«Fede è sustanza di cose sperate 
e argomento de le non parventi; 
e questa pare a me sua quiditate»

(Paradiso XXIV, vv.64-66)

Il canto ventiquattresimo è quello in cui Dante sostiene un vero e proprio esame di fede. Potremmo dire che è una sorta di manifesto del perfetto credente, almeno dal punto di vista della Chiesa di Roma.

In apertura, Beatrice si rivolge al coro dei beati, e segnatamente agli Apostoli, pregandoli di concedere al suo protetto una briciola della loro sapienza. Quindi, si rivolge espressamente a Pietro e gli chiede di mettere alla prova la fede di Dante: a Pietro, infatti, Cristo ha affidato i suoi seguaci ed è sempre Pietro che, fidando sulla parola di Gesù, è stato capace di camminare sulle acque.

L’esame a cui il poeta pellegrino è sottoposto è solo il primo dei tre relativi alle virtù teologali: nel venticinquesimo e ventiseiesimo canto sarà esaminato anche sulla speranza e sulla carità, rispettivamente da san Giacomo e san Giovanni.

Dante si sente come un baccelliere nel suo giorno di laurea e sa che non può fare esclusivo affidamento sulla sua capacità di “silogizzar”(v.77). Invoca l’aiuto della grazia divina, risponde degnamente alle insistenti domande del capo degli Apostoli e supera brillantemente la prova, sì che i Beati possono intonare il Te Deum laudamus e Pietro, esultante, può benedire la professione di fede del poeta.

E qui mi fermo. E qui mi interrogo.

Fede. Che parola è questa? Quanto è stata usata e abusata? Quanto è oggi fuori moda eppur ancor manipolata? Che cos’è un uomo senza fede e chi è l’uomo veramente credente?

Domande a getto continuo, come di sovente mi capita. Domande a cui, dentro di me, provo ad abbozzare risposte, il più delle volte non di senso compiuto.

Quel che penso, quel che credo, è che un uomo senza fede, in qualche misura, è “meno uomo”, ma che è davvero difficile distinguere un credente da chi non lo è. E non è certo mera questione di pubbliche affermazioni o di certificati di battesimo.

È credente chi ama. È credente chi spera. È credente chi ama a parole e fatti. È credente chi insegue ostinatamente una visione. È credente chi accoglie. È credente chi serve. È credente chi si consuma per il bene comune. È credente chi perdona e si perdona. È credente chi non serba rancore. È credente chi accende una luce. È credente chi non urla il buio. È credente chi pensa. È credente chi lotta. È credente chi è inquieto. È credente chi cerca. È credente chi non si rassegna. È credente chi non abbandona il campo. È credente chi si rialza. È credente chi non si lascia avvilire da chi avvilisce. È credente chi abbraccia. È credente chi accende una luce.

Questo credo sia un credente e molto altro ancora.

Maometto: «Nessuno di voi è un vero credente se non desidera per suo fratello ciò che desidera per se stesso».

Carlo Maria Martini: «Non domandiamoci se siamo credenti o non credenti, ma pensanti o non pensanti».

Nietzsche: «Io crederei all’esistenza del Salvatore se voi aveste una faccia da salvati».


FontePhotocredits: "Perla di luce", di Myriam Acca Massarelli
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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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