La crisi economica ha fatto emergere un nuovo Stato all’interno dell’Unione Europea: è il Paese dei … disoccupati!

A marzo del 2015 erano più di 23 milioni le persone senza un’occupazione all’interno dell’Unione (dati Eurostat). In molti casi si tratta di uomini e donne che non solo hanno perso il posto di lavoro, ma che risultano anche esclusi/e dalle più minime forme di protezione sociale. Durante la recessione è emerso il cosiddetto fenomeno della “corsa al ribasso”.

In altre parole, per far fronte alle esigenze di bilancio, molti Paesi hanno deciso di tagliare le risorse destinate agli stabilizzatori fiscali. In questo contesto socio-economico drammatico è quindi emersa una vecchia-nuova idea: quella di lanciare un sussidio europeo di disoccupazione all’interno dell’Unione Economica e Monetaria (UEM, ovvero l’insieme di tutti quei Paesi, ad oggi sono 19, che hanno deciso di adottare la moneta unica). Questa misura allevierebbe gli effetti di una recessione economica, sostenendo il reddito e stimolando la domanda aggregata – quindi i consumi. Ma soprattutto, il sussidio darebbe finalmente un “volto umano” all’UEM, con politiche che hanno un effetto tangibile nella vita quotidiana dei cittadini.

In cosa consiste il sussidio?

Il sussidio europeo di disoccupazione è uno stabilizzatore fiscale automatico che coprirebbe tutti i disoccupati dell’Eurozona che hanno contribuito ai sistemi nazionali di previdenza sociale per almeno 12 mesi prima di perdere il lavoro. Tenendo in considerazione le differenze nel PIL pro capite dei diversi Paesi membri, il sussidio dovrebbe corrispondere all’80 per cento dello stipendio medio nazionale e al 50 per cento di quanto si percepiva da occupati e durerebbe per un periodo di tempo limitato (12 mesi). Lo schema sarebbe finanziato da tasse pagate da lavoratori e datori di lavoro raccolte attraverso le amministrazioni nazionali e gli Stati sarebbero liberi di destinare ulteriori risorse per rendere il sussidio più generoso. Secondo i calcoli di diversi studi, tale misura avrebbe un impatto minimo sul bilancio dell’Eurozona. Se fosse stata applicata tra il 2000 e il 2013 sarebbe costata circa 50 miliardi di euro l’anno (ossia meno dell’ 1 per cento del PIL dell’Area Euro).

Perché no?

Il sussidio europeo di disoccupazione è un’idea molto ambiziosa, la cui realizzazione ha però suscitato diverse critiche. La più importante è legata al rischio che esso provochi l’emergere di trasferimenti fiscali permanenti tra gli Stati membri. Varie simulazioni hanno infatti dimostrato che sotto le già citate condizioni, alcuni Stati (Germania, Austria e Olanda) diventerebbero contributori permanenti e altri (Lettonia e Spagna) beneficiari permanenti. Altre pubblicazioni hanno poi messo in discussione il potenziale di stabilizzazione del sussidio, dicendo che esso sarebbe efficace solo per combattere la disoccupazione di breve periodo e non quella strutturale di lungo termine – che è aumentata in modo considerevole a causa del prolungarsi della crisi economica. Pertanto lo schema sarebbe più incisivo in caso di brevi crisi e non di lunghi periodi di recessione. Accanto ai problemi fiscali ce ne sarebbero altri di natura legale. I mercati del lavoro dell’UEM sono molto frammentati tra loro ed è difficile trovare un modello che vada bene per tutti. Ogni Paese ha una sua particolare legislazione del lavoro, con sistemi più o meno generosi in termini di percentuale del PIL destinato alla spesa sociale. Inoltre, il Trattato di Lisbona impedisce trasferimenti fiscali all’interno dell’Unione. Vi è infine il rischio di “azzardo morale”. In altre parole, il sussidio potrebbe spingere alcuni Stati a usare queste risorse per scopi diversi da quelli previsti – ma che pagano di più in termini di consenso politico – disincentivandoli ad attuare le riforme necessarie per riformare i mercati del lavoro, superando le distorsioni interne.

Perché sì?

Tutti questi ostacoli fiscali, legali e istituzionali possono essere risolti. I vantaggi superano di gran lunga gli svantaggi. Vari studi dimostrano che se fosse stato implementato durante la recente crisi il sussidio avrebbe assorbito il 36 per cento dello shock di disoccupazione registrato nel 2009, con un grande effetto di stabilizzazione in Grecia, Lettonia ma anche in Paesi come l’Austria. Il sussidio permetterebbe di garantire un sostegno economico a diverse categorie oggi escluse da sistemi di protezione contro la disoccupazione, come i lavoratori autonomi. Secondo le stime il sussidio consentirebbe di coprire il 31 per cento di lavoratori in più in Grecia e il 21 per cento in Italia. La misura rappresenterebbe anche un forte stimolo per riformare i diversi mercati del lavoro dei Paesi dell’UEM. Coprendo la disoccupazione di breve termine, tale provvedimento obbligherebbe gli Stati a impegnarsi in politiche volte a ridurre quella di lungo periodo, eliminando le distorsioni esistenti e consentendo di affiancare a una maggiore flessibilità un adeguato livello di protezione sociale. Una maggiore armonizzazione delle diverse legislazioni sul lavoro consentirebbe di diminuire le barriere fra gli Stati, incrementando in modo considerevole la mobilità dei lavoratori all’interno del mercato unico europeo.

Un sussidio europeo di disoccupazione sarebbe una misura efficace per combattere gli effetti sociali provocati dalle crisi, ma ha bisogno di tempo e soprattutto di una forte volontà politica per essere realizzato. Tale politica non è certo la panacea di tutti i mali dell’Unione, ma rappresenta una valida soluzione per costruire quell’Unione sociale, di cui spesso si parla, ma che si fa fatica a realizzare in pieno.

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Daniele Fattibene
Daniele Fattibene è un giovane ricercatore della…conoscenza! Mezzosangue apulo-lombardo, napoletano di adozione ed Europeista convinto (e un pò disilluso) è laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali a Napoli (L'Orientale) prima e Forlì (Alma Mater Studiorum) poi. Si occupa di questioni di sicurezza europea con un interesse particolare verso i Paesi dell’Europa dell’Est. È come tutti noi un Ulisse 2.0, un cittadino del mondo amante delle lingue straniere, del viaggio, dell’ignoto e delle verità “scomode”. Collabora con diverse riviste e magazine online tra cui "AffarInternazionali", "EastJournal", "Social Europe" e "Reset". Lavora presso l'Istituto Affari Internazionali (IAI) di Roma. Twitter @danifatti

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