A proposito di Giovanni Amendola, Antropo-Logos. La ragione al crocevia di intelligenza artificiale, razionalità scientifica, pensiero filosofico e teologia cristiana (Roma, Studium Edizioni, 202)

Da più parti, e non solo in determinate aree di ricerca filosofico-scientifica, sta diventando sempre più pressante il bisogno di lavorare alla ‘riforma del pensiero’ per gettare le basi di una ragione più consona alle diverse dimensioni umane, per superarne quella che già Paolo VI chiamava  ‘era desertica’ e ancorarlo sempre di più alle pluriarticolate ragioni del reale, approdo di diversi percorsi come quello tra gli altri messo in atto da Edgar Morin  nel tracciare i binari  delle  ‘vie della complessità’;  punto di partenza di una simile strategia è costituito dal fatto di tener conto dei suoi diversi livelli non più riducibili a schemi unilaterali  e soprattutto dal viverne i molteplici e ‘rugosi significati’ nel senso di Simone Weil che non  caso usava l’espressione ‘abitarne le contraddizioni’ per rafforzare la stessa ragione umana e avviarla a dare più adeguato sbocco alle diverse seti che la contraddistinguono da quella propriamente cognitiva a quelle artistica e religiosa. Tale bisogno, insieme teoretico ed esistenziale, sta contraddistinguendo in particolar modo i primi decenni del XXI secolo sino a porsi quasi  come un ‘a priori dello spirito’ nel senso avanzato negli anni ’30 del ‘900 da Hélène Metzger grazie al suo non comune approccio alla storia del pensiero scientifico, proprio nel tentativo di capire cosa porta a pensare e ad agire in base ad una idea che direttamente o in maniera laterale è venuta a metabolizzarsi nel tessuto socio-epistemico di un’epoca, come ad esempio prima le idee di ‘natura’, di ‘vita’, e ultimamente di ‘complessità’, ‘sostenibilità’, ‘riconversione’ .

Tale ‘a priori dello spirito’, che sta a monte delle strategie del pensiero complesso, si manifesta in vari contesti coll’assumere diversi volti dal bisogno di una sempre più necessaria ‘riconversione eco-cognitiva’ (Lorenzo Magnani) al bisogno di una ‘razionalità allargata’ proposta da Benedetto XVI e basata in maniera programmatica su ‘una nuova apertura verso la realtà’ e sull’ascolto del reale che già quella figura straordinaria che fu Pavel Florenskij indicava come ‘spazio’ proprio della Chiesa come seme per ‘un nuovo pensiero’; e nasce grazie alla sempre maggiore,  anche se sofferta presa di coscienza dei limiti di certa modernità che ha imposto una  interpretazione del reale  sfociata “nella forma calcolante del pensiero”, rivelatasi riduttiva e unilaterale con tutto il suo portato ideologico alla luce dei recenti risultati, come   afferma il giovane matematico e teologo Giovanni Amendola nel suo ricco e articolato volume Antropo-Logos. La ragione al crocevia di intelligenza artificiale, razionalità scientifica, pensiero filosofico e teologia cristiana (Roma, Studium Edizioni, 2021 con prefazione di Giuseppe Lorizio e postfazione di Giovanni Mazzillo).

Come altri in questi ultimi tempi impegnati su più fronti ed in particolar modo sui rapporti tra le verità della scienza e quelle dell’esperienza della fede, Amendola ha dato voce concreta a tale ‘a priori dello spirito’ nell’interrogare con rinnovati strumenti ermeneutici la ragione sempre più situata criticamente  au carrefour  dei saperi, come aveva già indicato Jean Piaget negli anni ’50, tale da risultare vincitore della prima  edizione del Premio nazionale di Teologia ‘Mons. Giordano Frosini’, istituito dalla Scuola Diocesana di Teologia  di Pistoia e finalizzato ‘all’aggiornamento del linguaggio e del sapere teologico’ nell’incontro con ‘la cultura e la scienza contemporanea’. In base a tale intento e soprattutto con l’interrogare dall’interno gli stessi risultati scientifici raggiunti nell’ambito degli studi sempre più corposi dell’Intelligenza Artificiale, si deve prendere atto che si sta entrando un una nuova epoca, “nuova era, in cui la tecnologia non solo modifica la geologia…, ma sembra proporsi come tecno-logia autonoma in grado di eguagliare ed oltrepassare qualsiasi antropo-logia”.  Questo comporta ad ogni livello un ripensamento critico delle nostre tradizionali categorie logico-razionali a partire dal nostro reinterrogarci come ‘animali razionali’, dal ridefinire la “forma mentis dell’uomo occidentale” erede della cartesiana “separazione tra res extensa e res cogitans”, che ha portato alla netta divaricazione tral’esprit de géométrie e l’esprit de finesse e in definitiva ad un modello di “razionalità asettica”  considerata in ogni contesto “l’apice e l’autenticità della ragione umana”.

Dopo un’ampia e non comune rassegna dei numerosi e controversi dibattiti di natura filosofica che hanno portato al “pensiero calcolante dell’intelligenza artificiale” con le sue “radici” nella razionalità moderna sino a proporre “un ampliamento dell’intelligenza” grazie alle tecnologie prodotte, Amendola ci offre un percorso teoretico basato su “una metodologia dialogico-integrazionale”  per ribaltare tale stato di cose sulla scia dei lavori significativi di alcuni fisici-teologi come Jan Barbour e Robert J. Russell e del filosofo della scienza Ernan McMullin, basati sull’”ascolto dei saperi”, sulla loro interazione e consonanza (Quando cosmologia  e escatologia si incontrano, Odysseo 9 dicembre 2021) e  per evitare l’insidia del concordismo, come la chiamava Giovanni Paolo II; e ad una ragione ‘asettica’  quasi astorica nel senso che ha immagazzinato dentro di sé un solo punto di vista sul reale rendendolo assoluto, va sostituita una  raison ouverte e souple in grado di cogliere  le diverse  nuances  del reale, come la chiamava Gaston Bachelard negli anni ’30, e soprattutto di farle dialogare con l’interagire criticamente tra di loro. Anche se tale tipo di ragione   fa del  vagabondaggio tra i vari saperi, nel senso di Merleau-Ponty, il suo elemento costitutivo, essa è forte del fatto che si avvale delle diverse verità messe in campo  nel loro insieme che portano così a gettare i semi di un pensiero orientato in più direzioni e alla stessa “continua riformulazione teologica, che sappia offrire un nuovo sguardo unitario e sintetico, integrato con le conoscenze che le scienze formali ed empiriche vanno scoprendo sul cosmo e sull’uomo”.

Ma dove il percorso di Amendola trova la sua ragion d’essere è nel fatto che dalla riflessione sull’intelligenza artificiale “attraverso approcci di carattere filosofico e teologico”, oltre a fornirne una diversa lettura, si vuole arrivare “ad una sorta di purificazione della razionalità asettica” che trova alcuni punti di riferimento nella stessa “stessa razionalità matematica ed empirica” riscontrabili ad esempio nei teoremi limitativi di Kurt Gödel e nei lavori più recenti del neurologo Antonio Damasio e di altri, come lo psicologo evolutivo Michael Tomasello con la sua proposta di ‘intenzionalità condivisa’, che  hanno permesso “il recupero del corpo” col parlare di due cervelli o intelligenze, quella razionale e quella emotiva; in tal modo si pongono le basi per “una strutturazione del pensare  che si va costituendo ecologicamente e socialmente, in una costante apertura relazionale”, per una “ragione emotiva e relazionale”, per “ricomporre sentimenti e ragione”. Tutto questo richiede un nuovo modo di pensare, una sua riforma, un ‘nuovo pensiero’ già auspicato da Florenskij e negli stessi anni da Franz Rosenzweig (1886-1929) che invitava ad  ‘usare la mente’ per arrivare ad una Kehre o sua profonda ‘svolta’ all’altezza delle prerogative umane.

Così Amendola, sollecitato da risultati raggiunti  sia in ambito scientifico che dalla riflessione filosofico-teologica, ci propone un percorso, insieme teoretico-esistenziale, di  pensiero sensibile   ritenuto in grado di superare “la situazione attuale della vita umana sulla Terra”, come invita a fare Edgar Morin, e caratterizzata dalle “ricadute disumanizzanti del pensiero umano abbandonato alla razionalità calcolante”. Per questo si ritiene necessaria “una riflessione su più fronti, coinvolgente tutto il sapere, scientifico, filosofico e sapienziale, per avviare almeno un approccio all’altezza dell’essere umano” che permetta al pensiero di superare il suo stadio “strumentale e calcolante” e di arrivare a quella che viene chiamata “razionalità agapica” ritenuta più veritiera perché più in grado di dare voce alle istanze più profonde di ognuno di noi. Vengono, pertanto, utilizzate euristicamente,  per quella che si potrebbe definire vera e propria  marcia “verso un pensiero sensibile”, idee provenienti da diversi settori del pensiero filosofico a partire da quello greco interpretato alla luce di alcune fondamentali indicazioni di Max Scheler che vi vedeva operante, come Simone Weil poco tempo dopo, un primo modello concreto di “razionalità agapica” basata sul rapporto tra “amore e conoscenza” tra di loro interconnessi,  aspetto poi presente non a caso e in  vario modo   in Leonardo Da Vinci e  in Goethe; per superare “i limiti autoimposti del pensare asettico”, tutto questo progetto di ‘ragione sensibile’ poi viene innestato nel solco della “rivelazione ebraico-cristiana” che trova nell’amore agapico del Vangelo di Giovanni il suo punto di approdo per farle “assumere una profondità spirituale” da “ragione adorante in silenzioso ascolto del mistero della realtà”.

Ma l’idea di ‘pensiero sensibile’ o di ‘ragione sensibile’ proposta, che porta nel suo grembo il pullulare della ‘razionalità agapica’, gioca un ruolo decisivo in primis in ambito conoscitivo col dare giusto spazio al “ruolo  decisivo dell’affettività e del sentire”, in linea con l’idea di Etty Hillesum di ‘cuore pensante” sorta per dare ‘senso’ al non senso della sofferenza nel campo di concentramento e per conoscere, ad esempio, le ragioni di una pianta di mais che non produce, come nel caso della scienziata Barbara McClintock che l’ha interrogata al di là degli strumenti della sola ragione argomentativo-analitica (Cuori pensanti: la necessità di sentire e ragionare, Odysseo 21 settembre 2019). Ma tutto questo per Amendola serve per ribadire “l’irriducibilità del fenomeno umano, la straordinarietà del suo esserci” nel porre continuamente la “questione del senso”, come recenti acquisizioni delle neuroscienze e ricerche  sul ritorno del sacro ci indicano;  si ritiene, pertanto,  “pensare ad una sorta di  principio archimedeo del senso  secondo cui ogni tentativo di sommergere e di porre sul fondo degli interrogativi umani la questione del senso  si rivela come una spinta verticale dal basso verso l’alto, uguale per intensità al peso delle argomentazioni apportate per distruggere ogni sensatezza del vivere umano”. Questo è indice del fatto che la “presenza di un pensiero sensibile possiamo ravvisarla proprio negli eventi che toccano al massimo grado l’esistenza umana, quelle esperienze autentiche di profonda sofferenza e di vera gioia”.

Così, come dice Alain Badiou, ogni evento umano è un carico di verità che può diventare un fattore di crescita col dare alito ad un “nuovo modo di pensare” e combattere in tal modo le “derive” del pensiero asettico, della “ragione burocratizzata”, come la chiama Amendola col riportare la frase di Etty Hillesum,  che nel suo modo di essere una esecuzione di condanna a morte è simile al ‘fuoco a mitraglia della burocrazia”. Contro i diversi ‘fuochi a mitraglia’ che ci colpiscono, anche se non fanno più vedere il sangue come una volta e per questo più pericolosi in quanto mirano a svuotare le teste di senso critico in nome della ragione calcolante che si presenta onnipotente e neutrale, non abbiamo altro strumento se non quello di essere attivi ‘cuori pensanti’; e in ogni occasione dobbiamo mettere in atto ‘il principio archimedeo di senso’ e così, per parafrasare Pascal,  alimentare continuamente la ‘ragione agapica’ ad ogni livello, come ci invita a fare Giovanni Amendola in questo poderoso volume, sia se si è credenti o meno, una volta  ben metabolizzata la complessità del fenomeno umano, condizione indispensabile per realizzare “la promessa mancata della modernità: la fraternità”, imperativo  per un nuovo destino” in questo secolo, come scrivono Mauro Ceruti e Francesco Bellusci nel loro ultimo lavoro Il secolo della fraternità.


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Mario Castellana, già docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo nonché direttore della Collana Internazionale "Pensée des sciences", Pensa Multimedia, Lecce; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.