Non so quanti, tra coloro che avranno il piacere (o dispiacere) di leggere questo articolo, conoscano questa storia. A dire il vero, fino a poco tempo fa, non la conoscevo neanch’io, prima di trovarla per caso, navigando in Internet.

E, credetemi, merita di essere raccontata.

È tratta da un articolo di Nicolò Zuliani, che ha riportato questo avvenimento, in occasione del quarantesimo anniversario dei fatti narrati, in un articolo “Quando negli anni ’80 la Marina Militare Italiana riuscì a fare l’impossibile”, sul sito Termometropolitico.it.

E allora, facciamo un salto indietro di 40 anni, e di circa un migliaio di chilometri ad est, precisamente in Vietnam.

Quel suolo è testimone di uno dei conflitti più cruenti della storia, conclusosi nel 1975 con la vittoria delle truppe del Vietnam del Nord, appoggiate da URSS e Cina, e la difficile ritirata dell’esercito statunitense. Fu l’inizio di una tragedia, per gli abitanti del Vietnam del Sud, che subirono numerosi rastrellamenti e inenarrabili violenze da parte dei vincitori. Non restò loro scelta che lasciare la loro patria, che per loro era diventata così nociva, per rifugiarsi presso gli Stati confinanti.

Li chiamavano “boat people”: uomini, donne e bambini, che si affidavano a imbarcazioni rudimentali. Salpavano in cerca di speranza, ma i suddetti Stati chiudevano loro “il porto” in faccia.

Le immagini che ritraevano codesti disperati fecero il giro del mondo, fino ad arrivare alle stanze del Quirinale. L’allora capo di Stato Sandro Pertini si affidò ad Andreotti e al suo ministro della Difesa Ruffini, per organizzare un’operazione di recupero nelle acque del Mar Cinese Orientale. Il tutto sembrò fattibile.

Secondo quanto racconta Zuliani, il 25 giugno 1979 giunge all’ammiraglio dell’incrociatore “Vittorio Veneto” Franco Mariotti, che si trovava a Tolone per un periodo di esercitazioni, un messaggio da parte del suo superiore, amm. Sergio Agostinelli, che si trovava a bordo dell’incrociatore “Andrea Doria”. L’ordine era quello di far rotta a La Spezia, per poi riadattare gli ambienti della nave in modo da poter accogliere il maggior numero di uomini, donne e bambini.

Sembrò difficile, per l’amm. Mariotti, eseguire l’ordine: i suoi uomini erano lontani dalle famiglie già da due mesi, e chieder loro di affrontare una traversata così lunga avrebbe fiaccato il loro morale.

Ma, inaspettatamente, vi fu notevole entusiasmo: una volta a La Spezia, tutti gli uomini si misero al lavoro.

Le camere degli ufficiali divennero un’infermeria, nella maggior parte degli altri ambienti vennero sistemati dei materassi per i naufraghi, il ponte di atterraggio degli elicotteri fu liberato per permettere libere passeggiate, vennero allestiti dei bagni aggiuntivi. Vennero caricati medicinali, personale medico, e anche alcuni interpreti, dato che “il mondo del 1979 non conosce l’inglese, figurarsi il vietnamita”. Toccò anche far scendere alcuni marinai, per aumentare lo spazio a bordo.

Il 5 luglio la “Vittorio Veneto” e l’”Andrea Doria” salparono verso Creta, dove si congiunsero con la nave di supporto “Stromboli”: da lì, le tre navi fecero rotta verso l’Estremo Oriente.

La navigazione apparse complicata (“Oltre al caldo mostruoso del Mar Rosso, i monsoni dell’Oceano Indiano riportano il vento a forza 7”), ma, nonostante le difficoltà, il 18 luglio gli equipaggi giunsero a Singapore, dove vennero caricate le ultime provviste.

Il 25 luglio si fece rotta verso il Mar Cinese Orientale, seguendo le rotte percorse dai boat people: grazie a un elicottero alzatosi dalla Vittorio Veneto venne localizzata una prima imbarcazione alla deriva.

Quando i gommoni dei soccorsi vi si abbordarono per il recupero, la situazione era catastrofica: “a bordo c’è tanta puzza da far svenire, e la fame è tale che ci sono episodi di cannibalismo”. Ma questo non dissuase gli equipaggi dal loro compito: non vennero rispettate le precauzioni per evitare contagi, l’umanità prese il sopravvento. Sulle tenebre dell’Inferno giunse un luminoso raggio di sole.

I disperati della prima imbarcazione furono solo l’inizio: nel giro di una settimana, vennero recuperate circa 907 persone, curate dagli infermieri e rifocillate dai cuochi, intrattenute dai marinai. Il 1 agosto, l’amm. Mariotti diede l’ordine di ritornare a casa. Durante il viaggio di ritorno nacquero amicizie, affetti, e una vita, il cui nome scelto fu Andrea. Emozionante è una frase di una lettera dei naufraghi, rivolta ai marinai italiani, riportata da Zuliani: “Siete diversi dagli altri popoli, per voi esiste un prossimo che soffre…”

Il 21 agosto, le navi approdarono a Venezia, dove alcuni naufraghi e marinai vennero messi in quarantena per evitare contagi. All’amm. Mariotti venne attribuita una medaglia al valore.

Oggi, alcuni di quei disperati sono cittadini italiani, che hanno conservato la memoria di quell’indimenticabile salvataggio: nel 2009, a 30 anni da quell’impresa, tutti i protagonisti si sono ritrovati, compreso l’amm. Mariotti, che con ironia disse:

Non piaceva loro come cucinavamo il riso, per loro era cotto male. Allora abbiamo deciso di mangiare noi italiani quel riso, e offrire loro della pasta: quella, ovviamente, fu molto gradita”.

Niente da dire: tempi ben diversi da quelli di chi si vanta dei “porti chiusi”.


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Giacomo Zingaro
Ho 22 anni, sono studente di Giurisprudenza all’Università di Trento, ma oltre al diritto coltivo altri interessi, in particolar modo per la storia e la musica. I miei hobbies preferiti sono la chitarra e la guida. Mi piace molto viaggiare, il che ben si addice alla mia voglia di conoscere e “curiosare”. Il motivo per cui scrivo? La scrittura allarga le frontiere della mente, la scrittura è confronto e condivisione, la scrittura è crescita, la scrittura è un viaggio nella conoscenza, proprio come la traversata di Odisseo nel Mediterraneo…

2 COMMENTI

  1. Oggi non è una questione di porti chiusi o aperti, ma di tempi e strategie geopolitiche diverse. L’episodio raccontato nell’articolo evidenzia un’umanitá italiana che sa, eroicamente, di esportazione di tenerezza. Oggi il leviatano neoliberista ha sradicato nel cuore degli uomini un pensiero come quello del presidente Pertini di cui nell’articolo.
    Ma pericoloso e deleterio sarebbe cedere oggi, in nome di una farisaica accoglienza umanitaria, alla tratta di nuovi schiavi esercitata dalle ricche ONG straniere. Si tratta né più né meno di un traghettamento funzionale alle logiche del capitalismo estremo e alle strategie geopolitiche della Germania (si noti che buona parte delle imbarcazioni ONG sventolano bandiera tedesca).
    Aiutare la sinistra italiana a comprendere questo, a comprendere la sua ipocrisia e il suo totale asservimento alle logiche dell’estremismo capitalista, sarebbe arduo ma glorioso compito degli uomini liberi e costruttori di pace autentica.

  2. Caro Nunzio,
    abbiamo avuto occasione, tempo fa, di confrontarci sul tema dei porti chiusi e delle ONG: presumo, pertanto, che lei conosca la mia opinione. Tuttavia, mi duole molto constatare che lei sembra compiacersi del fatto che questo “leviatano neoliberista” faccia a pezzi l’umanità di ciascuno di noi: deleterio, invece, sarebbe lasciare che questo mostro si propaghi nel mio pensiero e di quello di quanti come me credono ancora nella forza della solidarietà. In aggiunta, vorrei farle notare che, nel Mediterraneo, oltre a navi tedesche (e non ONG) operano navi appartenenti ad organizzazioni “di stampo internazionale” quali Medici Senza Frontiere e SOS Mediterranee; oltracciò, si ricorda quanto successo in estate alla nave Alex, che ha tratto in salvo 54 migranti? Il porto di Lampedusa le è stato negato: eppure era una nave italiana. Perciò, non nascondiamoci dietro il “capitalismo estremo” per giustificare una macchina propagandistica contro un nemico che non esiste, in nome di un pugno di consensi e della sicurezza dei confini. E ribadisco, chi osa fare politica sulla pelle di uomini vulnerabili è un criminale, e avrà sempre il mio più profondo disprezzo.

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