Si intitola “Il tocco del piccolo angelo – Indagine a Milano” (Neos Edizioni), il nuovo romanzo di Fiorenza Pistocchi. Un giallo/noir in salsa italiana con tutte le criticità urbanistiche e sociali di un Paese, il nostro, le cui carceri ospitano donne che affrontano la detenzione assieme ai loro figli, donne forti in cerca di riscatto e, probabilmente, in cerca di un angelo custode che gli indichi la via:

Ciao, Fiorenza. È visitando il settore femminile di San Vittore che hai tratto ispirazione per “Il tocco del piccolo angelo”?

La prima ispirazione nasce da due fatti accaduti nello stesso periodo: l’inizio dell’attività professionale di massoterapista di una mia amica e la mia visita, legata a una sfilata di detenute, all’interno del carcere di Milano. Le ragazze, a San Vittore, possono frequentare corsi di cucito, di cucina, di scrittura e in quell’occasione indossavano i turbanti ideati e cuciti da loro per le donne che si sottopongono alla chemioterapia all’Istituto dei Tumori di Milano. Sono rimasta colpita dalla bellezza di alcune, per le quali non riuscivo a immaginare un passato criminale. La mia amica, invece, mi ha descritto con passione il suo lavoro di massoterapista, finalizzato al benessere delle persone. Ho messo insieme i due elementi ed è nato il personaggio di Linette, che inizia l’attività di massaggio dopo aver frequentato un corso in carcere. Da questo personaggio, insolito e misterioso, nasce tutta la storia.

Donne giovani e belle a cui si fa fatica ad attribuire un passato criminale possono essere metaforicamente raccontate dalla riabilitazione urbanistica dei quartieri periferici milanesi, Lambrate e Crescenzago?

I quartieri in questione hanno subito grandi trasformazioni negli ultimi anni. Sono convinta che lo scenario del quartiere in cui si vive, le sue bellezze, o per contro il suo degrado, incidano profondamente sulla vita delle persone che vi abitano: se sei circondato da bei palazzi, strade vivibili, parchi urbani, se non ti mancano i servizi di cui hai bisogno, se puoi praticare sport e vivere in sicurezza, probabilmente hai un atteggiamento positivo, che si riflette nelle tue azioni. Se invece vivi in un quartiere abbandonato, in cui regnano la sporcizia e la criminalità, sei più portato a sviluppare comportamenti negativi. In questo senso c’è un parallelo tra le zone di cui parlo, tra il loro riscatto urbanistico e il riscatto morale che possono attuare le giovani detenute che cercano un nuovo percorso. Sono quartieri in cui ho vissuto e lavorato, che danno di Milano un’immagine periferica, meno legata alla città della moda, del design, meno di fretta, più umana, più vicina alle persone e quindi più capace di accogliere anche ragazze dal passato problematico come Linette.

Pur decisiva nella risoluzione del caso, la complicità fra il Commissario Perego e la protagonista Linette non viene consumata a causa dei demoni personali che ciascuno di noi si porta dentro?

Il loro rapporto nasce problematico e va avanti tra mille dubbi di entrambi. È difficile per il commissario mantenere un rapporto sentimentale stabile con una ex detenuta, nonostante ne sia innamorato e sia attratto dalle inconsuete doti che Linette manifesta e che lo aiutano anche nelle indagini. È altrettanto difficile per lei, con un passato da drogata e prostituta, adattarsi a un rapporto “tradizionale” con uno sbirro, il simbolo di tutto ciò che l’ha costretta alla carcerazione. Solo la presenza di Stella, la piccola figlia di Linette sembra trattenerla sulla retta via. La domanda che si fa il lettore può essere l’avvio di un nuovo giallo/noir da scrivere. Ci sto pensando.

Credi che nelle carceri italiane manchi quel “petit ange gardien” che tutte le detenute con figli dovrebbero avere?

Non conosco la situazione delle altre carceri italiane, ma ho visitato la residenza protetta che esiste a Milano per le detenute con figli minori e piccolissimi, che possono anche vivere con loro. Lì operano molti “piccoli angeli custodi”, che sono le persone che si occupano delle detenute e dei loro bambini: educatrici, psicologhe, insegnanti, agenti della Polizia Penitenziaria e i semplici volontari e volontarie che cercano con dedizione di motivarle a rifarsi una vita. Di sicuro ci vorrebbero strutture simili diffuse sul territorio nazionale e soprattutto molte opportunità per le donne carcerate, in una società che dovrebbe essere più solidale nei loro confronti.


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