April 15, 2022, Kyiv, Kyiv, Ukraine: Ukrainian President Volodymyr Zelenskyy, delivers an address on the Russian invasion, April 15, 2022 in Kyiv, Ukraine. (Credit Image: (C) Ukraine Presidency/Ukraine Presi/Planet Pix via ZUMA Press Wire)

Cosa avverrà? Attendiamoci una primavera ed estate molto calde e pericolose anche per noi

Quando nel 1914 scoppiò il I° Conflitto mondiale nessuno lo desiderava. Dalle pagine dei giornali dell’epoca l’assassinio di Sarajevo passò quasi inosservato, con tanto di cordoglio internazionale per la morte di Francesco Ferdinando. Anche allora, come oggi, vi erano posizioni contrapposte, sentimenti nazionalistici che pervadevano il mondo europeo, posizioni politiche di attesa e incapaci di guardare al futuro. Oggi siamo sul crinale pericoloso di un conflitto che non sa che evoluzione prendere, mentre scoppiano focolai diversi nel resto del mondo. Sembra quasi un progetto ideato a tavolino. Da una parte Russia, Cina, Corea del Nord ed Iran con tutto il ventaglio di dittature, movimenti politici come gli Houthi nello Yemen (che non sono una popolazione ma un partito) a loro seguito e dall’altra gli Stati Uniti, che stanno vivendo uno dei propri storici momenti di chiusura verso l’estero. E, in ultimo, le democrazie europee. Naturalmente, questo comporta diversi scenari, dalla guerra in Donbass a quella israelo-palestinese, alle tensioni fra Pyongyang e Seul a quelle fra Pechino e Taipei e fra la stessa Pechino da una parte e Vietnam e Filippine dall’altra per la questione degli stretti.

In Ucraina, mentre scrivo, si va profilando un quadro tendente a un conflitto che possa congelarsi, dato che nonostante gli sforzi i russi non sfondano pur se avanzano lentamente nel Donbass. Si palesano fra le truppe russe problemi logistici, dati i continui attacchi a infrastrutture dei droni ucraini, sia essenziali difficoltà di movimento, data la presenza di pianure e colline, intervallate da torrenti, laghi e foreste che anche in contesti piccoli divengono formidabili luoghi agevolanti la difesa. Come mostra l’affidabile sito Oryx che geolocalizza ogni mezzo distrutto[1], i russi hanno già perso più di 15.500 mezzi, e dalle immagini e video in rete sembra che l’arte dell’arrangiarsi sia diventata un must, visto che l’utilizzo di protezioni sui carri armati sembrano goffe. La tattica preoccupante è però di mandare ondate di soldati, facilmente neutralizzabili, male armati, utili a scovare le difese di Kiev, da attaccare poi con soldati meglio addestrati e armati. Cosa che per noi europei ricorda le spallate stile Cadorna, stile Marna o Somme nel primo conflitto mondiale. Il classico pugno di morti e feriti (più di mezzo milione) da mettere sul tavolo della pace. Gli ucraini si stanno trincerando, sperando arrivino al più presto gli aiuti più sostanziosi stanziati da Washington.

Fermare il conflitto? Questo scenario di congelamento, se avvenisse, sarebbe simile a una divisione in salsa cipriota più che coreana, con due entità distinte ma in realtà molto similari. Il problema di una soluzione di questo tipo è, leggendo varie analisi, sul tavolo delle cancellerie, ma viene contrastata dalle attività sul terreno e dalla difficoltà di capire chi possa, sostanzialmente, dividere in futuro i due contendenti in una zona cuscinetto con una forza di interposizione. L’India? Il Brasile? I Paesi dell’America Latina o quelli africani? Il difficile è capire chi possa fungere infatti da ago della bilancia. Un eventuale armistizio e cessate il fuoco sarebbe solo un momento, in un contesto di tempo che poi prevederebbe una ripartenza del conflitto, in un prossimo o remoto futuro. Gli Usa, in questo momento, distratti dalle elezioni presidenziali, sembrano essere lontani da ciò che, esplosivamente, potrebbe travolgerli nel prossimo futuro. I 61 miliardi di dollari per Kiev in realtà sono una sorta di contentino, ben consci che il peso dovrà ricadere tutto sull’Europa. Non pronta a investire nelle armi (pur se l’Italia vede aziende che stanno facendo grossi affari a tale proposito).

Il vero problema geopolitico è che la Russia desidera essere riconosciuta come potenza reale, sullo stile dell’Unione Sovietica, con sfere d’influenza che rimarchino, grosso modo, quelle di Yalta e oggi dialogherebbe solo ed esclusivamente con gli Stati Uniti, per vedersi riconosciuta questa forza e presenza. Un articolo del Foreign Office[2] del 16 aprile scorso ha evidenziato come nella prima fase del conflitto un accordo di base fosse stato già concluso a Istanbul fra le parti ucraine e russe, ma come poi sia tutto naufragato per veti incrociati ora di Londra, ora di Washington, ora di Kiev e Mosca stesse. Gli Usa non si sarebbero mai potuti davvero impegnare nel difendere l’integrità di un Paese non Nato come l’Ucraina, in un prossimo futuro. Nella bozza dell’accordo si sarebbe riportata l’assistenza di tutti gli Stati considerati garanti (Turchia, Italia, Israele, Canada, Germania, Polonia e la Russia stessa), obbligati in caso di un attacco all’Ucraina a fornire assistenza a Kiev con una “no fly-zone” e a intervenire direttamente anche con l’invio di truppe. L’Ucraina, in cambio della cessione della Crimea, di una larga autonomia al Luhansk e al Donetsk di una limitazione alle proprie forze armate e forse di una dichiarazione di neutralità, avrebbe potuto aderire all’Unione Europea. Si è stati davvero vicino alla chiusura della vicenda? Forse. E forse sarebbe anche il punto di partenza di un nuovo accordo possibile, lì dove la situazione sul terreno non cambiasse radicalmente con una Caporetto dell’esercito ucraino.

Papa Francesco, con l’intervista che ha suscitato poco tempo fa tanto scalpore e indignazione anche nel mondo cattolico, voleva indicare proprio questo. La bandiera bianca è un modo per dialogare, fermando una inutile strage di civili e soldati mandati al macello, uccisi da un drone di passaggio o da una mina non vista, o fatti esplodere in un carro armato o feriti e poi morti congelati. Il Papa ha nella mente proprio questo, fermare il conflitto immediatamente, proponendo una soluzione negoziale di qualche tipo, che salvaguardi anche la sorte dei civili nelle zone occupate. Sarebbe una soluzione ideale anche per la Russia, che ha perso molto del proprio armamento (per sé ormai è in una economia di guerra che gonfia i dati del Pil interno) e che comunque non riesce a muoversi con facilità già in un terreno conosciuto come l’Ucraina. Il Papa si basa sulla Dottrina Sociale[3], in cui una guerra giusta non può avvenire mai, salvo alcune condizioni difficili da avere nello stesso tempo. Riporto di seguito le condizioni poste:

-che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo;

-che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci;

-che ci siano fondate condizioni di successo;

– che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare.

Come è facile notare anche mancando una sola delle condizioni una guerra non può considerarsi giusta. Il Papa quindi non ha sbagliato nulla, anzi la sua esortazione spiega proprio la situazione ucraina, con tutto il proprio dramma.

Intanto, la Cina ondeggia fra una alleanza interessata con Mosca a una posizione di mediazione fra quest’ultima e Kiev, avendo i propri assets principali nella Via della Seta, gravemente compromessa dal conflitto in corso. In più, la Cina ha problemi interni che sono poco presenti nelle cronache internazionali, ma che influiscono sulle decisioni interne, in specie dopo gli anni della pandemia di Sars-Cov 2. C’è anche l’Iran, che dopo gli accordi con l’Arabia Saudita riguardo la situazione in Yemen, punta a diventare la vera potenza mediorientale, ma anch’essa sta conoscendo ancora proteste, sempre represse, che stanno mettendo in grave difficoltà il regime teocratico. Fermo restando la minaccia di un conflitto, ora più difficile con Israele, specie dopo il ripristino della situazione di deterrenza (dopo gli attacchi alla sede consolare di Damasco e alle ritorsioni incrociate con attacchi di missili e droni) e di ritorno a una guerra sotterranea con Tel Aviv. Ad ora unico risultato è l’accordo fra Houthi, russi e cinesi per evitare che nello stretto di Bab-Al Mandab ci siano attacchi alle proprie navi. Che è ancora poco per i piani geostrategici di Russia e Cina.

Mosca e Pechino sanno bene che storicamente non possono essere coincidenti nei propri obiettivi specie in Oriente, dove le Nazioni ex sovietiche come il Kazakhistan tendono a vedere più nella Cina (e India) che nella Russia il partner privilegiato. Ma sono alleati di convenienza, non eterni come sembrerebbe. Chi giocherà un grande ruolo in futuro è l’India di Modi, sempre più pronta a prendere in alcuni ambiti il posto di Pechino. La vera partita però sarà giocata in Africa, sempre più coinvolta da colpi di Stato orchestrati anche dalla ex Wagner (ora Russian Afrika Korps), da fughe occidentali (vedi le vicende del Mali e del Niger), da conflitti etnico-regionali (esploderà a breve, senza intervento, un conflitto armato che può coinvolgere Burundi, Ruanda, Congo), da guerre civili (in Libia, dove l’Italia non ha la forza che ha la Turchia), da accordi commerciali furbi (come quelli fra la Russia e l’Algeria, nostro fornitore di petrolio che sostituisce proprio Mosca).

La prospettiva futura di una guerra ibrida che coinvolga l’Europa è sempre presente, con l’invio di masse di migranti, con azioni di guerra elettronica e di disturbo alle rotte aeree nella zona del Baltico e dell’exclave di Kaliningrad, che tanti problemi stanno dando ai voli dai Paesi scandinavi. Insomma, la situazione non è per nulla rosea. Detto che una guerra nucleare non è scoppiata ancora, nonostante gli annunci russi di linee rosse da non superare (invio degli Himars, degli Atacms, attacco a ponte di Kerch, attacchi dentro il territorio russo alle raffinerie, attentato al Crocus attribuito agli ucraini), i rischi non sono da sottovalutare.

Cosa avverrà? Attendiamoci una primavera ed estate molto calde e pericolose anche per noi. Rammento che a volte basta un evento, anche imprevedibile, per innescare una reazione a catena, in senso ora positivo, ora negativo. Il timore è che le diplomazie odierne non sembrino in grado di reggere il confronto con quelle degli anni Sessanta e Settanta, che riuscivano a dialogare. In questo momento il dialogo è solo sotterraneo, nascosto e quindi anche più imprevedibile. In Russia siamo visti ormai come nemici e qui sta avvenendo lo stesso, dato che mandiamo in soffitta i classici russi da due anni, mescolando Dostoevskij e Puskin con Putin. Forse serve davvero ascoltare il Pontefice, l’unico in grado oggi di dire a tutti il pericolo reale che incombe su di noi: un conflitto europeo che, ancorché convenzionale, distruggerebbe il sogno della pace su cui ci eravamo cullati per decenni. E non si venga a dire che il pacifista oggi è un pacifinto, tutto propenso a difendere indirettamente Putin. Ne sta andando invece della persona umana e della visione che ne dobbiamo avere. Essere per la pace è essere contro guerre, come quelle odierne, perverse e subdole, dove la dignità della persona è minacciata. Chiunque ne sia la vittima, in Europa o Medio Oriente.

[1] https://www.oryxspioenkop.com/2022/02/attack-on-europe-documenting-equipment.html

[2] https://www.foreignaffairs.com/ukraine/talks-could-have-ended-war-ukraine

[3] Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n.497 e seguenti disponibile al link https://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/justpeace/documents/rc_pc_justpeace_doc_20060526_compendio-dott-soc_it.html#III.%20IL%20FALLIMENTO%20DELLA%20PACE:%20LA%20GUERRA


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Antonio Cecere (1980), docente di Filosofia e Storia presso il Liceo Tito Livio di Martina Franca. Laurea in Filosofia presso l’Università degli studi di Bari nel 2004, con relatore il prof. Francesco Fistetti e una tesi in Storia della filosofia contemporanea su Karol Wojtyla. Appassionato di Bioetica, ha conseguito il Master in Bioetica e Consulenza filosofica a Bari e il Master in Bioetica per le sperimentazioni cliniche e i Comitati etici presso il Politecnico delle Marche oltre a vari perfezionamenti di ambito pedagogico e didattico. Impegnato nella Cisl Scuola, è in Azione Cattolica per cui attualmente coordina il Mlac di Taranto come incaricato. Socio Uciim, insegna filosofia anche agli adulti presso l’Università popolare Agorà di Martina Franca. Fra le sue passioni lo studio della storia, il calcio e la musica rock. In passato, oltre che clown terapeuta presso l'asssociazione Mister Sorriso di Taranto, è stato anche conduttore di programmi radiofonici. Presso il Liceo Tito Livio, da qualche anno, coordina il Progetto Percorsi di Bioetica per avvicinare, attraverso modalità didattiche innovative e con la collaborazione di esperti esterni, gli allievi alla cittadinanza bioetica. Ideatore di vari caffè filosofici nella provincia di Taranto e in Valle d'Itria.

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