Nell’agosto 1949, la rivista “Life” si chiedeva: ‘’Jackson Pollock è il più grande pittore vivente degli Stati Uniti?’’ La risposta ad una domanda apparentemente retorica arrivò nel novembre 2006 quando l’opera No.5, 1948, è stata venduta all’asta per una cifra vicina ai 140.000.000 di dollari.

Ma a quantificare l’arte di Pollock non basterebbe nemmeno tutto l’oro del mondo. Figlio di un umile agricoltore del Wyoming, Pollock ebbe modo di entrare in contatto con la cultura dei nativi americani, quelli che occupavano le riserve a cui l’aratro di suo padre garantiva manutenzione. Pur lontani dalla gloria bellica americana, che avrebbe amplificato la sua eco dopo la Seconda Guerra Mondiale, i cosiddetti popoli indigeni si consideravano combattivi e avevano ispirato Jackson risvegliando in lui un fiero senso di indipendenza.

Ispirazione che arrivò soprattutto dal pittore messicano David Alfaro Siqueiros, l’antesignano dei writers di murales, il primo forse a fargli capire che l’arte non si può inquadrare in una cornice, va tirata fuori dal profondo io, va espressa incondizionatamente, abbandonandosi ad innovativi flussi di coscienza su tela.

Il periodo trascorso a Springs con sua moglie Lee Krasner gli permise di mettere a punto la singolare tecnica del ‘’drip painting’’, un modo di dipingere che consiste nel far sgocciolare (“drip”, in inglese) del colore su tela, lanciandolo o addirittura spruzzandolo a macchie. Al di là dei gesti incondizionati e spontanei, i suoi lavori si sviluppavano anche lungo la corsia dello studio e della scientificità del soggetto, affidandosi al caso, ma con criterio e cognizione di causa.

L’impulso che abbraccia l’onniscienza, sfociando nella prepotenza dell’invincibilità. Pollock era così, e quando morì per un incidente stradale, all’età di 44 anni, nessuno si meravigliò che dall’autopsia risultasse essere in stato di ebbrezza.

Creare un’opera facendone fisicamente parte, è stata questa la più significativa eredità lasciata da Jackson Pollock, un espressionista astratto, dal tangibile desiderio di libertà.

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Miky Di Corato
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.

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