«Spene», diss’io, «è uno attender certo 
de la gloria futura, il qual produce 
grazia divina e precedente merto»

(Paradiso XXV, vv.67-69)

Il Canto venticinquesimo vede ancora Dante ospite del Cielo delle Stelle Fisse, in compagnia di Pietro e Beatrice ai quali si aggiungeranno altri due Apostoli, i fratelli Giacomo, detto il Maggiore, e Giovanni, il prediletto, colui che poté poggiare il capo sul petto del pellicano (v.113).

La parte centrale del canto è occupata dall’esame sulla speranza. Giacomo – che Dante confonde con l’autore della Lettera di san Giacomo ­– pone al poeta tre domande: cosa sia la speranza, quanta ne possieda e quale ne sia la fonte.

Alla seconda risponde Beatrice che previene il suo protetto e sostiene che egli spera più di ogni altro fedele: così facendo, evita a Dante di lodare se stesso, cosa che peraltro egli ha già fatto nell’incipit del canto, quando, colmo di autoconsapevolezza, si augura di ottenere l’incoronazione poetica a Firenze, nel Battistero di San Giovanni, laddove fu battezzato. Una ouverture che anticipa il tema del canto, proprio perché Dante, contro ogni evidenza, spera ancora di poter rientrare nella sua città natale, la stessa che, ingrata, lo ha esiliato.

Non mi attarderò sulle seconda delle due risposte che il viandante offre a san Giacomo: la fonte della sua speranza non può che essere nelle Sacre Scritture.

Sono invece affascinato dalla prima risposta del poeta che è collocata esattamente al centro del Canto e che egli mutua da una formula di Pietro Lombardo:

«Spene», diss’io, «è uno attender certo
de la gloria futura, il qual produce
grazia divina e precedente merto»

(Paradiso XXV, vv.67-69)

Speranza è un attender certo della futura beatitudine, generata in noi dalla grazia divina e dai meriti acquisiti.

Cancello tutto quello che segue le prime cinque parole. Vi trovo infatti affermazioni divisive e di complessa argomentazione: basti pensare al tema della relazione tra “merito” e “grazia”…

Mi interessa quel che tutti possiamo afferrare e condividere: speranza è un attender certo. Ancor di meno: speranza è attendere.

Il nostro caffè si chiude puntualmente con degli aforismi di autori noti e meno noti ed io ne conosco molti che, con toni sarcastici, fanno a pezzi la speranza. Nondimeno, della speranza affermo ciò ho già scritto della fede: un uomo e una donna che non sperano sono un uomo e una donna “diminuiti”. Punto.

San Pietro dice dei cristiani che devono sempre essere pronti a dare ragione della speranza che è in loro. Il che implica: che devono essere speranti, che si deve vedere la luce sui loro volti. E che devono essere pronti, in ogni circostanza, quale che essa sia, bella o brutta, a motivare la ragione della loro speranza. Sennò non sono cristiani.

Nel mio piccolo, ritengo che questo monito non valga solo per chi si reputa cristiano. Io credo valga per ogni uomo ed ogni donna, a prescindere dalla sua fede.

Ecco, parliamo di speranza e ritorniamo alla fede. Così sarà, nel prossimo canto, quello sull’esame della carità di Dante.

Mi piacerebbe poter chiedere ai sacerdoti quanti siano i fedeli che si interrogano sulla fede, si accusano di essere manchevoli quanto a carità, ma mai confessano di offendere la speranza, quasi che disperare fosse un male minore. In definitiva, temo siano davvero i pochi i “cristiani” consapevoli di peccare contro la speranza.

Eppure, fede, speranza e carità, prima che virtù teologali, sono attitudini di umanità.

Riuscite, voi, a immaginare un uomo che non spera più in niente, che nulla più attende e per nulla più si spende? Chiaro, si tratta di una domanda retorica. È evidente che tanti sono i disperati e tanti gli egoisti. Tanti gli scettici. Il punto è chiedersi quale cifra di umanità sia rimasta in persone che, per scelta o per costrizione, si sono ridotti a tanto o a tanto sono stati ridotti.

Chi è sperante?

Chi è teso nell’attesa. Chi è pro-teso. Chi non demorde. Chi è vigile. Chi scruta l’orizzonte. Chi cammina.  Chi accompagna. Chi si sbatte. Chi resiste. Chi sorride, vive, abita l’amore e crede. Perciò spera.

Pindaro: «Le speranze non sono che i sogni di coloro che sono svegli».

Romano Battaglia: «Tra un attimo e l’altro della vita c’è una speranza che attende un’altra speranza. In quel breve spazio abita spesso l’amore».

Simone de Beauvoir: «In tutte le lacrime indugia una speranza».


FontePhotocredits: Pixabya.com liberamente reinterpretata da Eich
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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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