«E dentro a la presente margarita 
luce la luce di Romeo, di cui 
fu l’ovra grande e bella mal gradita»

(Paradiso VI, vv.127-129)

È il canto di Giustiniano, il sesto del Paradiso, un canto di argomento politico, come tutti i sesti canti della Commedia. Questa volta, seguendo il climax ascendente del sesto dell’Inferno e del sesto del Purgatorio, centrale è la storia dell’Impero che Dante, con il suo consueto anacronismo e una celebre metafora, considera come un unico “volo dell’aquila”: dalle leggendarie origini troiane all’età della monarchia, a quella della repubblica romana, all’impero fondato da Augusto, sino agli eventi più recenti.

Parla, ma non attira la nostra simpatia Giustiniano. Lui, si sa, è un imperatore, con tanto di prosopopea. Tace su quanto non gli conviene, ad esempio, sull’ingiusto trattamento riservato al suo valente Belisario, mentre esalta il proprio operato, in particolare l’emanazione del Corpus iuris civilis.

Quindi, si lancia in una severa filippica contro chi si oppone al «sacrosanto segno» imperiale (v.32) pur con ragioni del tutto antitetiche: da una parte, i Ghibellini che tentano di appropriarsene per secondi fini; dall’altra, i Guelfi che si illudono di poterlo sostituire con i gigli di Francia.

È la parte finale del lungo monologo di Giustiniano che, a dire il vero, attira la mia attenzione: dopo aver ricordato che qui sono beati quando hanno operato il bene per ottenere gloria terrena, ecco che l’imperatore si sofferma sulla figura di Romeo di Altavilla, la cui anima risplende e le cui azioni furono ripagate con l’ingratitudine. Al di là del fatto che il suo destino possa essere facilmente accostato a quello del medesimo Dante, mi pare che la sua capacità di mendicare il pane con dignità, dopo essere stato consigliere del conte di Provenza e averne sposato le quattro figlie con altrettanti re, sia la più plastica e lampante spiegazione di quel «Cesare fui e son Iustiniano» (v.10): sono stato un Cesare, un imperatore, ma resto semplicemente Giustiniano.

Come a dire: passa la gloria del mondo, scivola via qualsivoglia titolo o medaglia, nulla resta se non la tua o mia «luce» (v.128), ammesso che non l’abbiamo smarrita. Si può essere consiglieri a corte, re e persino imperatori. Si può essere multimiliardari, oligarchi e persino capi di Stato. Tutto passa, tutto scorre. Nulla resta, se non quel che sei quando sei nudo. In nuda veritas.

Forse è così che si risorge.

Lucio Anneo Seneca: «Presto diventa infamia la gloria dei superbi».

Alda Merini: «La nudità mi rinfresca l’anima».

Maria di Nazareth: «Ha rovesciato i potenti dai troni».


FonteIn copertina: pixabay.com liberamente reinterpretata da Eich
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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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