schiavitù e asservimento.

Se ciò accade l’uomo, come il girasole troppo chino su se stesso, muore, perde la propria dignità e, ahimé, anche la sua felicità.

Una piccola annotazione sulla cronaca di ogni giorno: cosa è l’Isis, se non un “servizio asservito”? I suoi militanti credono di servire Dio, ma in verità si servono di Lui per i propri interessi.

Già è abominevole il fatto che un Dio si serva degli uomini, figuriamoci quanto sia ancora più grave che è un uomo che si serva di Dio. Ed ogni fondamentalismo, di ieri come di oggi, è un tentativo di “asservimento di Dio”.

L’evento e l’avvento di Cristo, invece, ci dà un testimonianza diversa e nuova di servire Dio e l’uomo.

Ancora oggi la Chiesa è chiamata a perpetuare nel tempo e nella storia tale servizio.

Don Tonino Bello amava parlare della “Chiesa del grembiule” e definiva tale indumento il paramento sacro per eccellenza.

Nondimeno, questa chiamata al servizio può essere esteso anche alla società di oggi, affinché riascopra l’importanza dell’uomo e della sua dignità.

Anche lo Stato, in altre parole, come la Chiesa deve dismettere i “segni del potere” per vestire il “potere dei segni”, così come ripeteva lo stesso don Tonino.

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