di Carmen Pellegrino, Editore La nave di Teseo

Una cultura notevole e nutrita con devozione nel tempo e con passione, una grazia espressiva che va oltre il talento; un inizio narrativo sbalorditivo, nella pagina dopo la dedica: Credevamo di essere salvi. Figli di un miracolo… […].
Ho respirato per poco un miracolo editoriale e sperato che quella grazia non si interrompesse con quel diluvio di erudizione che segue, sciorinato, con un impeto inarrestabile quasi autocompiaciuto.
Un fiume di frasi che questa scrittrice, educata e garbata in presenza, umile, getta senza misura nelle oltre 100 pagine.

L’ho ascoltata attentamente alla presentazione di quest’ultimo suo romanzo nella Libreria Luna di Sabbia a Trani: ho visto i suoi occhi scuri curiosi; ho visto il suo modo semplice e discreto di vestire; ho sentito la sua voce pulita da inflessioni e sicura, elegante. Mi ha fatto una bella impressione. Un intellettuale e critico letterario presente lo ha definito un capolavoro. E qui si deve trattenere il fiato prima di controbattere. Qualcuno ignora le lezioni storiche di Beppe Fenoglio, non il più conosciuto Il partigiano Johnny, ma i veri capolavori di Una questione privata e La paga del sabato. Rileggeteli. La storia vede l’uomo triste e solo contro un unico dio cattivo e vendicativo chiamato uomo.

Arrivato alla fine delle pagine, lo comprendo con amarezza, ogni luogo, ogni personaggio reale o inventato è solo un pretesto per segnare e decostruire (termine caro nel senso mistico a Simone Weil) la propria solitudine, la ricerca di un sentimento in cui riposare quando il lutto avrà spento la luce sugli ultimi affetti in vita. Si percepisce la paura di dimenticare e di essere dimenticati, perché il ricordare in vita aiuta a sopravvivere alle macerie del poi.
Marco Autelio, citato da Carmen Pellegrino, parla di una Cittadella Interiore: una metafora che emerge nei suoi scritti chiamati Pensieri, una sorta di luogo di rifugio interiore, un luogo sacro della mente dove ognuno può ritirarsi per riflettere e rafforzarsi dinanzi alle avversità della vita.
Lei, l’autrice, fa propria l’esperienza di questa cittadella, decide di custodirci dei ricordi commoventi e ben scritti di sua madre e di suo padre, della sua infanzia e adolescenza.

Il limite però è farsi cronista, l’andare a cercare lo scorcio storico in cui inserire, ficcare, attimi che le sono appartenuti. L’essere e il sentirsi una storica, una testimone di eventi che hanno segnato il nostro Paese.
Il titolo “Dove la luce” è allo stesso tempo sia la forza sia la condanna.
Quale ombra, prima di essere metabolizzata e divorata precede la luce?
Con tutta probabilità la vera trama del romanzo è un cuore, quello di Carmen, troppo invischiato con la sopravvivenza quotidiana per illuminare tutti gli istanti. Un ego costruito che difende una interiorità complessa e di cristallo. Il dolore che non punisce le colpe e la felicità che non premia il rigore.

Trovo superflue le pagine, ai fini narrativi, in cui è ostentata la biografia di un noto economista come Federico Caffè e le lettere che costui, in invenzione letteraria, scrive ad una certa Adolphine (altro nome di Simone Weil). Sembra, di primo acchito, una operazione commerciale: attirare lettori di nicchia, adescare, con la vita, e soprattutto con la scomparsa misteriosa, di un docente universitario unico e raro per scibile e generosità. Sicuramento non è così, tuttavia rafforza in me la convinzione che l’autrice potesse ritenere insufficiente, emotivamente e concretamente, il materiale della propria vita passata e presente. Caffè era devoto alla bellezza, la semplicità è bellezza, e agli oppressi. Era fedele a entrambi.

Sembrano essere tanti gli estranei all’inchiostro del libro e nell’inchiostro, forzature narrative, cui la scrittrice sembra tenere molto, ne cito alcuni: Milo e Otto; tutte le varie stragi di cui il cimitero della coscienza italiana è pieno; la poetessa poco conosciuta Alfonsina Strorni (il titolo del capito è simpatico Facebook, ottobre 2023); il capitolo Effatà (le carte degli arcani maggiori e in contrapposizione Cristo); il capitolo Toppe (Vittorio Tondelli un immenso); i pochi episodi che pretendono di inquadrare la complessa Simone Weil.

La Weil è quanto di meglio, filosoficamente parlando, un intellettuale possa avere nei suoi libri: rifiuta la Chiesa, è probabilmente il teologo più sincero di tutto il Novecento non perché abbia trovato una formula valida per credere senza credere ma perché per lei scrivere equivaleva a pregare: a comportarsi, agire, solo in spirito di verità, avendo come unico scopo la verità. Questo Pellegrino non l’ha scritto. L’essenziale sfugge alla storica.

Le pagine più belle sono quelle in cui si accenna alle condizioni fisiche di sua madre prima della morte, a suo padre e alla terra, alle radici meridionali, ai dialoghi sul battesimo tra il padre e il parroco. Il capitolo L’ombra del Padre. Sa di famiglia e la guerra eterna e sanguinaria degli uomini teme i legami.

Che motivo c’era di riempire pagine e pagine di nomi illustri e famosi? Di scavare nelle tombe in cui la parte deviata del nostro Paese ha seppellito dei morti scomodi? È un libro personale e tale doveva rimanere.

Alla fine, sento il dovere morale di pregare, da lettore, Carmen Pellegrino di guardarsi dentro più spesso perché la bellezza ama nascondersi e la sua è preziosa. La sua scrittura è preziosa.


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