Giustamente da più parti ed in diverse sedi non solo universitarie si sta dando una non comune rilevanza alla ricorrenza dei trecento anni della nascita di  Immanuel Kant, avvenuta il 22 aprile del 1724; e forse ciò  è dovuto al fatto che risuonano ancora pregnanti le sue analisi contenute in Per la pace perpetua, opera scritta nel 1795 e sollecitata dai particolari évenements extérieurs di natura più politica del suo tempo, tale da essere più volte  riproposta in quanto dono più maturo di una certa modernità, per usare delle espressioni di  Stephen Toulmin (Rileggere la nostra storia col dono agapico della complessità, 28 marzo 2024). In essa, infatti, c’è il tentativo più organico di dare concretezza allo stretto rapporto tra libertà, uguaglianza e fraternità, obiettivo di tale modernità che per varie ragioni è poi venuto meno, e di porre le basi di ‘unica comunità di destino’, come ha scritto recentemente Mauro Ceruti prima in Il tempo della complessità nel prendere in considerazione un’altra non meno importante opera kantiana del 1784 come Idea per una storia universale in prospettiva cosmopolitica (Milano-Udine, Mimesis 2015),  e poi in Il secolo della fraternità (La fraternità: un percorso che la rende un imperativo nel tempo della complessità, 21 marzo 2024).

Inoltre, non va poi dimenticato il fatto che Per la pace perpetua  fu non a caso  oggetto di interesse, col contribuire alla sua formazione, a Taranto di Aldo Moro negli anni liceali e poi di una attenta e lucida riflessione  subito dopo il secondo conflitto mondiale da parte di diverse figure come, ad esempio,  Norberto Bobbio e  altri da Piero Calamandrei a Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira che, com’è noto, contribuirono ad orientare la nostra stessa Costituzione.  In tale contesto si distinse Bruno Widmar (1913-1980) che la ripropose (Torino, Gheroni 1946) indirizzandola alle nuove generazioni dopo l’esperienza da partigiano nelle fila di Giustizia e Libertà, coll’intento di interrogarne il ‘progetto filosofico’, teso a porre le basi di una pace duratura tra paesi europei  per evitare ulteriori tragedie, e ritenuto ancora più cogente in seguito negli anni dell’insegnamento universitario presso l’Università del Salento (Bruno Widmar e la Scuola meridionale di epistemologia, 1 aprile 2021).

Ma per capire  le ragioni dell’attualità di tale opera kantiana e dello stesso intero impianto del percorso messo in atto nelle più note tre Critiche, può essere d’aiuto prendere come punto ermeneutico di riferimento un’espressione di Simone Weil che, grazie alla ‘passione pensante’ e la conseguente lucidità razionale che l’hanno costantemente caratterizzata, ha affermato ‘Kant ci conduce alla grazia’; chiaramente questa idea va contestualizzata nella sua non comune esperienza di vita e di pensiero, oggetto sempre di più di continue rivisitazioni critiche (cfr. J.-M. Perrin-G. Thibon, Simone Weil come l’abbiamo conosciuta, Milano-Udine, Mimesis 2022; R. Revello, Uno sguardo che salva. Weil, Florenskij, Corbin, Milano, Meltemi 2023 e alcuni suoi scritti in Attenzione e preghiera, a cura di M. Dotti, Milano, Meltemi 2024 e L’attesa della verità, a cura di S. Moser, Milano, Corriere della Sera 2021). Anche se i riferimenti a Kant sia nei quattro Quaderni, che come scrive Vito Mancuso sono ‘paragonabili per ricchezza e genialità  alle Ricerche filosofiche di Wittgenstein’, che in altri scritti non sono frequenti, con Platone è uno dei pensatori più amati e letti;  nella cultura francese della prima metà del ‘900  veniva approfondito nelle varie articolazioni etico-epistemologiche, tale da essere ben presente nell’insegnamento del suo maestro Alain, per poi occupare uno specifico spazio nell’unico anno da docente di filosofia da parte di Simone Weil presso i licei, caratterizzato  dal non tener conto dei programmi ministeriali e  dal fare immergere le allieve direttamente nei testi originali degli autori presi in considerazione per arrivare a ‘pensare’ in forma autonoma e irrobustirsi sul piano personale.

E nello stesso tempo, per comprendere meglio alcune delle ragioni per la quali il confronto critico col pensiero kantiano nel suo complesso possa portare ‘alla grazia’, è da tenere presente uno degli obiettivi di fondo del percorso di Simone Weil, che si è avvalso inoltre del confronto critico e a volte aspro con i cosiddetti ‘maestri del sospetto’ (Marx, Nietzsche e Freud); esso è teso, com’è più noto, a ‘pensare per vivere’ e non a ‘vivere per  pensare’, a vivere il reale nelle sue contraddizioni e ‘rugosità’ prima per poter conoscerlo sempre più in profondità e poi per avere una chance concreta per poterlo cambiare mettendo da parte in  modo definitivo posizioni unilaterali che affliggevano ai suoi occhi diverse figure del primo Novecento, anche in campo progressista. Avvertiva già  che esse  sfociano inevitabilmente in esiti di natura totalitaria, ritenute cause non secondarie  delle tragedie del primo Novecento, e sempre ancora in agguato e pronte ad incunearsi nelle menti poco avvezze a far fronte alla complessità dei fenomeni socio-economici e tecnologici, come in modo profetico viene evidenziato nel saggio del 1934 Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale e sugli scritti sulla Germania totalitaria; e i prodromi di tale avvertimento sono rintracciabili nel modo di vedere Kant che ai suoi occhi, proprio per l’impianto di fondo delle tre Critiche, è portatore di una visione incentrata strutturalmente sulla stretta connessione tra conoscenza, responsabilità e speranza, di una visione integrale che già gli Umanisti da Pico della Mirandola a Montaigne avevano intravisto come rimedio contro punti di vista di natura assoluta, per riprendere alcune indicazioni di Stephen Toulmin e Mauro Ceruti. Questa visione d’insieme Simone Weil  l’ha vista agire da lievito nascosto, tra gli altri, negli esprits creativi degli ‘amati’ Galois, Gauss, Riemann, Grassmann, Maxwell, Hamilton, molto citati nei Quaderni,  ed in questo particolarmente affascinata dalla loro ‘contemplazione operativa’, come l’ha chiamata Gilles Châtelet in un lavoro del 1993, nello scommettere su nuove verità  nell’essere dei ‘matematici con le ali’ a dirla con Henri Poincaré; tale fatto è stato messo in evidenza in questi ultimi tempi da diversi lavori di storia della scienza che a vari livelli hanno individuato la presenza dello spirito critico kantiano nel permettere ‘l’attesa’, altra idea portante del suo percorso, di nuovi risultati.

Come si evince dall’intero corpus degli scritti e soprattutto dall’esperienza di vita, tali dimensioni dell’uomo sono ritenute da Simone Weil inseparabili e compito del pensiero, nell’essere espressione delle ragioni della vita, è quello di renderle risorse insostituibili l’una per l’altra nel senso che se una viene isolata dall’altra perde consistenza col cadere in posizioni quali scientismo con le sue propaggini tecnicistiche, eticismo  con i suoi esiti di stampo totalitario e utopismo con idee velleitarie e fuorvianti dai problemi reali.  Con una idea presa a prestito dai lavori di Jean Petitot, si potrebbe dire che Simone Weil  ha preso atto da una parte di quella che viene chiamata ‘catastrofe razionale postkantiana’, avvenuta nel corso de primo Ottocento quando le più note filosofie  hanno reso tali dimensioni dell’umano ‘incommensurabili’ tra di loro, perdendo così di vista  lo spirito innovatore kantiano ed il senso stesso della cosiddetta rivoluzione copernicana; esse sono così regredite su posizioni antitetiche, ben colte come tali da figure come Schopenhauer  e Nietzsche che a loro volta hanno fatto tesoro della ‘grazia’  implicita nel percorso kantiano per riequilibrare il rapporto tra le ragioni della vita e quelle del pensiero.  E dall’altra,  ha cercato con tutte le sue forze sino all’ultima  opera, L’enracinement,   di combattere gli esiti distruttivi di tale ‘catastrofe’, verificatisi nel corso del primo Novecento, e da lei vissuta concretamente e non solo a livello di pensiero; l’intero suo percorso permette di capire perché ‘Kant conduce alla grazia’, in quanto è riuscito il pensatore tedesco ad evidenziare in sede teoretica, ma la vera teoresi per Simone Weil è figlia del più sano pensiero del reale, la necessità di  coniugare ad ogni livello il verbo ‘conoscere’ col verbo ‘dovere’ ed entrambi tali verbi col verbo ‘sperare’ che si presenta in tal modo più forte sul terreno operativo, come ad esempio  nel gettare le basi del ‘progetto filosofico’ per il piano della pace, oggi più che mai all’ordine del giorno.

E tale operazione va potenziata continuamente con nuove conoscenze da parte delle diverse scienze  in quanto, come dirà spesso nei suoi diversi scritti sulla scienza, a partire da quelle ‘sull’arte della matematica’ nel confronto col fratello André uno dei fondatori del gruppo Bourbaki,  in perfetto stile kantiano ‘più si conosce più si diventa responsabili’  nei confronti del reale con la possibilità concreta di cambiarlo in profondità e di l’enraciner, a partire da rinnovate strutture del pensiero  disinfettandolo da punti di vista unilaterali, oggi risorse indispensabili per affrontare le diverse sfide presenti nella nostra era, l’Antropocene, non a caso definito da più parti ‘periodo di riflessione’ per ‘la discontinuità che crea nell’intera storia naturale’, come scrive Mauro Ceruti in Il tempo della complessità.  E nelle pagine di L’Enracinement, opera che ha affascinato diverse figure  da Albert Camus, a Giovanni XXIII e Adriano Olivetti e continua ad affascinare per gli strumenti cognitivi ed esistenziali messi in campo, aleggia con diverse modalità, anche se in modo non tanto esplicito, lo spirito kantiano di Per la pace perpetua quando si insiste sui nuovi valori civili, morali e spirituali e soprattutto sui doveri che i popoli europei devono costruire insieme in una logica di cooperazione per evitare i plurisecolari conflitti del passato; ed aleggia soprattutto la necessità, frutto del continuo connettere conoscenza, responsabilità e speranza da parte di Simone Weil, di lavorare al kantiano ‘sommo intento, ovvero una universale condizione cosmopolitica’, su cui stanno convergendo i frutti più maturi del pensiero filosofico-scientifico odierno. Essa è ritenuta poi la ’nuova radice’ e la meta finale dell’umanità invitata a perseguirla come vero e proprio dono razionale da parte di una raison ouverte, nel senso avanzato da Gaston Bachelard, orientata in modo strutturale a cogliere le diverse nuances qualitative del reale. Il suo percorso, pertanto, è un continuo laboratorio dove le idee kantiane con le loro poste in gioco fanno da lievito nel permettere di gettare le basi di una vera e propria paideia, rivolta a ridefinire l’umano, a rieducarlo ad una nuova razionalità e a svegliarne le diverse potenzialità per non rimanere schiacciati dalle sirene del pensiero unico.

Pertanto non è un semplice ritorno a Kant quello che Simone Weil ci propone né tanto  di renderlo forzatamente nostro contemporaneo, ma quello di attraversarlo nello spirito originario che lo ha contraddistinto per rendercelo compagno di viaggio come esempio di una concreta connected wiew da costruire giorno per giorno, già intravista come una strategica risorsa in ogni campo ed oggi sempre più necessaria; in tal modo si hanno a disposizione più strumenti per combattere da una parte il ‘deserto del pensiero’, che sotto nuove vesti da più parti viene ancora distillato come un utile nettare, e dall’altra per irrobustire le nostre difese razionali che a volte di fronte alla complessità dei problemi che ci circondano vengono meno. Pensare con Kant attraverso Simone Weil significa, pertanto, non ‘mentire sul reale’ e la sua complessità, ma farsene carico in modo strutturale, adoperarsi per capirne le inevitabili contraddizioni che se ‘ben comprese’ nell’abitarle spronano ad andare avanti   ‘verso la convergenza’ nell’attivare ‘l’energia nell’umanità’, a dirla con Pierre Teilhard de Chardin; in tal modo si può convogliarla verso un fine in cui tutti possono essere attivi e coscienti protagonisti nel rimediare al fatto che sino ad ora abbiamo misconosciuto l’interdipendenza e la correlazione tra i fatti e tra i  fenomeni. Ed il pensiero, cioè noi, come dirà Michel Serres che si è abbeverato non a caso sia al percorso kantiano che a quello di Simone Weil, è invitato a riformarsi dalle fondamenta e a mettere in atto in ogni contesto quella che ha chiamato  ‘nuova analitica trascendentale delle interrelazioni’, un’altra non secondaria ‘grazia’, frutto anche del fatto che sia pure a fatica stiamo prendendo coscienza dei nostri strutturali limiti senza cadere nel buio della ragione.


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Mario Castellana, già docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo nonché direttore della Collana Internazionale "Pensée des sciences", Pensa Multimedia, Lecce; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.

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