
«Ogni generazione, senza dubbio, si crede destinata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito è forse più grande: consiste nell’impedire che il mondo si distrugga»
(Albert Camus)
Il dialogo che segue nasce da un gesto di ascolto. Ho rintracciato le risposte di Camus nel discorso che egli stesso tenne a Stoccolma nel 1957, in occasione del suo Premio Nobel per la Letteratura. Ho come la viva percezione che le sue parole siano pronunciate ancora oggi: proprio per noi.
Albert, lei riceve il Nobel e parla di smarrimento, quasi di paura. Perché tanta esitazione davanti a un riconoscimento così alto?
Perché ogni premio è una luce improvvisa. E la luce, quando arriva tutta insieme, acceca. Mi sono sentito esposto, quasi nudo. Non per falsa modestia, ma perché sapevo che, mentre io venivo celebrato, altri scrittori – forse più grandi di me – erano ridotti al silenzio. E perché la mia terra continuava a soffrire.
Come si fa a ritrovare equilibrio in un momento così?
Ritornando a ciò che conta davvero. Alla mia idea dell’arte. Alla missione, se così la si vuole chiamare, dello scrittore.
Missione: una parola grande. Cosa significa, per lei, scrivere?
Scrivere non è separarsi dagli altri. È stare al loro livello. L’arte non è una gioia solitaria: è un mezzo per commuovere, per condividere le sofferenze e le gioie comuni. Se lo scrittore si isola, tradisce la sua stessa arte.
Dunque lo scrittore non è un giudice?
No. Il giudice divide. Lo scrittore cerca di comprendere. I veri artisti non disprezzano nulla. Se prendono parte, lo fanno per una società in cui non regni il giudizio, ma la creazione.
Lei ha detto una frase che ancora oggi colpisce: lo scrittore non è al servizio di chi fa la storia, ma di chi la subisce.
È una linea netta. Se serve il potere, lo scrittore perde la voce. Ma basta il silenzio di un uomo umiliato, lontano, dimenticato, per richiamarlo al suo compito: dare voce a quel silenzio.
Qual è, allora, il cuore di questo compito?
Due impegni soltanto, difficili ma essenziali: la verità e la libertà. Senza questi, lo scrittore diventa un funzionario della menzogna. E dove regna la menzogna, cresce la solitudine.
Viviamo tempi che invitano al cinismo, alla resa. Lei parla invece di resistenza.
Ogni generazione crede di poter rifare il mondo. La mia ha capito che il suo compito è più modesto e più grande: impedire che il mondo si distrugga. Resistere all’odio, al nichilismo, alla tentazione di rinunciare alla dignità.
Lo scrittore, quindi, non offre soluzioni?
No. La verità non è mai pronta. La libertà è faticosa. Chi scrive non è un predicatore: è un uomo fragile, diviso tra il dolore e la bellezza, che tenta di edificare qualcosa mentre la storia distrugge.
Se dovesse lasciare una promessa, oggi?
La stessa che ogni vero artista fa ogni giorno, in silenzio: restare fedele. Non al successo, ma agli uomini. A quelli che non hanno voce.
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