«Purtroppo nella storia è sempre capitato che la Chiesa non sia stata capace di allontanarsi da sola dai beni materiali, ma che questi le siano stati tolti da altri; e ciò, alla fine, è stato per lei la salvezza.»

(Joseph Ratzinger da Il sale della terra)

«I soldi dell’otto per mille arrivano dalla società ed è lì che devono tornare. Se una chiesa non riesce a mantenersi con le libere offerte, è segno che Dio non vuole farla sopravvivere.»

(Maria Bonafede, moderatrice della Tavola valdese)

Siamo in pieno periodo di  pagamento dell’imposta sui redditi delle persone fisiche, conosciuta meglio col “sinistro” acronimo di IRPEF.

I commercialisti, i CAF, i patronati sono impegnatissimi a scaricare il 730 dei contribuenti titolari di redditi da lavoro dipendente o pensione (e poco altro), le file e il tempo perso non si contano.

Per soprammercato, basta accendere la televisione e ci tocca sorbirci pure la pubblicità delle varie confessioni religiose per accaparrarsi l’otto per mille.

Ma cos’è quest’otto per mille e perché è stato così mirabilmente congegnato?

L’Unità d’Italia, come è noto, comportò qualche opportuno sacrificio per lo Stato Pontificio, sia al momento della sua proclamazione, nel 1861, che col suo allargamento che inglobò Roma, divenuta così capitale del Regno d’Italia, e siamo nel 1870.

I rapporti tra i due Stati si fecero pessimi e il papa dell’epoca, Pio IX, si dichiarò prigioniero dello stato italiano.

Con i Patti Lateranensi del 1929, che codificarono i rapporti tra Stato italiano e Chiesa cattolica, il Regno d’Italia riconobbe lo Stato della Città del Vaticano e si impegnò a pagare lo stipendio al clero cattolico mediante il meccanismo della Congrua. Invero, riconobbe molti altri privilegi allo stato del papa che, nel frattempo era diventato Pio XI.

Nel 1948, la Costituzione repubblicana non eliminò, anzi costituzionalizzò, all’art. 7,  i Patti stessi, sancendo che : “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale”.

Il 18 febbraio 1984, con la firma del nuovo concordato tra   Craxi, presidente del Consiglio, e il segretario di stato del Vaticano,  Casaroli, si stabilì che il sostegno dello Stato alla Chiesa cattolica avvenisse col trasferimento di una frazione del gettito  IRPEF, l’otto per mille, appunto, così come potevano usufruirne anche le altre confessioni per scopi religiosi o caritativi.  Lo  Stato stesso poteva esserne destinatario per scopi sociali o assistenziali. E ciò in base alle opzioni espresse dai contribuenti sulla dichiarazione dei redditi.

Ciò premesso sembra facile dedurre che l’otto per mille dei contribuenti che pur percependo redditi tassabili ai fini IRPEF, sono esentati dalla  presentazione della  dichiarazione dei redditi, nonché di quelli che non esprimono alcuna preferenza, automaticamente dovrebbe far parte del gettito erariale.

Errore!

Infatti, l’otto per mille non optato, viene distribuito agli stessi soggetti indicati in proporzione alla scelte operate dai contribuenti che si sono espressi per la destinazione della quota. Quindi, l’otto per mille di tutti i contribuenti, a prescindere se hanno fatto la scelta o meno, è già “ipotecato” e lo Stato non ne può disporre.

Inutile ricordare che la parte più cospicua del totale va alla Chiesa cattolica.

Quale sia l’utilizzo che fa la Chiesa di questi soldi, calcolati in circa un miliardo di euro all’anno, a vedere la pubblicità con cui cerca di convincere i contribuenti, sembra esclusivamente di tipo benefico e caritativo. Ed invece i quattro quinti sono usati per il sostentamento del clero (ed obiettivi affini).

Attorno ai dieci milioni di euro la Chiesa utilizza per quelle pubblicità patinate, spesso mielose da picco di indice glicemico,  che dovrebbero servire a convincerci. E che sono, evidentemente, ingannevoli.

Meno di un quinto, dunque, va effettivamente a scopi caritativi.

Le altre confessioni, invece, che pur incassano assai meno, devolvono la maggior parte a scopi effettivamente caritativi e di solidarietà sociale.

E poi c’è lo Stato che all’inizio convinceva quasi un contribuente su quattro alla scelta della destinazione dell’otto per mille. Ma poi, da quando il governo Berlusconi, nel 2004,  vi attinse per finanziare l’operazione militare  dell’invasione dell’Iraq,  cui la quasi totalità degli Italiani era contraria, i cittadini favorevoli a firmare per lo Stato sono diventati meno di uno su dieci.

Oggi, lo Stato destina la sua quota di otto per mille a lodevoli finalità quali gestione di beni culturali, interventi per calamità naturali, assistenza ai rifugiati, lotta alla fame nel mondo, interventi di edilizia scolastica.

Quest’anno si è aggiunta una sesta finalità, ovvero il contrasto alle tossicodipendenze. Ciò che ha fatto infuriare la CEI e sbottare il suo presidente Matteo Zuppi che si è detto “deluso dalla scelta del governo di modificare in via unilaterale (ma lo Stato ha diritto di decidere come spendere, senza dover chiedere permesso a nessuno!) le finalità di attribuzione dell’otto per mille allo Stato”. Il motivo di tanto livore è evidente, in quanto il contrasto alle tossicodipendenze, che  rappresentano un grosso problema sociale e sanitario, potrebbe convincere qualche contribuente in più a firmare per lo Stato a detrimento della quota che va alla Chiesa. Ma “non ci interessano i soldi. Ma i poveri” ha commentato lo stesso Zuppi, che, probabilmente(???), – la buona fede si presume, – non conosce l’esatta destinazione dell’otto per mille che fanno i suoi.

Ma i soldi non erano “lo sterco del diavolo”?

Palazzo Chigi, dal canto suo,  ha risposto, quasi per giustificarsi, che  la riforma deriva da una modifica voluta dal governo Conte-due.

Chissà perché il governo Meloni, nei confronti della Chiesa cattolica, è sempre pronto a dimostrare una piaggeria disarmante e patetica. Eppure le condotte personali di molti dei suoi membri non sono così rigorosamente allineate ai “valori” della Chiesa.

Un po’ di coerenza, in un senso o nell’altro, sarebbe gradita. Grazie.