
Il contributo di Edgar Morin e Mauro Ceruti
A volte la ristampa di un’opera, tradotta non a caso in varie lingue anche grazie ad una scrittura chiara e agile, pur pubblicata solo pochi anni fa in un contesto meno travagliato di quello odierno anche se per ciò che accade spesso nei fatti umani questo non si potrebbe mai dire con certezza, si rivela più che mai pregnante per le diverse questioni affrontate; molte, infatti, si stanno rivelando in questi ultimi tempi oltremodo cruciali per i destini del mondo e dell’Europa in particolare, la cui storia è frutto non casuale di una ‘elaborazione del lutto’ per tanti che hanno ‘perso la loro primavera’, a dirla con un’espressione di Edgar Morin a proposito di Hiroshima e presente nel suo unico romanzo L’anno ha perso la sua primavera (trad. it., Milano, Guanda Ed., 2025). E per comprendere l’attuale situazione dell’Europa dato che è una recente costruzione sul piano geopolitico, si ritiene necessario fare i debiti conti con la sua pur lunga storia partendo dalla specifica “complessità” come fenomeno storico; non a caso è stata caratterizzata sin dall’inizio da continue “metamorfosi” che l’hanno portata ad essere insieme “una e molteplice”, come affermano nella nuova introduzione a La nostra Europa (Milano, Raffaele Cortina Editore, 2025) Edgar Morin e Mauro Ceruti nel mandarci un ulteriore invito a sentirla sempre più “nostra”, dato che si trova ad essere in una “barca” costretta a “fluttuare in un mondo dove risorgono pulsioni autoritarie e imperiali”.
E primo e fondamentale elemento che emerge per farne un patrimonio comune in quanto faticosamente conquistata e frutto del praticare e ‘abitare la complessità’(Come abitare la complessità, 26 novembre 2020), è lo sforzo teso a “pensare l’Europa” al di là di “ogni prospettiva semplificatrice” e al di fuori dello schema classico dove il presunto criterio di unità porta a dare meno importanza “all’idea di molteplicità e di metamorfosi” che l’hanno attraversata, quando il tutto si è giocato e si gioca nel “pensare l’uno nel molteplice”. In tal modo, la stessa “unità della cultura europea”, fatta coincidere con l’eredità del mondo greco-romano abbinata alle istanze di quella giudeo-cristiana, va rivista come frutto della “loro dialogica”, e anche del loro scontro e dell’essere state antagoniste, dove “attraverso diversità e conflitti si sono forgiate una unità, una civiltà e una creatività propriamente europee”. E alla luce di questo passato non lineare è possibile proiettare lo sguardo verso il futuro del nostro continente sino a configurare La nostra Europa oggi come un “vero e proprio manifesto per una rinascita della cultura e della politica europee”; a tale scopo, per prevenire ulteriori e tragici ‘cammini sbagliati’ che hanno costellato la sua storia, occorre fare tesoro della ‘capacità di autocritica’, per usare delle espressioni di Benedetto XVI, tipica del pensiero europeo che di questi tempi va rafforzata in ogni contesto per combattere i vari tipi di unilateralismi, sia culturali che politici, messi in piedi come barriere nel dare risposte semplici a questioni di per sé complesse e globali.
Diversi capitoli iniziali offrono, alla luce del pensiero complesso che si rivela un ottimo disinfettante anche nei confronti delle letture riduzionistiche degli eventi storici (La complessità come un disinfettante, 27 agosto 2020; Rileggere la nostra storia col dono agapico della complessità, 28 marzo 2024), un non comune e “appassionato ritratto della nostra Europa”, alla cui origine “non vi è un unico principio fondativo”; in essa hanno preso piede eventi di qualsiasi tipo e opposti tra di loro, religiosi o laici, elementi conservatori o fattori rivoluzionari, il predominio della tradizione o “i lumi della razionalità scientifica”, diritto o arbitrio, democrazia o oppressione, dignità umana o razzismo. Ma attraverso tutto questo sono stati concepiti con metterli in atto “il pensiero laico, i diritti umani, le idee di libertà e di democrazia”, oltre ad interagire “in modo fecondo” con altri popoli col coinvolgerli in processi di democratizzazione; non a caso, poi in La nostra Europa soffia un vero e proprio “pensiero e una politica di salvezza” indispensabili per mettere in piedi una ulteriore e improcrastinabile “metamorfosi metanazionale” e per fornire le basi di una unica “comunità di destino”, anche se per tutto ciò che sta accadendo in questi ultimi tempi può sembrare irrealizzabile un tale processo, data la tragica mancanza di figure ‘profetiche’ in senso biblico in campo più politico, che pure nel passato sono sorte nel grembo dell’Europa con consegnarla alle future generazioni.
Nel volume si dà così voce organica ad un bisogno da più parti avvertito come cogente di una vera e propria “rigenerazione”, con evidenziarne le ragioni di fondo, e frutto del “bisogno vitale di una nuova metamorfosi”, del “bisogno di un progetto politico ‘europeo’”, per il fatto che nel loro insieme le singole nazioni, dopo essere state gli artefici dell’invenzione degli stati nazionali e dopo aver permesso ad una certa Europa moderna di “morire”, sono “diventate multiculturali” sia pure tra molte ed inevitabili contraddizioni. La stessa globalizzazione, pur subìta, ha portato alla creazione di “nuove identità europee” e ha fornito le premesse per costruirne una più articolata nel costituirsi come “unitas multiplex”; tale situazione viene ad innescare nuove dinamiche da gestire con strumenti tutti da rifare ab imis, dove ogni nazione può conservare la propria storia sviluppando la sua identità in modo “inclusivo e condiviso”, col rinunciare all’idea di “essere un luogo di sovranità assoluta”, idea che nel passato ne ha condizionato pesantemente le scelte. Essa ancora persiste come se le tragiche vicende prodotte nel tempo non avessero insegnato nulla; e si dimentica soprattutto il fatto che “nel 1989 è iniziata una nuova metamorfosi dell’Europa” e che i paesi dell’Europa centro-orientale, pur costruitisi “in modi rapidi, tumultuosi, violenti, contraddittori” e pur mettendo in atto in alcuni casi “pulizie etniche” al loro interno, con diverse difficoltà “hanno scelto la via dell’integrazione nell’Unione Europea”, vista come baluardo contro sempre un possibile ritorno al passato.
Per realizzare un simile progetto, Morin e Ceruti sottolineano la necessità di “comprendere ciò che unisce noi europei”, di “aprirci all’Europa, dal suo interno. E aprire l’Europa” per evitare la nascita di ‘quinte colonne’ dentro i singoli paesi, sempre in agguato, che possono indebolire i fragili processi democratici che ne sono alla base (Come individuare le quinte colonne che minano la democrazia, 27 marzo 2025); e aprirla porta ad evidenziarne nello stesso tempo “la singolarità, la complessità, l’ambivalenza della nozione stessa di Europa” con i suoi “molteplici volti” dopo essere stata per secoli teatro di divisioni e conflitti che in definitiva ed “in certo senso, l’hanno prodotta”. Ma in questi ultimi tempi essa è costretta a “fluttuare in un mondo” dove nazionalismi e localismi, sia dall’interno che dall’esterno, “la minacciano” con metterla in serio pericolo. Per evitarne “la paralisi e la disgregazione”, da una parte si dà molta importanza al fatto che l’Europa “deve aprirsi al Mediterraneo” che, pure essendo stato a sua volta luogo di accesi “antagonismi”, è stato anche luogo di “incontri, scambi, meticciati” col produrre “universalismi” e rivelarsi così, come ha scritto Paul Valéry più di un secolo fa, il ‘mare delle possibilità’ per aver creato prima diverse religioni e i monoteismi, poi la filosofia, la scienza, le prime idee in senso democratico ed il diritto. Dall’altra, nel rifare del Mediterraneo “l’epicentro” delle scelte del futuro, si ottiene il risultato che esso “problematizza l’Europa” stessa nel suo complesso, ne faccia scoprire limiti e affrontare con più determinazione le policrisi che l’attraversano da quella economica a quella energetica.
Ma la “ripartenza’ e la “rigenerazione” dell’Unione Europea possono avvenire solo rafforzando la sua anima democratica che, pur fragile, è un valore intrinseco alla sua particolare storia col netto “rifiuto di ogni forma di dittatura o autocrazia, di suprematismo culturale o egemonia, nonché dal rifiuto della guerra”, tutti frutti dello spirito ‘babilonese’ che ha dominato le scelte delle nazioni, come lo chiamava Simone Weil; ma si deve partire dalla presa di coscienza che solo “dal secondo dopoguerra, la complessità è stato il progetto intenzionale della nostra Europa” nelle menti di coloro che l’hanno pensata; in seguito ne ha illuminato altre come le figure di Giorgio La Pira, Giuseppe Dossetti, Aldo Moro (Le vite di Aldo Moro, Don Lorenzo Milani e Rosario Livatino viste con l’ottica dell’esperienza della complessità, 8 giugno 2023) nel farne la base della nostra Costituzione e di Enrico Berlinguer, solo per limitarci al caso italiano, nel difenderla da ‘quinte colonne’ e nel fornire gli strumenti per ‘resistere’, per usare il continuo invito da parte di Morin, contro i tentativi di regressione in atto. E sta a noi che abbiamo ereditato il progetto europeo, problematizzarlo alla luce degli eventi globali e aggiungervi in modo strutturale ulteriori e sempre necessarie dosi crescenti di complessità per rivitalizzare ed estendere il suo originario “progetto di convivenza, contrapposto al semplicismo brutale e omologante dello spirito totalitario, imperiale e autocratico”; e anche se contraddistinta da diverse “ambiguità”, in virtù di tale progetto, la nostra Europa per il fatto di avere avuto un “passato che non è il passato di una nazione” e per aver cercato in varie sedi “la sintesi tra libertà e giustizia, ha irradiato nel mondo i suoi valori umanistici e illuministici” col diventare meta privilegiata di chi coltiva la “speranza di vivere nelle sue ‘società aperte’”.
Pertanto, è da condividere l’obiettivo che si pongono gli autori di La nostra Europa nel darci in primis una pista di riflessione e “un metodo per ben pensare l’Europa, allo scopo di bene agire”, per “salvare la propria identità”, per s’enraciner su nuove basi nel senso di Simone Weil, per scoprirne una nuova, quella europea e metanazionale, che deve basarsi innanzitutto sul principio della “resistenza alla barbarie” e sulla difesa ad oltranza delle “condizioni democratiche che devono rigenerarsi in permanenza, altrimenti degenerano”. E va costruita giorno dopo giorno facendo affidamento sulle numerose metamorfosi già attraversate che ci hanno plasmati e temprati nel portare a realizzare ‘società aperte’ nel senso popperiano del termine; nello stesso tempo siamo invitati a riorganizzare lo spirito europeo per mettere in atto “una nuova metamorfosi” proprio nel senso del bruco nel trasformarsi in libellula, processo biologico dove tutti gli organi vengono distrutti all’infuori del sistema nervoso in grado di conservare l’identità e di portare a termine la metamorfosi. Ed un processo simile sta attraversando l’Europa immersa però in una metamorfosi “incompiuta” in quanto il suo sistema nervoso centrale “non si è ancora costituito” e dove solo alcuni paesi “hanno generato una sorta di sistema nervoso periferico per regolare i loro primi scambi organici”; ma grazie al fatto che siamo esseri dotati di “consapevolezza” a differenza del bruco, pur nel mettere necessariamente da parte il nostro passato, siamo costretti a mettere in piedi una “comunità di destino” europea che “emerge appena dal nostro presente”, ma che soprattutto ci viene imposto dal “futuro” per non soccombere col suo portato di incognite e per far fronte alle diverse “situazioni critiche” dove basta un nulla perché “la storia segua una traiettoria” non in linea con i nostri obiettivi con esiti tragici.
In tal modo, la nostra Europa, nella misura in cui sarà in grado di riconoscersi come comunità di destino e di problematizzare ciò che più la caratterizza come “l’Università, il pensiero, la ragione, la relazione con la natura e l’universo, la scienza e l’umanesimo”, “sarà figlia dell’improbabile, o non sarà”; e nello stesso tempo occorre lavorare alla coscienza, alla “doppia coscienza” del fatto che “la storia innova” e le sue logiche, pur intessute di “rotture e crisi”, sono il frutto di “una complessità fantastica” che va iniettata continuamente nelle pieghe del nostro vissuto europeo per renderlo in grado di reggere alle inedite sfide che lo attendono. In tale difficile processo vengono a giocare un ruolo insostituibile il pensiero e l’educazione che hanno “contato” notevolmente nella storia dell’Europa per aiutarla a diventare “politicamente unita e attiva nel mondo”; e si pone il problema se “oggi siano all’altezza di svolgere questo compito” anche perché “mai nella storia dell’Europa le responsabilità del pensiero e della cultura sono state così tremende”. Per tutte queste ragioni, La nostra Europa si rivela un prezioso manifesto politico-culturale per arricchire il nostro ‘piccolo pantheon portatile’, a dirla con Alain Badiou, di strumenti adeguati per porci come ‘nuovi Adami sulle sponde dei vari Rubiconi” che dovremmo attraversare come cittadini europei ma immersi nelle logiche del mondo intero (Come essere nuovi Adami sulle sponde del Rubicone, 22 agosto 2024), mondo che ci attende per navigare nella sua logica complessa, come scrive Pierluigi Fagan in Benvenuti nell’era complessa. Mappe e strumenti del pensiero per esplorare il mondo nuovo in formazione (Reggio Emilia, Diarkos 2025).


























