Quel che sarebbe bene apprendere dal passato…

“Mens sana in corpore sano”, la locuzione latina, tratta da un capoverso delle satire di Giovenale, suggella la stretta relazione che, già al tempo dei Romani, vigeva tra l’attività motoria e la salute mentale.

In verità anche i Greci, prima dei latini, attribuivano grande importanza allo sport per il ruolo che giocava nella comunità: infatti, venivano sospesi tutti i conflitti armati in occasione delle Olimpiadi, affinché i giochi, in onore di Zeus, potessero svolgersi in un clima di pace e sportività. Quest’ultima parola fu di grande centralità nel programma educativo dell’Ellade, la paideia: insieme al teatro, lo sport forniva al demos, in particolare ai giovani, le basi della morale greca, fondate sul rispetto reciproco e il sano agonismo.

Lo sport, dunque, era promotore di questi valori etici e allo stesso tempo incitava alla cura del corpo.

Ancora oggi a distanza di secoli, l’attività fisica custodisce i sani principi che tutti i governi hanno l’obbligo morale e giuridico di trasmettere alla comunità, in particolare ai giovani. Lo sport per i ragazzi rappresenta la prima forma di interazione e integrazione con l’ambiente esterno dal proprio nucleo familiare: la condivisione dello spogliatoio e l’insegnamento del coach segnano l’inizio di un percorso di crescita di un adolescente.

Ma la vera battaglia per la sportività si gioca in “campo”: nella competizione. Il rispetto per l’avversario, durante l’agone, nel mondo greco era di nevralgica importanza, ma questo non si può dire nel mondo d’oggi: sono molto frequenti, sui mass media, immagini e video di incontri sportivi durante i quali emerge un comportamento empio e deplorevole, di cui insulti, sputi e atteggiamento antisportivo sono un chiaro esempio.

Questi atteggiamenti, purtroppo, non vengono filtrati dai notiziari e dai social e pertanto le notizie sono amplificate, arrivando ad un pubblico più ampio, sovente molto giovane, che sarà più propenso ad emulare i propri “campioni”.

Infatti lo sport negli ultimi anni si è intorpidito, dando così spazio a notizie di cronaca nera: dilagano episodi di violenza e di razzismo in tantissime discipline sportive.

L’atteggiamento dimostrato negli ultimi anni riflette un profondo senso di antagonismo nei confronti del rivale, visto come un ostacolo da oltrepassare a tutti i costi per vincere. “L’importante è partecipare non vincere” direbbe qualcuno, ma l’assioma ormai è stato invertito: “l’importante è vincere, non partecipare”. Questa variazione sintattica comporta un evidente mutamento di significato: la vittoria è il fulcro attorno al quale i mezzi e i modi rappresentano un semplice elemento decorativo. Questa prospettiva inquieta soprattutto se vista come insegnamento per i più piccoli: lo sport è simbolo di coesione non discriminazione; simbolo di fratellanza non di razzismo; simbolo di lealtà e non di sotterfugi.

Per porre fine alla sceneggiata indecorosa alla quale abbiamo assistito negli anni, il 13 maggio 1992 i ministri Europei responsabili per lo sport hanno approvato il “Codice europeo di etica sportiva” che mira ad aiutare ed incentivare il fair Play all’interno di tutte le realtà sportive: dai piccoli centri dove crescono i ragazzi alle più rilevanti attività sportive nel mondo. Un progetto volto a sensibilizzare tutte le fasce della popolazione e tutti gli strati sociali, evidenziando come non sia solo un progetto rivolto ad un ristretto ambiente, ma all’intera comunità europea: “Il fair Play è essenziale se si vuole promuovere e sviluppare lo sport e la partecipazione”. Con la frase “la lealtà nello sport è benefica per l’individuo, per le organizzazioni e per la società nel suo complesso” riecheggiano le parole del mondo greco e latino antico. Prendere spunto dal passato è sempre costruttivo per formare il presente. A volte, copiarlo è meglio.

Andrea Grillo


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