L’uomo che voleva sfamare il mondo – 1/2

C’era una volta un uomo che sognava di sfamare il mondo; progettò di trovare, selezionare e incrociare le migliori varietà di cereali, di legumi, di alberi da frutta esistenti al mondo. Ma non si accontentava di sognare.

“Fa’ quel che puoi” scrisse sul suo diario. “Se non puoi fare qualcosa che volevi, sarai perdonato, ma se non intendi provare a fare qualcosa, non lo sarai”.

“Voglio appassionatamente la scienza. La amo. È lo scopo della mia vita. Solo nella scienza si può trovare entusiasmo”. Per lui era importante “impegnarsi in tutto ciò che dà gioia, tranquillità emotiva e razionalità”.

Stiamo parlando di Nikolaj Vavilov (1887-1943), nato nella Russia zarista e morto nell’URSS staliniana.

Viaggiò in Europa per confrontarsi con gli scienziati e poi, instancabilmente, da Mosca a Kursk, Asgabat, Hamadan, Kermanshah, Menzil, Gilan, nel cuore della Persia (oggi Iran), alla ricerca di varietà di grano resistente alle muffe che devastavano i raccolti della Russia del nord. La produttività agricola della Russia, siamo nel 1916, era un terzo di quella degli altri Paesi produttori. Vavilov raccoglieva instancabilmente semi, di riso, di lino, di ogni varietà di piante. Il suo progetto, poi concretamente realizzato, era la fondazione di una banca dei semi universale.

Sempre nel 1916 Vavilov procede verso il Pamir, in inverno. Egli pensava che le varietà più antiche di piante non dovevano essere cercate nelle pianure alluvionali, ma sui monti, nelle valli più impervie. Buchara, Garm, Shugnan, fra i tagiki. Poi Chorug, fino alle valli del Gunt e dello Shakdara. L’ipotesi di Vavilov trova conferma: varietà di grano con spighe insolitamente grandi, ideali per combattere la fame. E inoltre grano, orzo, lenticchie, segale: il Pamir si dimostra “un laboratorio naturale” dove nel corso dei millenni si erano sviluppate “forme peculiari” di colture.

Il 1917 è l’anno della Rivoluzione bolscevica. Vavilov lavora all’Accademia agraria della Petrovka. A Saratov impianta il suo laboratorio con oltre 12000 ibridi di grano e di orzo. Alterna l’attività di insegnamento a quella di ricerca. Vuole conoscere la botanica antica e per questo non esita ad intraprendere lo studio del Latino.

Nel 1924 guida una spedizione di ricerca in Afganistan e riporta in Russia 7000 esemplari di semi. Nel nord est trova campi di grano, orzo, miglio, mais, fave, ricino, fieno greco. E poi cotone, papavero da oppio, canapa, tabacco. Gli orti sono stracolmi di alberi da frutta.  Vavilov raccoglie campioni di ogni tipo.

Il viaggio in Afganistan dura sei mesi e quella terra si dimostra una vera e propria miniera.

Due anni dopo, nel 1926 la destinazione è l’Africa. La spedizione viaggia dall’Algeria fino alla Palestina, poi si imbarca per la Somalia, l’Abissinia e l’Eritrea. Vavilov spedisce in totale 120 casse di materiale. A maggio è in Italia e poi torna in URSS via Grecia, Creta e Cipro.

L’ultima spedizione avverrà alla fine del 1932 in America centrale e meridionale: spedì in patria sette tonnellate di materiale. Sul diario annotò: ”Ogni naturalista dovrebbe visitare almeno una volta i tropici per fare esperienza di tutto il violento sviluppo della vita, dell’intera gamma di colori del mondo degli animali e delle piante, di tutte le complesse transizioni dalla vita alla morte, dagli epifiti ai parassiti, alla forza creatrice della vita”.

Nikolaj Vavilov morì per denutrizione il 26 gennaio del 1943 nell’ospedale della Prigione n. 1 di Saratov.

Come è possibile che uno scienziato e ricercatore che amava il popolo del suo Paese e di tutto il mondo, al punto da sognare e prodigarsi instancabilmente per trovare varietà di cereali, legumi, frutta capaci di risolvere definitivamente le cicliche crisi alimentari, sia stato lasciato morire di fame in un carcere? Quale crimine commise?

[continua]


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Sono nato a Barletta nel 1956; ho insegnato Lettere per 23 anni e sono stato dirigente scolastico dal 2007 al 2023. Mi sono dedicato allo studio di vari aspetti della storia locale e sono membro della Società di storia patria per la Puglia; ho censito, trascritto e tradotto le epigrafi di Barletta. Per i tipi della Rotas ho pubblicato il romanzo-saggio “Ricognizioni al giro di boa”. Da molti anni mi interesso di religioni (specialmente il Buddhismo Mahayana) e di dialogo interreligioso. Ho avuto la fortuna di avere tre figli e ora di essere anche nonno! Da settembre 2023 sono in pensione: si dice tecnicamente "in quiescenza" ma è un po' difficile fermarsi. Gioco a tennis, mi piace molto viaggiare e credo molto nel lifelong learning. Sono stato cooptato in Odysseo da Paolo Farina :) e gli sono grato per avermi offerto uno spazio per parlare di scuola (e non solo) fuori dall’ambito formale/ istituzionale.

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