Considerando gli ultimi avvenimenti di intolleranza che coinvolgono il mondo intero, sono giunto alla convinzione che la convivenza non solo è da ricercare ma anche da favorire, però restando “saldi nella identità”.

E ciò significa: veicolare e trasmettere i valori relativi al concetto del rispetto della cultura del diritto, ciò che evidentemente manca nella cultura islamica. Basti pensare al mondo arabo e alle numerose forme di violazione dei diritti inalienabili di ogni uomo.

Accettazione della differenza, come antidoto alla violenza. L’antidoto più efficace contro ogni forma di violenza è l’educazione alla scoperta e all’accettazione della differenza, come “ricchezza e fecondità”. L’essere diversi per fede, cultura e costumi non deve essere vissuto come confine da difendere, ma come ponte da lanciare nella prospettiva profetica della “convivialità delle differenze”.

No ai conciliarismi. È necessaria quindi un’adeguata formazione affinché, “fermi nella propria identità, si possa crescere nella conoscenza reciproca”, come sostiene Papa Francesco. Dire sì a tutto per evitare i problemi, è un modo di ingannare l’altro e di negargli il bene che uno ha ricevuto come un dono da condividere generosamente.

Occorre allora puntare al superamento della cultura del pregiudizio che preclude ogni possibilità di dialogo e di scoperta della ricchezza dell’altro. Occorre “tornare ai fondamenti”: quando ci accostiamo ad una persona che professa “con convinzione” la propria religione, la sua testimonianza e il suo pensiero ci interpellano e ci portano ad interrogarci sulla nostra stessa spiritualità Al principio del dialogo c’è, dunque, l’incontro. Da esso si genera la prima conoscenza dell’altro. Se, infatti, si parte dal presupposto della comune appartenenza alla natura umana, si possono superare i pregiudizi e le falsità e si può iniziare a comprendere l’altro secondo una prospettiva nuova.

Serve anche recuperare uno stile del mutuo rispetto, riconoscendo che ogni fede, cultura ha un suo valore innegabile che va trasmesso non con la forza delle armi o della violenza ma con “la forza” della verità

Con queste premesse, ci si avvicina all’altro in punta di piedi senza alzare la polvere che annebbia la vista. Con queste premesse si può aprire un dialogo fondato su identità chiare: sulla ricerca appassionata, paziente e rigorosa della verità e della bellezza, presente nel cuore di ogni uomo e donna e realmente visibili in ogni autentica espressione religiosa. La cultura e l’educazione non sono affatto secondarie in un vero processo di avvicinamento verso l’altro, nel rispetto di ciascuna persona.

Quando i popoli si muovono nulla resta come prima né sul piano politico né economico. L’esodo in corso non è da considerare il “male”, ma il “sintomo” di un male, poiché è il segnale di un mondo ingiusto ed è denuncia di un’idea di Occidente, fulcro della civiltà, che va sfaldandosi. È innegabile che la civiltà occidentale ha prodotto risultati che sono patrimonio dell’intera umanità (letteratura, filosofia, arte, scienza), ma è anche vero che sono presenti tanti aspetti discutibili e che sono sotto gli occhi di tutti.

Il grido dell’umanità continua a farsi sentire nelle molte tragedie di carestie, disastri ecologici, genocidi, guerre, Noi invece ci nascondiamo dietro la carità facile, quella che poggia sull’emozione che dura poco e dal facile sms da un euro. Diamo accoglienza estiva ai bambini di altri Paesi, ma forse non ci fa problema il turismo sessuale o l’acquisto di organi dei bambini del Terzo Mondo per guarire i nostri ragazzi.

La verità è che dobbiamo ormai convincerci che esistono più culture, tutte con proprie caratteristiche, storia e dignità. Bisogna accoglierle e confrontarsi con esse. L’integrazione è un processo lento, faticoso, scomodo, che esige il suo prezzo, ormai necessario, se si vuol stare al passo dei tempi.

È il tempo di convincersi che le migrazioni non sono libere decisioni di chi vuol fare un’esperienza avventurosa, ma è scelta forzata, anzi, più che scelta, è una necessità.

Questo è almeno quanto si impara non alla scuola di ideologi, analisti e pensatori, ma alla “cattedra della vita”, alla “scuola della strada”, “ai piedi del dolore umano”.

Sono un migrante, un viandante alla ricerca della verità, della giustizia e di umanità.


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Geremia Acri
So che tutto ha un senso. Nulla succede per caso. Tutto è dono. L'umanità è meravigliosa ne sono profondamente innamorato. Ciò che mi spaventa e mi scandalizza, non è la debolezza umana, i suoi limiti o i suoi peccati, ma la disumanità. Quando l'essere umano diventa disumano non è capace di provare pietà, compassione, condivisione, solidarietà.... diventa indifferente e l'indifferenza è un mostro che annienta tutto e tutti. Sono solo un uomo preso tra gli uomini, un sacerdote. Cerco di vivere per ridare dignità e giustizia a me stesso e ai miei fratelli, non importa quale sia il colore della loro pelle, la loro fede, la loro cultura. Credo fortemente che non si dia pace senza giustizia, ma anche che non c'è verità se non nell'amore: ed è questa la mia speranza.