– Potrebbe spiegarmi la differenza tra il tempo e leternità?
– Purtroppo è impossibile. Per la verità io ho abbastanza tempo per spiegare, ma a lei non basterebbe leternità per capire.
(Georg Christoph Lichtenberg)

Quando morì Giovanni Paolo II pensai d’istinto: “E ora? Rimaniamo soli? Che si fa?”  e corsi ad accucciarmi nel letto di mia madre.

Poi, almeno all’atto pratico, ho smesso di essere figlia a 27 anni, quando lei è andata via dal posto chiamato Qui.

Non era la “mia” prima morte importante: figlia unica di figli unici, quando muore la nonna, sta morendo la prima mamma e normalmente muore quando sei ancora troppo piccola… avevo 18 anni, come fosse ieri, scena per scena. Ma poi il nonno, e che nonno… avevo 20 anni.

Forse ironia della sorte, tutti e tre erano davanti a me mentre succedeva.

Solo papà mi ha risparmiata, perché ero lontana e non mi ha lasciato nemmeno il tempo di salire sul primo aereo: come tutte le sue cose, però, anche questa forse gli era venuta per salvarmi, ma è riuscito solo a lasciarmi dentro un rimorso profondo e muto di cui non penso potrò parlare mai davvero.

Ma dico tutto questo per sottolineare che sì, lo so proprio bene che si muore, so benissimo che si resta soli, so ancora meglio che si può restare senza nemmeno un’oncia vivente delle proprie origini.

E quindi? E quindi niente, per me e per la mia parte ingenua, piccola, figlia, icone di un certo tipo, in realtà, erano un prolungamento di ciò che mi era stato tolto.

Già con Piero Angela avevo provato smarrimento, che non si spiega, ma sono sicura sia chiarissimo da solo… ora la regina.

Come posso rendere comprensibile il fatto che adesso è netta la sensazione che anche l’infinito potrebbe finire? Ho la prova definitiva che erano morti nonna, nonno, mamma, papà: è morta Elisabetta, divento adulta, scopro che si muore. E si muore davvero.

Non siamo eterni e con Elisabetta è andata via quella parte di frivolo sogno, genuina utopia, consapevole illusione per cui una colonna, al di là di simpatie o antipatie, magari avrebbe potuto dirci il contrario.

God save the Queen.


FontePhotocredits: Foto di minka2507 da Pixabay
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Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.