Una via autonoma al pensiero complesso

Già i Maestri Greci, grazie ai loro continui commerci con i vari popoli del Mediterraneo, non solo avevano arricchito le loro conoscenze, ma soprattutto erano approdati al bisogno di dare loro una forma più sistematica  sino a creare le condizioni per la nascita sia della scienza o episteme che della stessa filosofia, saperi a cui hanno cercato di dare delle fisionomie concettuali di carattere più universale; in tal modo hanno reso il mare Mediterraneo  il ‘mare del possibile’, come ha sostenuto  Paul Valéry prima, e poi sede del triplice ‘miracolo greco’ a dirla con Michel Serres per il concomitante sviluppo delle idee  scientifiche, filosofiche e democratiche. Quando queste idee sia pure a fatica sono penetrate nel tessuto sociale e culturale dell’Europa, hanno permesso  a partire dall’Umanesimo italiano diverse ‘esplosioni’, per usare una recente espressione dello studioso polacco Lech Witkowski; tale espressione è presente in molti suoi lavori che vanno dalla matematica all’epistemologia, dalla psicologia alla pedagogia per capire le  complesse dinamiche dei fatti umani che se sono accompagnati da uno sforzo di riflessione, come i Greci avevano insegnato, possono rivelarsi fecondi, produrre ulteriori condizioni di cambiamento e diventare veri e propri fattori ‘determinanti’  per altre ‘trasformazioni concettuali’ in ogni ambito, come viene chiarito in altri scritti degli ultimi tempi.

Pur vagabondando tra discipline diverse ma con una sensibilità epistemologica non comune forgiatasi nel lungo confrontarsi con figure a lungo emarginate nell’ambito della filosofia della scienza come Federigo Enriques, Gaston Bachelard e Ferdinand Gonseth ultimamente al centro di interesse anche grazie al suo impegno, Witkowski  ha lavorato e continua a lavorare in uno spazio interdisciplinare “pur attraverso le frontiere della separazione”, come spesso  afferma, ma con lo scopo di fornire una visione d’insieme dell’umano per applicarla innanzitutto nel campo dell’educazione, luogo privilegiato delle ’trasformazioni pedagogiche’ e settore più che mai decisivo oggi come ci hanno insegnato prima Jean Piaget e poi Edgar Morin. Questa esigenza   è ritenuta necessaria  data l’eccessiva specializzazione dei saperi che se non inseriti in una strategia teoretica di largo respiro e ad ‘incrocio’ (carrefour), come hanno sostenuto prima con forza lo stesso Piaget grazie ai suoi decisivi lavori e poi le diverse figure di filosofi e scienziati che hanno contribuito allo sviluppo del pensiero complesso, si prestano ad essere strumentalizzati e semplificati col rischio di creare delle menti tecnicamente equipaggiate ma incapaci di produrre nuove ed ‘esplosive rappresentazioni’ concettuali e di far crescere un nuovo senso della realtà con dei consequenziali comportamenti nel campo socio-educativo.

Witkowski, pur formandosi in un ambiente culturale come quello polacco caratterizzato dalla presenza della Scuola di Logica di Leopoli degli anni ’30 e della nuova Scuola di Poznan di orientamento analitico, ha tracciato sin dall’inizio un autonomo percorso, anche grazie a dei periodi di studio passati  all’estero ed in Italia dove ha avuto prima la possibilità di confrontarsi con Ludovico Geymonat, Giulio Giorello, Dario Antiseri, Massimo Baldini, Carlo Vinti e alcuni esponenti della Scuola meridionale di epistemologia  (su questa Scuola, cfr.  Bruno Widmar e la Scuola meridionale di epistemologia,  Odysseo 1 aprile 2021) e poi di continuare in questi ultimi tempi a collaborare con un gruppo di pedagogisti dell’Università del Salento su temi inerenti la pedagogia sperimentale e sociale alla luce del pensiero complesso. Il percorso dello studioso polacco è, infatti, improntato quasi strutturalmente a tale approccio grazie ad una profonda lettura del pensiero di Gaston Bachelard che gli ha permesso di elaborare un “approccio basato sulla solidarietà e sull’apertura concettuali” e nello stesso tempo in grado di fare emergere “una sorprendente rete di connessioni e manifestazioni dell’esistenza”.

Ma questo è stato possibile, come nel più sano pensiero complesso, adottando una metodologia consistente nel prendere idee e concetti provenienti da diversi saperi, di svilupparli e di inserirli in altri settori e contesti di ricerca come quello strategico della filosofia dell’educazione e non solo, arricchita da altre esperienze di pensiero  come quelle di Erikson, Habermas, Bachtin e Bateson; in tal modo, come diceva Bachelard, un concetto nel suo continuo nomadismo acquista più senso quando ha una storia  col cambiare anche il  registro epistemico da dove proviene rivelandosi così oltremodo proficuo. Poi sulla scia di Enriques, tenuto sempre presente sino a diventare quasi una sentinella del pensiero a più dimensioni contro le tentazioni normative di stampo positivista o analitico, Witkowski di fronte alla pluralità di risultati e di punti di vista non cade nella Scilla del dogmatismo né nella Cariddi dello scetticismo; e questo percorso che si potrebbe chiamare ad ‘innesto’ continuo, per parafrasare una espressione di Hélène Metzger, si rivela essere la base indispensabile del progresso cognitivo che porta al radicale cambiamento del punto di partenza e soprattutto, come egli stesso suggerisce, ad una strategia imperniata sull’idea di “sapere per correggere le premesse dell’azione”.

Quando storicamente i saperi come ad esempio scienza ed arte, che poi sono come diceva Simone Weil il frutto del continuo scontro con  le rugosità del reale e a volte tragico se l’uomo arriva a ‘mentire’ su di esso, si sono incontrati hanno dato vita a vere e proprie esplosioni e a momenti di creatività unici ed irripetibili  sino a costituire quello che Witkowski chiama ‘suoli simbolici’ col dare alito a “quell’ambito invisibile situato ai [nostri ]piedi che è la cultura”; per questo sin dall’inizio del suo percorso ha concentrato i suoi sforzi teoretici sul concetto di cultura  per trovarvi una vera e propria ‘impalcatura categoriale’, come la chiamava Bachelard, in grado di offrire “diversi impulsi per ampliare l’orizzonte della riflessione umanistica e delle stesse scienze sociali” e per “rivitalizzare il pensiero pedagogico sull’educazione” rivolto al cambiamento.  I suoi numerosi lavori sulla filosofia della cultura e dell’educazione, sulla pedagogia sociale si sono programmaticamente allargati ad altri campi sviluppando euristicamente  alcune idee-base della  visione storico-concettuale in senso enriquesiano del mondo delle matematiche;  così sono stati attraversati e metabolizzati criticamente, ad esempio, l’approccio psicoanalitico di Eric Erikson, la psicologia evolutiva della scuola di Lawrence Kohlberg, la semiotica di M. Bachtin, l’approccio ecologico di G. Bateson,  la teoria dell’agire comunicativo e dell’interesse cognitivo di J. Habermas. Tali studi  sono sempre accompagnati da ulteriori approfondimenti del pensiero di Enriques e di Bachelard  e soprattutto delle loro idee sul cruciale tema del ruolo della teoria nell’ambito della conoscenza scientifica, che gli hanno permesso di liberarsi sul terreno ermeneutico da qualsiasi forma di empirismo nelle sue diverse variabili.

È venuto così a snodarsi un percorso oltremodo ricco e variegato dove sono rimasti costanti alcuni nuclei concettuali oltre a quello di ‘cultura’, come le strategiche idee di ‘identità’, di ‘trasformazione’, di ‘autorità’ a partire dalle prime opere come Identità e trasformazione del 1989, Universalismo della zona di frontiera. La semiotica come cultura di M. Bachtin nel contesto dell’educazione del 1992; ma il passaggio cruciale e nello stesso tempo originale, venutosi a concretizzarsi negli ultimi tempi, è quello che Witkowski chiama il mondo delle ‘scienze umane applicate’ in opere come Le scienze umane applicate. La virtuosità, le passioni e l’iniziazione del 2018 e Le psicodinamiche e le loro strutture. Studi sulle scienze umane applicate del 2020, opere precedute dal fondamentale lavoro Versus. Sulla dualità strutturale delle fasi dello sviluppo nell’ecologico ciclo di vita nel quadro del modello di Eric H. Erikson del 2015, che si potrebbe considerare l’opera più epistemicamente orientata nel senso che Witkowski, mettendo a frutto la sua formazione matematica di base, ci offre una nuova lettura dei lavori di Erikson alla luce del concetto di dualità tramite gli operatori. Si analizzano, infatti, gli aspetti dinamici dei processi sociali e si approfondiscono le poste in gioco di quella che chiama ‘la sfida della dualità’, che ricorda  il celebre testo curato da Mauro Ceruti e Gianluca Bocchi nel 1985 La sfida della complessità;  attraverso l’operatore ‘versus’ ritenuto alla base delle relazioni umane e delle fasi vitali, tale idea di dualità permette di comprendere lo stesso processo di oscillazione tra i due poli che vengono così unificati  nella loro pur fragile funzionalità, dove i due poli non più chiusi in se stessi, come nella vecchia dialettica soggetto/oggetto, nell’oscillare si trasformano in dei ‘progetti’ grazie al ruolo attivo del soggetto nel cogliere le potenzialità intrinseche nell’oggetto, come li chiamava Gaston Bachelard.

In tal modo si mettono in evidenza la particolarità del cambiamento e la capacità di agire  da parte del soggetto che supera la vecchia logica basata sull’opposizione al vecchio aprendosi ad una prospettiva essenzialmente ‘esplosiva’ e nello stesso tempo ‘dialogica’, risultato della fluttuazione, degli spostamenti di equilibri, della presa in carico sia livello esistenziale che cognitivo della dualità come fattore determinante dell’esistenza sempre tesa così strutturalmente a progetti in grado di ‘correggere le premesse dell’azione’ e gli stessi fondamenti iniziali. Ma tutto questo Lech Witkowski lo ha potuto elaborare attraverso una metariflessione sugli effetti esplosivi delle scienze umane nell’ambito più in generale del pensiero dove prendono piede le nostre ‘rappresentazioni concettuali’ che ci condizionano se non sono all’altezza delle situazioni che viviamo; ed in tal modo non poteva non approdare attraverso una via autonoma, potremmo dire polacca, al pensiero complesso e  fornirci delle chiavi ermeneutiche e  gettare dei semi per progettare insieme forme di cambiamento sempre più resesi necessarie per le poste in gioco delle sfide planetarie che ci attendono.


Fontehttps://pomorska.pl/prof-lech-witkowski-boje-sie-narastajacej-buty-wladzy/ar/c15-14331151
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Mario Castellana, già docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo nonché direttore della Collana Internazionale "Pensée des sciences", Pensa Multimedia, Lecce; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.

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