Ad ogni nuovo attentato il gioco delle parti si ripete uguale, via via sempre più stanco e inefficace.

Ci sono quelli che parlano. Poi ci sono gli esperti. E poi ci vorrebbe un’intelligence europea. Ah, ci sono anche i musulmani…

Ad ogni nuovo attentato il gioco delle parti si ripete uguale, via via sempre più stanco e inefficace. È successo anche questa volta in occasione dei fatti di Bruxelles. Il groviglio d’interessi in Medio Oriente, il ruolo dell’Isis, le ripercussioni di quella guerra in Occidente, sono cose difficili da spiegare e difficilissime da comprendere. A dispetto di ciò, tuttavia, il minuto dopo aver appreso degli attacchi, incredibilmente, gran parte dell’opinione pubblica dimostra un’idea precisa su tutto, vantandola e difendendola strenuamente. A passare in secondo piano è sempre la consapevolezza per cui la politica internazionale è un campo dello scibile come un altro, nel quale se non si è ferrati, magari si può provare a tacere.

Così ci sono quelli che vogliono cacciare tutti i musulmani dall’Europa e non fare entrare quelli che arrivano, come se gli attentatori non fossero tutti cittadini europei, nati e cresciuti da noi. E come se quelli che arrivano non stiano scappando dagli stessi terroristi.

Ci sono quelli che pensano di risolvere tutto smettendola di vendere armi all’Isis, come se il problema dell’Isis fosse quello di trovare qualcun altro da cui approvvigionarsi.

Ci sono quelli che chiedono ai musulmani moderati di dissociarsi. Ammesso che sia legittimo farlo: e dopo che si sono dissociati?

Ci sono quelli che ribadiscono ossessivamente che il problema lo abbiamo creato noi andando in Afghanistan nel 2001. Come a dire che questi attentati, adesso, è giusto accettarli in silenzio per espiare le colpe di un peccato originale.

Ci sono quelli a cui ciò che succede in realtà interessa relativamente. A loro preme solo far notare “che per la Francia o il Belgio vi preoccupate, invece per il Libano o il Burkina Faso no”. Come se una maggiore o minore vicinanza non influisca sull’empatia, come se le reazioni emotive si potessero in qualche modo decidere razionalmente.

Ci sono quelli per cui l’unica cosa importante è non arrendersi alla paura. Va detto che non è paura che proviamo, è angoscia. E non è che ci si arrende, ce la si ritrova.

Quello su cui gli esperti oggi concordano è che il terrorismo in Europa sia l’effetto collaterale di una guerra estesa che ha il suo epicentro altrove, in Medio Oriente e parte del Maghreb. Tale effetto collaterale consiste in una rete ben consolidata di jihadisti europei in contatto con i territori dello Stato Islamico: tramite essa si reclutano combattenti, si addestrano, si rimpatriano, si organizzano attentati e si nascondono uomini. Dunque è vero che siamo in guerra, ma il nostro nemico non è un esercito, bensì un’organizzazione terroristica. La battaglia allora è interna più che esterna, la riflessione deve restare dentro tale perimetro.

In questo senso un’intelligence europea sembra una buona idea, a patto però che la si percorra fino in fondo. In un’intervista per l’ISPI Francesco Strazzari, docente alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, spiega che oggi la collaborazione fra forze di sicurezza è maggiore fra Stati Europei e Usa, che fra Stati membri stessi. La condivisione d’informazioni fra questi avviene su base bilaterale e non c’è niente di strutturato. “La cooperazione è vista come una opportunità offerta agli Stati membri e non un meccanismo politico vincolante”, spiega il professore. La strategia europea in questo ambito si è sviluppata di reazione in reazione ad avvenimenti tragici, per poi essere dimenticata una volta esaurita la spinta emotiva. La scelta, neanche a dirlo, dovrebbe essere politica, più che tecnica.

È innegabile, poi, che attori principali dell’intera vicenda siano i musulmani, in quanto vittime e in quanto carnefici. Sembra allora difficile poter sconfiggere il cancro del fondamentalismo senza la loro collaborazione. La realtà però è che, nonostante la Costituzione preveda il riconoscimento religioso con il sistema delle “Intese”, almeno in Italia non esiste nessun tipo d’identificazione giuridica ufficiale della confessione islamica. Questo, oltre ad essere importante per la dignità del milione e mezzo di musulmani italiani, sarebbe fondamentale per la sicurezza nazionale. Riconoscimento vuol dire responsabilità nominali, controlli, trasparenza, vuol dire distinguere referenti ufficiali da autoproclamati, vuol dire ridurre gli spazi di manovra di agitatori in malafede.

La raccolta d’informazioni, infine, ha bisogno di essere più capillare, per questo conviene forse affiancare all’antiterrorismo delle figure che possano avere contatti più diretti con gli ambienti maggiormente esposti alla radicalizzazione. È ciò che si prova a fare con i programmi di de-radicalizzazione, sperimentati con successo in diversi Paesi europei. Deve esserci la consapevolezza che nessuna risoluzione, da sola, può essere definitiva. Il problema è complesso e ne interseca molti altri, la reazione deve essere dunque altrettanto composita e articolata.

Hölderlin diceva che “dove c’è pericolo, cresce anche ciò che salva”. Bisognerebbe approfittare del momento di massimo pericolo allora, per non ritrovarci a dire ancora dell’Afghanistan nel 2001, dei musulmani terroristi, di “Pray for Paris”, “Je suis Charlie” e così via, reiterando un gioco delle parti in cui non si diverte più nessuno.


3 COMMENTI

  1. Una sola domanda: è sicuro che chi professa la religiona musulmana, in base alla loro religione stessa, al di là degli estremismi, voglia la “collaborazione”, voglia l’integrazione, la convivenza pacifica, il vivere fianco a fianco civilmente, nel rispetto dei diritti, nella tolleranza reciproca? ovvero, per quanto riguarda la vita politica ed etica, tutto questo è previsto nella religione islamica?

  2. Grazie della risposta.
    Sarebbe interessante ascoltare le fonti dirette, sapere cosa dice il corano a riguardo e come lo interpretano i capi religiosi.
    Saluti.
    Auguri di buona pasqua

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