«Però sentisti il tremoto e li pii 
spiriti per lo monte render lode 
a quel Segnor, che tosto sù li ‘nvii»

(Purgatorio XXI, vv.70-72)

Appare Stazio nel canto ventunesimo del Purgatorio. Scrivo proprio appare perché la sua comparsa è paragonata a quella di Cristo ai due discepoli di Emmaus: come il Cristo, Stazio non è riconosciuto dai due viandanti, come il Risorto – e come ci sarà presto spiegato – anche Stazio sorge a vita nuova e per dare un senso ai passi di chi è smarrito.

Quando finalmente lo scorgono, Virgilio incomincia col domandargli la causa del terremoto e del Gloria uditi con viva sorpresa alla fine del canto precedente, interpretando così la forte e non espressa curiosità di Dante.

L’autore della Tebaide e della incompleta Achilleide, originario di Napoli e da Dante parzialmente confuso col tolosano e omonimo retore Lucio Stazio Ursolo, spiega che il Purgatorio, una volta superati i tre gradini della porta di ingresso, è del tutto esente da qualsivoglia fenomeno atmosferico. Il terremoto da loro percepito corrisponde al fremito di un’anima che avverte di essere finalmente liberata dal peccato e pronta per salire in paradiso, proprio come appena verificatosi – dopo più di cinque secoli di attesa – al medesimo Stazio che, di qui in poi, scorterà Dante nel resto del suo pellegrinaggio lungo il monte del Purgatorio.

La parte finale del canto è impegnata da una sorta di siparietto fatto di rapide sequenze: prima Virgilio chiede a Stazio di rivelare la sua identità, poi questi risponde dicendo di dover tutta la propria gloria poetica all’autore dell’Eneide, ma ignorando di averlo di fronte; quindi Dante sorride, ma Virgilio con lo sguardo gli impone di tacere, Stazio però coglie l’imbarazzo di Dante e gliene chiede la ragione, finché non è lo stesso Virgilio a rivelare il proprio nome e a ricevere un più che deferente omaggio del poeta napoletano. Deferente, ma anche comico, atteso che egli si getta ai piedi del diletto Maestro, dimenticando che essi hanno la forma di ombre inconsistenti…

Su Stazio e sul perché egli sia destinato alla visione beatifica avremo modo di tornare nel canto che segue. Qui vorrei soffermarmi sul tremoto già citato e sull’esplosione di lode che si fa preghiera e con cui tutti gli altri spiriti chiedono di essere presto ammessi alla visione beatifica.

Sono sempre affascinato da chi ha sete. Sete di conoscere, come nel caso di Ulisse, sete di vedere Dio, in questo caso. Sete di umanità autentica, come dovrebbe essere finché siamo su questa terra.

Una sete che l’acqua della Samaritana, citata in apertura di canto, non può saziare. Una sete capace di suscitare un terremoto. Una sete che si fa inno di esultanza. Una sete che, in definitiva, è urgenza di vedere «l’amor che move il sole e l’altre stelle» (Paradiso XXXIII, v.145).

Una sete che, mi pare di avvertire con nostalgia, sembra essere sempre meno comune ai fratelli e alle sorelle con cui mi tocca condividere questo tempo. L’unico, temo, che ci sia dato di vivere. Almeno qui ed ora.

Pablo Neruda: «Di sete. / Sete infinita. / Sete che cerca la tua sete. / E in essa si strugge come l’acqua nel fuoco».

Marcello Marchesi: «Non ho fame. Non ho sete. Non ho caldo. Non ho freddo. Non ho sonno. Non mi scappa niente. Come sono infelice».

Antoine de Saint-Exupéry: «Fare dono della cultura è fare dono della sete. Il resto sarà una conseguenza».


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