Un ossimoro declinato al femminile nel saggio del prof. Mario Castellana

La lettura dell’interessante saggio del prof. Castellana ha suscitato, sin dalle prime righe, una crescente curiosità e due iniziali domande:

  • Perché l’autore ha scelto un titolo che a me sembra tanto un ossimoro: “Cuori pensanti”?
  • Perché l’autore ha dedicato il suo “ragionamento” e il valore del concetto di “cuori pensanti” a delle donne?

Le risposte arrivano attraverso un percorso ermeneutico in cui l’autore prende per mano il lettore e lo accompagna nel “sofferto” mondo delle figure femminili di Hélène Metzger, Simone Weil e Suzanne Bachelard, per le quali le “ragioni della vita” e le “ragioni della conoscenza” non possono essere considerate in contrapposizione.

Il concetto quindi di “Cuori pensanti” deriva dal vissuto di tre esponenti del pensiero scientifico francese del Novecento che “hanno saputo coniugare in modo esemplare le ragioni della scienza, con la sua presa d’atto delle irregolarità del reale, con le ragioni della vita”. In pratica razionalismo e realismo come base per entrare in una “età della scienza”, in cui si mette in discussione la scienza di impronta positivista.

La Rivoluzione scientifica, iniziata nel Seicento con le teorie eliocentriche di Copernico e Keplero e supportate dal rigoroso metodo scientifico di Galileo, è stato un portentoso e rivoluzionario movimento di idee che ha mutato per sempre non solo l’immagine dell’universo, ma anche la concezione del sapere, non più dogmatico ma basato sul pensiero razionale.

La Scienza proprio perché rappresenta una sintesi di esperienza e ragione, acquisizione di conoscenze verificabili e da discutere pubblicamente è quindi per sua natura libera da ogni principio di autorità.

Questo principio fondamentale, democratico, rigoroso del valore della scienza, ha tuttavia portato spesso ad ingabbiare la scienza in una sorta di effetto paradosso, quello cioè di assolutizzare le scoperte scientifiche svincolandole da quello che per la scienza è il vero valore assoluto: il dubbio.

La scienza che come tale si contrappone ai principi dogmatici diventa, per mano di chi se ne serve, essa stessa dogmatica.

La Metzger prima e la Weil successivamente mettono in discussione la scienza di impronta positivista, basata sulla piena fiducia nei risultati e nel metodo della scienza sperimentale, fondata sull’osservazione dei dati concretamente riscontrabili e finalizzata ad un’applicazione funzionale delle proprie scoperte. Il Positivismo, in pratica, finisce per assolutizzare la scienza stessa.

Suzanne Bachelard, seguendo le orme del padre, il grande filosofo della scienza Gaston Bachelard, propone nuove intersezioni tra filosofia e scienze sociali ed umane e logica matematica. Del resto, come sosteneva Gaston Bachelard “vi è un solo mezzo per far progredire la scienza: dar torto alla scienza già costituita”.

In questo contesto si inserisce anche la straordinaria figura di Barbara McClintock, per la sua capacità di dire vari “no” alle teorie vigenti nei vari campi del pensiero biologico criticando chi, con lucida coscienza epistemica, pretendeva di imporre una risposta come verità assoluta.

I percorsi di ricerca di Hélène Metzger, Simone Weil, Suzanne Bachelard e Barbara McClintock, come scrive l’autore, “possono essere anche considerati come testimonianze di un modo di vivere concretamente la razionalità scientifica e non solo di interpretarla, di darne una portata esistenziale e di inserirla in una visione antropologica complessiva”.

Per fare questo però bisogna essere corazzati di cultura e conoscenza per non cadere nel paradosso opposto e cioè di screditare a priori la scienza e il metodo scientifico con semplici e mere opinioni. Del resto le opinioni non generano filosofi e i veri filosofi non danno opinioni.

Hélène Metzger, Simone Weil e Suzanne Bachelard offrono un modo nuovo di “raccontare la scienza”; hanno fornito dei percorsi di ricerca epistemologica, come discute l’autore, dove intuizione, intelligenza comprensiva e cuore non vengono tenute separate e non vengono viste come momenti autonomi di un tragitto, ma nel loro insieme.

Cuori pensanti appunto per evitare il “buio della ragione”.

La scienza tuttavia, per sua natura, non opera per la distruzione; sono gli uomini che utilizzano e indirizzano gli aspetti esaltanti della rivoluzione scientifica verso binari antidemocratici. L’autore infatti in una nota scrive che “non è la scienza in quanto tale, ma alcuni uomini di scienza e filosofie non adeguate che trasformano le ipotesi in dogmi, con pretese “imperialistiche”, che una seria analisi storico-epistemologica deve essere in grado di individuare e di smascherare”.

Un altro aspetto che caratterizza le figure femminili “raccontate” dall’autore è quello di calarsi nel contesto storico in cui una data ricerca scientifica viene condotta. In particolare la Metzger si interroga se “lo storico della scienza deve o non deve tentare di farsi contemporaneo degli studiosi di cui espone le teorie”, sostenendo che lo storico della scienza “nel corso del proprio lavoro non dovrà preoccuparsi di sapere se le conclusioni del suo lavoro possono giustificare o meno una determinata concezione dell’intelligenza o della ragione umana; non dovrà rinchiudersi in un determinato schema a priori dettato da una concezione precostituita della scienza o della sua storia; l’accordo tra i fatti che lo storico studia e la dottrina filosofica deve venire da sé, senza imbrogli, senza sollecitazione né dei fatti né della dottrina, senza ritocchi o, a farla breve, senza alcun tipo di arbitrarietà”.

Sulla base di queste considerazioni risulta anche ragionevole immaginare perché l’autore abbia dedicato il suo “ragionamento” e il valore del concetto di “cuori pensanti” a delle donne: “Esse con molte difficoltà anche legate al fatto di essere donne hanno aperto delle vie nuove per dare più senso cognitivo alle dimensioni del reale”.

Il motivo della scelta, personalmente, lo vedo anche per quel che sosteneva un’altra grande scienziata, Margherita Hack: “La colpa di Eva è stata quella di voler conoscere, sperimentare, indagare con le proprie forze le leggi che regolano l’universo, la terra, il proprio corpo, di rifiutare l’insegnamento calato dall’alto, in una parola Eva rappresenta la curiosità della scienza contro la passiva accettazione della fede”.

Ci vuole senso critico e soprattutto rigore nella valutazione di ogni cosa e anche un po’ di cuori pensanti.


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Antonio Musarò
Figlio del Salento, abitante del mondo, esploratore della conoscenza. Laurea in Scienze Biologiche, Dottorato di Ricerca in Scienze e Tecnologie Cellulari alla Sapienza Università di Roma e Research Fellow presso la Harvard University di Boston (USA) dal 1996 al 2000. Attualmente è professore ordinario di Istologia, Embriologia e Biotecnologie Cellulari presso l'Università di Roma "La Sapienza". Le sue ricerche hanno portato ad importanti risultati pubblicati su riviste scientifiche internazionali tra cui Nature, Nature Genetics, Nature Medicine, Cell Metabolism, PNAS, JCB. Da diversi anni è impegnato nella divulgazione scientifica; è coordinatore delle attività di divulgazione scientifica dell'Istituto Pasteur-Italia ed è direttore scientifico della manifestazione “Festa della Scienza” che si svolge annualmente in Salento (Andrano-LE). Il suo motto: appassionato alla verità e amante del dubbio.

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