Attraverso la costante riflessione filosofica,  se è in grado di capire gli indispensabili apporti conoscitivi delle varie scienze,  si possono gettare le basi di un articolato ‘umanesimo digitale’ col rispondere più adeguatamente alla ‘sfida dell’Antropocene’

Per parafrasare ciò che diceva già negli anni ’50 Jean Piaget alla luce delle sue numerose ricerche, parti delle quali confluite in L’epistemologia genetica  e   Logica e conoscenza scientifica  recentemente ed opportunamente riproposte (Roma, Ed. Studium, 2016)  col diventare dei classici del pensiero filosofico-scientifico, i veri progressi cognitivi e con essi la presa di coscienza dei problemi sempre più cogenti per l’umanità avvengono quando ci si pone programmaticamente e con umiltà gnoseologica ed insieme esistenziale al loro carrefour, in quanto pur con tutti i limiti sono il frutto del costante incontro-scontro con il reale e le sue intrinseche complessità; e se si prende atto del fatto, col darne il dovuto ascolto, che il più delle volte sono il risvolto di situazioni oggettive e a volte colpevolmente trascurate, richiedono nello stesso tempo drastici cambiamenti di fondo non più rinviabili e ‘lunghi processi di rigenerazione’ come a più riprese si afferma nella Laudato si’.

Se  prima le scoperte scientifiche trovavano difficoltà ad essere accettate, come la teoria copernicana e quella darwiniana, in quanto procuravano umiliazioni gnoseologiche non di poco conto nei confronti delle pretese umane di essere al centro dell’universo e del vivente, oggi i risultati raggiunti in diversi campi fanno emergere sempre di più il forte impatto delle attività umane nei processi naturali con l’evidenziare le interconnessioni fra le attività socio-economiche e l’ambiente; tali processi, come ‘il ruolo chiave della tecnologia nell’economia’ sono talmente invasivi da farci entrare in una nuova era nella storia della Terra, chiamata da più parti Antropocene, dove la specie  Homo sapiens sta dimostrando di essere in grado arrecare ‘danni irreversibili alla Natura’ col cambiare volto al pianeta, come evidenziano  Alberto Felice De Toni, Gilberto Marzano e Angelo Vianello nel volume  Antropocene e le sfide del XXI secolo. Per una società solidale e sostenibile (Milano, Meltemi, 2022).

Dedicato al giornalista scientifico Pietro Greco, recentemente scomparso e attento all’impatto delle nuove scoperte sul “nostro stile di vita e sulla società nel suo complesso”, il volume con uno stile  chiaro si inserisce con una serie di concrete proposte organiche nella ormai ampia letteratura relativa all’Antropocene, al centro di numerosi dibattiti in corso a livello internazionale,  senza cedere a tentazioni collassologiche presenti in certi ambienti (Il ritorno del ‘senso comune’: Isabelle Stengers, 6 gennaio 2022); e questo è stato possibile grazie al fatto di essere frutto di una non comune metabolizzazione delle metodologie messe in atto dal pensiero complesso, con un’ottica nello stesso tempo transdisciplinare, ormai sempre più necessaria date le poste in gioco dei risultati ottenuti  nei vari campi scientifici, che sono insieme di natura cognitiva e ‘metafisica’ nel senso di Gaston Bachelard negli anni ’30 a proposito delle teorie relativistiche e quantistiche, in quanto investono la nostra visione del reale e della Terra e della vita in questo caso. Non tenerne conto, come è stato fatto sino ad ora da ‘dormienti’ come diceva il vecchio Eraclito nello spegnere deliberatamente il ‘fuoco rigeneratore’ della ragione, sta portando l’Homo sapiens a comportarsi  sempre più come Homo demens  nel senso avanzato da Edgar Morin  e a non rendersi conto degli ‘strazi’, per usare un’espressione di Pierre Teilhard de Chardin, inflitti alla Natura e che tali strazi finiranno per coinvolgerlo in modo irreversibile.

Tale lavoro congiunto di figure appartenenti ad ambiti diversi ci mette di fronte alle  ‘epocali sfide’ che ci attendono, oltre a fornire una non comune analisi delle problematiche connesse con l’avvento dell’Antropocene; si parte dalla presa d’atto che esso è oggetto  di articolati studi in più campi che investono sia le discipline umanistiche che quelle scientifiche  e non solo della storia naturale, come ad esempio ci mostra  l’Atlante dell’Antropocene (Milano-Udine, Mimesis 2021, con prefazione di Bruno Latour), risultato di ricerche portate avanti dall’Atelier di cartografia di Sciences Po a Parigi. Sono ritenute cruciali la ‘sfida ambientale’, presa in esame dal biochimico vegetale Angelo Vianello, la ‘sfida delle tecnologie digitali’ da parte del pedagogista Gilberto Marzano,  la ‘sfida della sostenibilità’ nel campo dell’ingegneria gestionale con Alberto Felice De Toni, sfide ritenute non rinviabili per ogni comunità pensante e per l’intera società invitata più che mai a farsi carico di tali problematiche  di dimensioni planetarie.

È da sottolineare, per capire l’impianto di simili ricerche e anche lo spirito di tale testo come di altre iniziative come ad esempio Antropocene.org, la loro pregnante coralità quasi espressione, nello stesso tempo, del bisogno della Terra di essere ascoltata nella sua interezza per tutto un insieme di indizi che ci invia e del bisogno da parte nostra per ‘riatterrare’ su di essa con nuovi modi di pensare e di agire, per usare l’efficace espressione di Bruno Latour, dato che nel corso della storia ci siamo allontanati sempre di più dalle sue dinamiche sino ad arrivare ad esiti catastrofici non più proseguibili, come evidenziano le carte dell’Atlante dove è possibile individuare chiaramente date e nomi di quanti hanno preso determinate decisioni le cui conseguenze appaiono nella loro dimensione planetaria. Per questo nel capitolo finale scritto a sei mani, dopo aver chiarito nei rispettivi contributi le dinamiche dell’evoluzione della storia umana dalle origini alle recenti trasformazioni da quella digitale a quella prodotta dai processi di globalizzazione con i modelli di sviluppo economico per il loro impatto sui cambiamenti climatici sino a mettere in discussione la sostenibilità della vita sul nostro pianeta,  i tre autori  si interrogano sulle modalità per procedere “oltre le sfide”; punto di partenza  è considerata propria la necessità  di “un drastico cambiamento” in campo culturale, imperniato sulla “cultura della complessità” che, forte dell’acquisizione in sede epistemica della storicità conquistata attraverso la pur faticosa metabolizzazione del pensiero darwiniano, come hanno sempre più sostenuto in questi ultimi decenni Edgar Morin e Mauro Ceruti, sta diventando una vera e propria categoria di pensiero o ’luogo dell’intelletto’, a dirla con Kant. Una volta acquisita sul piano socio-epistemico ‘l’intelligenza della complessità’ per comprendere a fondo la nostra contemporaneità, è necessario  liberarci in ogni campo dell’umano dai ‘tre pilastri essenziali’, come li chiama Pierluigi Fagan, su cui si è fondata la cultura occidentale, cioè l’’Uno’, il ‘Semplice’ e l’’Assoluto’ per entrare ‘in un mondo multipolare’.

Ma tale non facile processo può avvenire solo dopo  aver preso atto, come sottolinea De Toni, che “questo sistema (il mondo occidentale di stare al mondo), formatosi e sviluppatosi nei tre secoli precedenti, tende all’entropia perché è in una crisi adattativa rispetto alle mutate condizioni del mondo”   e come tale è destinato a  venir meno in quanto non più in grado di “far fronte alla condizione  di maggiore complessità”; più come comunità socio-pensante ci attardiamo nella “corretta diagnosi” di tale crisi, più tardi arriveremo  alla sua “prognosi” e alla conseguente “azione adattativo-trasformatrice” e a mettere in atto e “sviluppare una strategia adattativa efficace” dove il “disadattamento” porterà con sé un “repentino collasso, la cosiddetta ‘fine spaventosa’”. Se non si cambia ab imis  il “nostro modo di stare al mondo e del modo in cui lo pensiamo”, tutti gli strumenti messi in campo sino ad ora  crolleranno creando il ‘disordine’ che si manifesterà in varie forme come “guerre civili, guerre locali, paranoia di controllo, negazione ostinata, manovre diversive di rimozione o di falsa interpretazione e giustificazione, dogmatismo, tirannia ecc.” dove “forze conservatrici  sono determinate a resistere in ogni modo, sacrificando anche il bene comune”

Per questo nel capitolo scritto insieme, si mettono sul tappeto diverse strategie  per creare le basi di un “nuovo Antropocene” basato sull’”etica della solidarietà”, frutto della retta e “più ampia comprensione del mondo” a partire dal non mentire sul reale, come avvertiva Simone Weil, e sugli ‘strazi’ che si continuano a perpetrare nei suoi confronti, come sono i cambiamenti climatici verso cui bisogna smetterla di fingere, come avverte lo scrittore Jonathan Franzen; nello stesso tempo occorre fare seriamente i conti  con la mutazione antropologica che sta provocando “la selvaggia rivoluzione digitale  che rientra nel Tecnocene” che, se non potenziata da nuovi valori e di nuovi modi  di vivere il senso comunitario, si tramuta in ”un valore assoluto al servizio di un neoliberismo sfrenato e senza regole”. Per questo è richiesta una strategia imperniata su una ‘nuova alleanza’ nel senso avanzato dal Premio Nobel per la Chimica   Ilya Prigogine tra cultura scientifica e cultura umanistica o una loro ‘nuova sintesi’  come propongono i tre autori; e a questo non facile compito è chiamata la stessa filosofia sulla scia dell’ingegnere informatico Giuseppe O. Longo che in varie occasioni è arrivato a dire che “più filosofia si fa, meglio è, perché nel cupo delle tecnologie digitali, spesso si procede a testa bassa, quello che si può fare si farà, si naviga a vista, si vede una possibilità e ci si tuffa”.

Attraverso la costante riflessione filosofica,  se è in grado di capire gli indispensabili apporti conoscitivi delle varie scienze,  si possono gettare le basi di un articolato ‘umanesimo digitale’ col rispondere più adeguatamente alla ‘sfida dell’Antropocene’, dove per i tre autori “solo la cultura può aiutarci a mitigare la nostra aggressività proattiva che è alla radice di molti misfatti causati dall’uomo nel corso della sua storia”  e può essere l’asse “su cui fondare la sopravvivenza della nostra specie” se si adotta una strategia agapica di lungo respiro e a largo spettro. Così, sulla scia di Ivano Dionigi, con le scienze che hanno ”l’onere della risposta ai problemi gravi ed urgenti e con il sapere umanistico che ha l’onere della domanda”, si arriva a rendere necessaria l’idea che il nostro tempo debba attuare “una rivoluzione sociale, frutto di una ‘Pentecoste laica’” per affrontare le diverse sfide  ed in grado di “illuminare la complessità del reale in cui siamo immersi”. Tale non facile approccio, ma vitale permette di “avere  una via d’uscita” dove “il ‘noi’ precede l’io’” se essa viene potenziata e pervasa dall’agape”  ritenuta dai tre autori  un altro insostituibile valore oltre ai  “tre immensi valori che ci ha donato l’Illuminismo”; solo in tal modo si gettano le basi di una autentica “rivoluzione culturale”, che deve essere opera di “credenti e non credenti”, in grado di vivere in “solidarietà che scaturisce dall’uomo, ma che abbraccia tutti i viventi e l’intera Terra”  da considerare “un bene comune nello sconfinato Universo”.  Vengono  ritenute strategiche   le stesse analisi di Papa Francesco, contenute nella Laudato si’  e rivolte e a prendere atto di “un’origine comune”,  indispensabili per rispondere alla ‘grande sfida culturale, spirituale ed educativa che implicherà lunghi processi di rigenerazione’; un conto è gestire tali processi con strumenti obsoleti, un conto è gestirli col fuoco sempre rigeneratore delle verità che si impongono a volte  malgré nous.

E in questi momenti, ancora una volta squarciati dal rumore delle armi, può costituire un filo di speranza il fatto che figure di diverso orientamento religioso e culturale arrivino a posizioni simili, una volta fatta propria l’intelligenza della complessità in ogni campo che sul piano concreto non è separabile dalla dimensione agapica (Elementi per una ragione agapica, 16 dicembre 2021); e se questo avviene,  al di là delle differenze, può essere considerato un indizio di qualcosa di più oggettivo e veritiero,  e non solo il precipitato di nostri desideri, che ci costringe a intraprendere diverse  vie d’uscita e dolorosi ma necessari processi di rigenerazione.


FontePhoto by Li Zhang on Unsplash
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Mario Castellana, già docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo nonché direttore della Collana Internazionale "Pensée des sciences", Pensa Multimedia, Lecce; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.