“I ragazzi delle scuole imparano chi fu Muzio Scevola o Orazio Coclite, ma non sanno chi furono i fratelli Cervi”: Piero Calamandrei.

Basta lo stralcio di un discorso tenuto da Piero Calamandrei nel 1954 per ribadire l’importanza che hanno avuto nella storia della resistenza italiana e nella lotta per la libertà i sette fratelli Cervi, fucilati dai fascisti il 28 dicembre 1943.

Sette giovani uomini dai 22 ai 49 anni, ragazzi nel pieno degli anni e delle forze, alcuni già padri e mariti.

Proviamo a chiederci per un momento chi riuscirebbe a sopravvivere alla morte di sette figli. La risposta ha un nome e cognome: Alcide Cervi, patriarca di questa famiglia di contadini di Gattatico, provincia di Reggio Emilia.

Alcide Cervi, a differenza di sua moglie Genoveffa Cocconi (morta di disperazione) sopravviverà all’eccidio dei suoi sette figli e trascinerà il suo dolore di padre fino al 1970, dedicandosi a divulgare la memoria dei suoi sette ragazzi.

Oggi la casa colonica dove la famiglia Cervi ha vissuto, dopo essere stata data alla fiamme dai fascisiti, è sede dell’Istituto Cervi e della Biblioteca Emilio Sereni ed è li ad infondere nelle nuove generazioni, specie negli studenti, i valori fondativi della nostra democrazia.

Negli anni ’40 i Cervi, capeggiati dal fratello maggiore Aldo, erano diventati nell’Italia del regime fascista dei pioneri in agricoltura, acquistando il primo trattore dell’Emilia. Questo suscitò non poche gelosie nelle campagne emiliane e la caduta del regime insieme al loro innato antifascismo li portò all’arresto e alla morte.

“I miei figli hanno sempre saputo che c’era da morire per quello che facevano, e l’hanno continuato a fare, come anche il sole fa l’arco suo e non si ferma davanti alla notte. Così lo sapevano i tanti partigiani morti, e non si sono fermati davanti alla morte” (Alcide Cervi, I miei sette figli, Einaudi 2013).

La grande casa di Gattatico accoglieva i genitori Cervi e i sette figli con le loro mogli e figli, ma non solo. I Cervi ospitavano molti prigionieri alleati fuggiti dalle prigioni naziste. Tra gli ospiti della famiglia Cervi ci fù anche il russo Anatolij Tarasov, grande partigiano. I sette ragazzi Cervi non hanno combattuto la resistenza sulle montagne, come tanti partigiani dell’Emilia. Furono partigiani nei campi, la “Banda Cervi”, come fu chiamata, ragionava sulle strategie, diffondeva la stampa clandestina, aiutava chi si nascondeva, ma la sua attività non passò inosservata e il 25 novembre 1943 i fascisti, in cento secondo i testimoni, circondano e successivamente danno alle fiamme casa Cervi. Quella mattina vengono arrestati i sette fratelli Cervi, il loro padre Alcide e il russo Tarasov.

Lui, papà Alcide, condivide con i suoi sette ragazzi i giorni della prigionia, ma una mattina non li vede più tornare.

“Dopo che avevo saputo, mi venne un grande rimorso. Non avevo capito niente, e li avevo salutati con la mano, l’ultima volta, speranzoso, che andavano al processo e gliela avrebbero fatta ai fascisti, loro così in gamba e pieni di stratagemmi. E invece andavano a morire”.

È il 28 dicembre del 1943, Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore vengono fucilati all’alba al poligono di tiro di Reggio Emilia.

“Un’esecuzione arbitraria: la prima di un lungo, spaventoso elenco che sarà scritto nei mesi a venire. Ricordi quando il Regio esercito, prima di processarti, ci ha messo mesi, e pile di incartamenti? Domande, deposizioni. Qui niente. Niente verbali, avvocati, cancellieri. Solo boia (Adelmo Cervi, Io che conosco il tuo cuore, Piemme 2014; Adelmo Cervi è il figlio terzogenito di Aldo, uno dei sette fratelli Cervi).

Alcide Cervi non saprà per giorni della sorte dei suoi ragazzi. Dopo un bombardamento alleato fugge e torna a casa dove è rimasta sua moglie, le due figlie e le mogli dei suoi figli. Al ritorno a casa Alcide prova a confortare sua moglie: i loro ragazzi torneranno presto.

Solo allora Alcide saprà di essere rimasto solo con le donne e i bambini, solo allora papà Cervi conoscerà la sorte toccata ai suoi ragazzi.

L’eccidio dei giovani Cervi parve esagerato anche alle autorità fasciste. A Brescia, sede della Repubblica di Salò, al verbale dell’esecuzione qualcuno sottolineò la frase “Sono sette fratelli”, quasi a voler ammettere la crudeltà e l’inumanità di quel gesto plateale.

“Questi sono i dolori grandi, che offendono la vita. Io avevo sette figli, cresciuti con quarant’anni di fatiche, e mi preparavo a togliere il fastidio, che già arrivavo alla settantina. Invece mi hanno mietuto una generazione di maschi, e la madre è andata via con loro dopo un anno, così io sono rimasto con quattro donne e undici nipoti piccoli, con un fondo di 56 biolche da lavorare”.

Alcide non si abbatte e si rinchiude nella sua cascina con i nipoti, la seconda generazione dei Cervi, per ricominciare “Dopo un altro raccolto ne viene un altro. Andiamo avanti”, dirà papà Cervi.

“Maledetta la pietà, e maledetto chi dal cielo mi ha chiuso le orecchie e velati gli occhi, perchè io non capissi, e restassi vivo al vostro posto!”: Alcide Cervi ha affidato la sua storia di padre e di combattente per la libertà a un libro testimonianza: I miei sette figli.

Questo libro ci parla di un dolore immenso e inconsolabile di un padre, ma ci lascia anche la testimonianza di un uomo, di un monumento della resistenza italiana che ha combattuto per la libertà e ha cresciuto i suoi figli con quell’ideale. “Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l’ideale nella testa dell’uomo”: papà Cervi non si pentì di aver cresciuto i suoi figli educandoli alla libertà. Forse anche per questo è sopravvissuto ventisette anni ai suoi ragazzi, affinchè tutti potessero conoscere la loro storia.

“Difendo la memoria e insegno ai giovani. Questi sono i miei due ministeri. Ci ho messo tempo, a decidere, perché la storia della mia famiglia non è straordinaria, è la storia del popolo italiano combattente e forte“.