Le pazzie che non sembrano pazzie. Perché se le facciamo tutti, le chiamiamo normalità.

Te ne dico cinque, quelle che mi vengono in mente mentre sto seduto sulla panca della mia R.S.A.

Primo: “La pazzia della visibilità obbligatoria”.

Una volta facevi una cosa e poi, forse, la raccontavi. Oggi se fai una cosa e non la racconti, è come se non l’avessi mai fatta. Oggi devi filmare il tramonto invece di solo guardarlo, devi postare la corsa invece di correre soltanto.

Questa è pazzia perché abbiamo scambiato l’esistere con l’essere visti esistere. Michele non fotografa il suo negozio di parrucchiere ci lavora e basta. Per il mondo di oggi è un fallito, non produce documentazioni.

Secondo: “La pazzia dell’ottimizzazione infinita”.

Dobbiamo ottimizzare il sonno, l’alimentazione, le relazioni, le mail, il tempo libero. Ma il tempo libero ottimizzato diventa un secondo lavoro…
Così facendo abbiamo trasformato la vita in un’azienda di cui siamo: amministratori delegati, dipendenti e prodotto. Non si dorme più, ma “ottimizzi il recupero”. Non mangi più, “integri i macros” come fa Excel.

Terzo: “La pazzia di volere tutto senza accollarsene il peso”.
Vogliamo l’amore senza la gelosia, l’amicizia senza il fastidio, la libertà senza la solitudine che consegue.
Vogliamo il frutto senza l’albero da coltivare.

È la pazzia più osannata perché ci viene venduta come maturità: “metti i confini”. Ma a volte il confine è solo il nome carino che diamo alla nostra incapacità di sopportare il nostro vicino di casa.

Quarta: “La pazzia dell’indignazione come identità”.

Non so più chi sono, ma so contro chi sono. Mi indigno, quindi esisto.
L’indignazione è diventata il rosario laico. Ogni giorno tre perle di scandalo da sgranare su WhatsApp. Non serve fare nulla, basta essere contro qualcuno. È comoda, ti fa sentire buono senza sporcarti le mani e la reputazione

Quinta: “La pazzia più grande”
È credere di essere liberi perché possiamo scegliere tra trenta tipi di yogurt.
Abbiamo possibilità di fare 3000 scelte al giorno su cosa comprare, cosa guardare, che tovaglia mettere… ma zero scelte su cosa conta davvero: dove vivere, con chi invecchiare, cosa vale la pena fare, anche se non rende un tornaconto.
Chiamiamo libertà la possibilità di personalizzare la nostra prigione e sul come scegliere il colore delle sbarre, non chiediamo perché ci siamo imprigionati.

Tutte queste pazzie hanno una cosa in comune: ci fanno sentire al centro dell’universo, anche se fasullo, alienato.

La vecchia pazzia era credersi Napoleone. La nuova è credersi unico facendo esattamente quello che fanno tutti.
Il possesso utile non è possedere tanto, ma è il possedere ciò che, a sua volta, non ti possa possedere.

Mi spiego: una volta possedevi una zappa perché zappavi, una casa perché ci abitavi dentro, quindi il possesso aveva uno scopo e un limite: il corpo, l’uso… Quando la casa era abbastanza grande per ripararti, bastava.

Oggi possediamo cose che non usiamo mai, non ci servono, ma le teniamo per scaramanzia, come possesso scaramantico… “Non si sa mai”.
Tieni 30 magliette perché se un giorno ti si strappano tutte e 29…cosa fai? Tieni la collezione di attrezzi del nonno che non sai usare, tre telefoni vecchi, la scatola dei cavi che non sai più a cosa servono.

In questi casi non possiedi oggetti, ma paure. Ogni oggetto inutile è un “e se poi?”. Il garage è diventato il museo delle tue ansie, tanto che più hai paura del futuro, più accumuli passato.

Il possesso identitario.

Qui non compri una giacca, compri chi vorresti essere con quella giacca. Non compri una moto, compri la libertà che credi ti dia la moto.

Il trucco è perfetto: l’oggetto non ti delude mai perché non lo usi mai davvero. La moto da 15.000 euro fa 400 km l’anno. La libreria di design è piena di libri mai tagliati. La cucina professionale di uno Chef stellato Michelin…

È la malattia di Erato al contrario: invece di amare una persona, ami l’idea di amarla.

Il possesso funerario è il più grave.

Si crede che “possedere” sia sinonimo di “non morire”.

Lo facevano i faraoni: si facevano seppellire con ori e servi. Noi lo facciamo con garage, cantine, account cloud pieni di 40.000 foto che non guarderemo mai, case di 120 metri per due persone.

È l’illusione che se lascio abbastanza cose dietro di me, resterò un po’: l’utopia che le mie cose parleranno per me, ma le cose non parlano. Restano, ch’è diverso.

Un giardiniere lo sa. Potatura dopo potatura: ogni anno taglia i rami superflui. Se lascia tutto, invece, la pianta muore soffocata. Un giardino non ha bisogno di possesso, ha solo bisogno di cura. E la cura è togliere, non aggiungere.

La forma più pura di questa pazzia oggi. Non è l’accumulo dei ricchi: quello è banale, è l’accumulo dei poveri per sentirsi ricchi. Comprare a rate l’inutile per sentirsi al sicuro per due giorni.

Il cellulare nuovo, quando quello vecchio va benissimo, la macchina più grande del parcheggio che hai, l’abbonamento che non usi ma che “potrebbe servire”…

Seneca lo diceva già 2000 anni fa, e non avevamo ancora Amazon: “Non è povero chi possiede poco, ma chi desidera di più.”

Il punto reale è: se l’infinito fosse una finzione e tu quale ente finito con una casa finita e un tempo finito. Ogni oggetto inutile che ci metti dentro è un pezzetto di tempo che hai scambiato per niente, e perché no: per pura mania.

La cura è una sola, antica, e sempre osannata: svuota, regala prima di comprare. Se non l’hai usato in un anno e non ti salva la vita, non ti serve.

Ah, questa è la madre di tutte le altre pazzie: cosa compri, cosa mostri. Questa è su chi sei, o peggio, su chi non vuoi più essere.

Non è invidia. L’invidia è volere ciò che ha l’altro. Questa è più profonda: vuoi essere l’altro perché tu, per te, non sei abbastanza.

Renè Girard la chiamava desiderio mimetico. Non desideriamo oggetti, desideriamo desiderare come desidera l’altro. Se lui vuole quella donna, quella donna diventa desiderabile. Se lui vuole quel lavoro, quel lavoro diventa il mio desiderio, il mio lavoro.

Oggi sembra diventata una religione… con tre maschere: quella dell’ispirazione.

Lo chiamiamo “mi ispiro a lui”, seguendo vite altrui 8 ore al giorno ma, a furia di ispirarci, ci spegniamo. Perché l’ispirazione senza invidia, sui social, non la trovi. Non ti ispiri a chi è come te, ti ispiri a chi vorresti essere al posto tuo.

Se Salvatore resta seduto sulla sedia a rotelle nella R.S.A. non ispira nessuno. Non ha la morning routine [abitudini mattiniere] ed è per questo libero.

La maschera del miglioramento è questa: “Devo diventare la versione migliore di me stesso”. Frase osannata in quanto, spesse volte, la versione migliore di noi stessi è esattamente un altro: non è la nostra miglioria, ma quella dell’altro che entra in noi, sfrattandoci.

La maschera dell’empatia estrema è la più moderna. “Voglio mettermi nei suoi panni”. “Voglio sentire come lui”. Fino a non sentire più come mi sento io.

Vuoi essere l’altro perché essere te è faticoso. Essere te vuol dire sopportare le tue precarie condizioni: il lavoro che fai e non ti soddisfa, il corpo che ti trovi, la tua famiglia… Essere l’altro è una vacanza da te stesso. Dura un attimo, ma è gratis.

Quando una pazzia è osannata?

Quando una società che vive di vendite ha bisogno che tu non voglia essere te stesso. Se tu fossi contento di essere te stesso, con la tua zappa, il tuo piccolo fondo da coltivare, il tuo fidato cagnolino, la tua casa arredata, l’economia crollerebbe.

Devi voler essere l’altro, quello che compra sempre qualcosa che tu stesso non hai.

Questo ci fa sentire buoni. Dire “vorrei essere come lui” sembra umiltà. Ma è la superbia più raffinata: rifiuti il dono che ti è stato dato. È come se un ciliegio volesse essere un ulivo perché l’ulivo vive più a lungo.

Il veleno è che quando vuoi essere l’altro, fai due danni: uccidi te stesso perché smetti di curare il tuo fondo per desiderare quello del vicino, mentre il tuo muore. Uccidi l’altro. perché l’altro vero non ti interessa: t’interessa l’altro immaginato, quello di Instagram, senza rughe, senza debiti, senza paura. L’altro reale, quello che puzza, che sbaglia, che si annoia, non lo vuoi essere: vuoi essere la sua copertina.

Erato lo sapeva. La Musa dell’amore non ti dice “diventa l’amato”. Ti dice “ama l’altro rimanendo te stesso”. L’amore è proprio il contrario di voler essere l’altro: è voler che l’altro resti tale, così puoi colloquiare.

La cura è una sola e fa male all’inizio se ti chiedi: – Cosa ho io che l’altro, se fosse onesto, vorrebbe avere da me? Magari è proprio quel tuo modo di fare, di guardare il fondo curato, le aiuole, senza dover postare niente. Magari è la tua noia, la tua casa piccola e comoda, accogliente.

Diceva Carl Gustav Jung, che di queste cose se ne intendeva: “La cosa più terrificante è accettare se stessi completamente.”

Molti vogliono essere qualcun altro pel solo fatto che non vogliono fare la fatica di essere se stessi fino in fondo.

Il non voler essere io è questo: si rifiuta di rispettare il contratto firmato, nascendo.

Ci è stata data una misura precisa: un paese, San Ferdinando di Puglia, un tempo da vivere, un corpo, una madre, un padre, non altri: non un trono a Parigi.

Se credessimo che qualcuno avesse sbagliato consegna  allora si potrebbe pensare alla nostra vita come solo a un’imitazione.

Non voler essere se stessi è credere che la vita sia altrove?
Ma la vita non è altrove. È qui, dove ti ci sono i problemi e che fanno male.
Finché scappi da te, non troverai mai te stesso: senza il tuo “Io” non incontrerai mai nessuno.

Per questo alla fine resta solo una cosa da fare, la più difficile, l’unica non osannata: sedersi e guardarsi dentro fin quando non si smetta di voler essere l’altro e, finalmente s’inizi ad essere noi medesimi.

Margherita di Savoia 13/10/2026


FonteImmagine di copertina generata con AI
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Salvatore Memeo è nato a San Ferdinando di Puglia nel 1938. Si è diplomato in ragioneria, ma non ha mai praticato la professione. Ha scritto articoli di attualità su diversi giornali, sia in Italia che in Germania. Come poeta ha scritto e pubblicato tre libri con Levante Editori: La Bolgia, Il vento e la spiga, L’epilogo. A due mani, con un sacerdote di Bisceglie, don Francesco Dell’Orco, ha scritto due volumi: 366 Giorni con il Venerabile don Pasquale Uva (ed. Rotas) e Per conoscere Gesù e crescere nel discepolato (ed. La Nuova Mezzina). Su questi due ultimi libri ha curato solo la parte della poesia. Come scrittore ha pronto per la stampa diversi scritti tra i quali, due libri di novelle: Con gli occhi del senno e Non sperando il meglio… È stato Chef e Ristoratore in diversi Stati europei. Attualmente è in pensione e vive a San Ferdinando di Puglia.

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