È il filosofo Giuseppe Savagnone che, mercoledì 24 febbraio, nella cattedrale di Andria, ha tenuto una relazione dal titolo “Nuovo prospettive per un umanesimo in Gesù Cristo”.

Parla a braccio per oltre un’ora e ammalia i presenti raccontando di una Chiesa in difficoltà perché arroccata su schemi stantii. È il filosofo Giuseppe Savagnone che, mercoledì 24 febbraio, nella cattedrale di Andria, ha tenuto una relazione dal titolo “Nuovo prospettive per un umanesimo in Gesù Cristo”.

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Prof. Savagnone, in che senso si può parlare di “nuove prospettive di umanesimo”? Beppe Vacca parla piuttosto di “emergenza antropologica”…

Dobbiamo essere onesti: direi che oggi è molto dubbio che possa esserci un nuovo umanesimo, perché è molto dubbio che ci sia ancora l’uomo. Oggi il vero problema non è se esiste Dio: è se esiste l’uomo. Non lo dico in senso polemico o apologetico. Lo dico perché lo dicono gli uomini e le donne del nostro tempo, intellettuali in particolare. Foucault sostiene che l’archeologia del pensiero dimostra che l’uomo ha un’origine recente e una fine probabilmente prossima. Agli occhi di simili pensatori, l’uomo è stata una parentesi.

Siamo forse al punto di arrivo di una parabola discendente che dal teocentrismo medioevale, all’antropocentrismo rinascimentale, alla dea ragione dell’Illuminismo e al sentimento romantico, ha visto succedere il nichilismo di Nietzsche?

Con Nietzsche l’uomo non è più al centro di niente. Noi abbiamo ormai al centro l’ambiente, la natura, l’ecologia. Abbiamo il centro “universo animale”, l’evoluzione delle specie viventi di Darwin. Abbiamo al centro la tecnica che, intendiamoci, non è l’uomo: dice acutamente Galimberti che oggi il problema non è di sapere che cosa l’uomo fa della tecnica, ma che cosa la tecnica fa dell’uomo. Perché la tecnica ci plasma, la tecnica ci controlla, ci domina. Non siamo più noi che usiamo la tecnica: la tecnica usa noi. E dobbiamo aggiungere che, da un punto di vista oggettivo, la teoria del gender si inserisce in questa crisi della natura umana, perché non c’è più una determinazione naturale normativa di quello che puoi fare della vita di un essere umano, anche nelle forme più intime, le più radicali, che sono quelle della sua sessualità. Questo è un modo per negare ancora una volta la natura umana. Non c’è più la natura umana: questo è quanto la cultura di oggi sostiene in vari modi. Nel mio libro Quel che resta dell’uomo io ho esaminato tutti questi fronti. D’altra parte, nel Convegno Ecclesiale Nazionale di Firenze non si è parlato di questo.

E di cosa si è parlato?

Di un problema che è più urgente ed è quello di come la Chiesa può affrontare questa deriva. In primo luogo, le “cinque vie” di Firenze (dell’uscire, annunciare, educare, abitare, trasfigurare, ndr) indicano una trasformazione radicale, dicono come il nostro essere Chiesa deve cambiare per proporre un nuovo umanesimo. A rigor di termini, non è in gioco il nuovo umanesimo come tale, ma un nuovo cristianesimo che sia capace di diventare umanesimo, che sia capace di annunciare un umanesimo. Perché allo stato attuale, per come sono per ora organizzate le nostre parrocchie, i nostri gruppi, noi non siamo in grado di proporre un nuovo umanesimo.

DSC_0667Potremmo dire che ci troviamo difronte a una Chiesa che si è smarrita?

È una Chiesa che ha smarrito l’uomo, una Chiesa dove l’umanità spesso è carente. Ma siccome il Dio cristiano è un Dio, ma è anche un uomo, se noi smarriamo l’uomo, smarriamo anche Dio. E questo è un grosso problema in chiave missionaria. Noi vediamo l’effetto che sta avendo papa Francesco: molti ambienti lontani dalla Chiesa hanno teso l’orecchio al suo messaggio perché hanno riscontrato le tracce di uno stile nuovo. L’umanesimo non può essere solo una teoria. Deve essere anche una proposta testimoniata col comportamento. Francesco sta cercando di farlo. La grande domanda è se la comunità cristiana nel suo insieme sia in grado di seguirne l’esempio o si stia limitando ad applaudirlo o a criticarlo, perché vi sono frange forti che lo accusano di stare a picconare la Chiesa…

Nello Scavo ha di recente pubblicato un libro che si intitola proprio I nemici del papa, lasciando intendere che essi non sono di certo tutti al di fuori della Chiesa…

Sì, in ambienti ecclesiali c’è anche una grande reazione allo stile introdotto da Francesco. In ogni caso, il vero problema è se si troverà qualcuno disposto a seguirlo. Il che è una cosa ben diversa sia dall’applaudirlo che dal condannarlo. Noi dobbiamo sperare che la Chiesa alla lunga risenta di questo grosso lavoro culturale, che il papa sta facendo, di forte rinnovamento di categorie, di mentalità, di approcci, cercando di educare il popolo di Dio. In fondo, il suo è uno sforzo educativo. Attraverso le cose che dice e che fa, i suoi gesti non sono mai fini a se stessi. Sono sempre volti a educare la gente.

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Sull’educazione vorrei fermarmi. Chi le parla è un docente e sa che, mentre lei stasera si rivolgerà per lo più ad adulti, per le stradine del centro storico, a due passi da noi, centinaia, forse migliaia di adolescenti resteranno invece fuori, ad annoiarsi o bere alcolici e fumare. Come raggiungerli? Come appassionarli? Per servirsi di un proverbio russo reso celebre da Solženicyn, come rivolgere loro una “parola di verità”?

Ricerca di senso. Io a Palermo ho messo su, otto anni fa, un gruppo che all’inizio era di una decina di persone, oggi è di un’ottantina di ragazzi. Sono per lo più universitari, ma ce ne sono anche alcuni degli ultimi anni di liceo. Quello che li accomuna tutti, credenti e non credenti, è la ricerca. Lunedì sera ci è venuto a trovare il nuovo arcivescovo, che è una persona molto intelligente e ha avuto piacere di conoscere questo gruppo. Io gli ho spiegato che alcuni erano anche non credenti, ma che venivano fedelmente, ogni lunedì, da anni, perché stavano facendo una ricerca. Molti sono credenti, ma anche ai credenti io chiedo una ricerca, perché la ricerca può unire credenti e non credenti. Sant’Agostino dice a Dio: fa che cercandoti io possa trovarti e avendoti trovato io possa cercarti ancora. Ecco, questa è una cosa che può ancora interessare i giovani, la ricerca di un senso della loro vita. Ci sono popolazioni europee che si stanno abituando a vivere senza un senso, però non sono le più felici, sono quelle che hanno migliori condizioni economiche, ma risulta che quanto a suicidi, quanto a infelicità, conoscono dei picchi, perché senza senso non si riesce a vivere. La mattina bisogna avere un motivo per alzarsi dal letto. E tutto sommato, nella carenza che c’è per ora, il cristianesimo può costituire per lo meno una possibile prospettiva. Non si tratta di imporre niente. Si tratta di dire: venite e vedete…

(Foto nell’articolo: Massimo Nicolamarino)

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Paolo Farina
La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...