In memoria di un grande che scelse di restare umile

Ci sono vari modi per ricordare una figura che sin dagli anni giovanili, navigando nelle acque sempre incerte della conoscenza, ha fatto suo e  messo in atto uno stile di pensiero libero e aperto a eventi  culturali di diversa provenienza che le ha permesso sempre di accompagnare con un sorriso pieno di umanità e di allegria ogni passo del percorso intrapreso e in grado di dialogare con chiunque; è il caso di Mario Quaranta (1936), venuto a mancare proprio in questi giorni, e chi per lunghi anni lo ha frequentato, come chi scrive, oltre ad avere usufruito della sua discreta  presenza e della costante attenzione, non può non dimenticarne soprattutto la voce squillante,  serena e insieme ogni volta foriera di qualche nuovo progetto.  Nello stesso tempo tutto questo era indice di una passione di fondo per lo scibile dovunque esso si annidava, fatto che lo ha sempre accompagnato e che spiega il suo modo di essere stato  umile, gioviale,  disponibile, pieno ancora di entusiasmo giovanile in ogni occasione, che a volte lasciava perplessi,  ma trainante verso nuovi traguardi come del resto negli stessi ultimi tempi caratterizzati da altri territori da esplorare e avventure di tipo editoriale.

Fiero docente di Filosofia nei Licei  per scelta per tutta la sua vita, Mario Quaranta è stato un assiduo collaboratore di Ludovico Geymonat, il primo docente italiano ad avere avuto sul finire degli anni ‘50  presso l’Università di Milano l’insegnamento di ‘Filosofia della scienza’ e ad aprire un capitolo non secondario del pensiero italiano del secondo Novecento col formare una folta schiera di ricercatori nel campo della logica,  dell’epistemologia e della storia delle scienze, diventate in questi ultimi tempi discipline organiche in diverse Facoltà sia scientifiche che umanistiche;  e con altri giovani studiosi della sua scuola che poi hanno aperto ulteriori e significativi campi di ricerca, ha partecipato alla monumentale opera Storia del pensiero filosofico e scientifico (1970-1976), impresa che rimane ancora  un punto di riferimento per aver delineato un vera e propria svolta negli studi filosofici, insieme storiografica e teoretica, e  basata in maniera organica sullo stretto rapporto fra filosofia e scienze, oggi un fatto imprescindibile, con dei capitoli dedicati alla storia della filosofia italiana soprattutto quella tra Ottocento e Novecento.

Ma ciò che più ha caratterizzato il percorso di Quaranta, sempre sulla scia di quello che è stato tout court un engagement ad ampio raggio da parte di Geymonat  e rivolto a gettare le basi di una diversa politica culturale dopo l’egemonia neoidealistica, è stato  il costante contributo, comune a pochi altri, dato alla formazione dei più giovani che si avventuravano, sul finire degli anni ’60, in quello che  un giovane filosofo della scienza francese Jean Cavaillès (1904-1944), fucilato dai nazisti come esponente attivo nelle fila della Resistenza, chiamava  ‘ingrato paese della filosofia della scienza’; ‘ingrato paese’ non solo perché si prendeva atto che in tale ambito si era ancora in pochi, ma perché imponeva un diverso modo di concepire la riflessione filosofica con la creazione stessa di una nuova figura di filosofo che, spogliatosi dei suoi assoluti di tradizione cartesiana e idealistica, doveva essere più in grado di dialogare strettamente col senso storico-teoretico delle verità scientifiche e col ricavarne soprattutto rigorose indicazioni morali da mettere in pratica di fronte ai problemi reali da cui un uomo di pensiero non può fuggire. Quella di Cavaillès, come è stata definita da un altro ‘resistente’ come Georges Canguilhem, è stata una non comune ‘resistenza grazie al pensiero matematico’ che gli imponeva di combattere una visione del mondo totalitaria e soprattutto antiumanistica.

Non è dunque un caso se soprattutto in Francia, come ha denunciato lo stesso Canguilhem negli anni ’80, molti filosofi anche famosi si ritirarono nei loro rifugi ‘conservando il cervello per il dopo’, mentre quei  pochi ‘filosofi della scienza’, come anche Albert Lautman ed Hèlène Metzger ad esempio, si impegnarono nel loro presente, furono attivi ‘militanti e testimoni della ragione scientifica’ col sacrificio della propria vita, come pochi anche in Italia fra i quali lo stesso Geymonat, Eugenio Colorni e Giulio Preti. Quaranta, concentrando  i suoi studi su quei periodi della cultura in cui i rapporti tra scienza e filosofia erano di base e strutturali, ha individuato tale nesso e cioè il nesso stretto tra scienza-epistemologia-politica, oggi questo un campo di ricerca  portato avanti per lo più da più giovani ricercatori; e è non dunque un caso se ha scelto come ambito delle  ricerche storiografiche il vasto e a volte contraddittorio movimento positivista francese  con approfonditi studi su Auguste Comte e quello italiano, e lo ha fatto tenendo presente questo dato del resto già presente nel giovane  Geymonat che a sua volta studiò il positivismo, sia quello classico francese che il neopositivismo logico  diventato poi uno dei filoni più importanti del Novecento, sino alla scelta antifascista come partigiano grazie anche alla lezione del suo maestro Piero  Martinetti, uno dei pochi professori universitari a non firmare nel 1931 l’adesione al regime.

Attraverso poi un percorso autonomo, il ricco lavoro storiografico condotto è stato un suo modo concreto di  rompere con l’allora predominante tradizione neoidealistica che si imperniava proprio sulla distinzione netta tra scienza e filosofia;  ma Mario Quaranta ha avuto il fiuto non comune di trovare in biblioteche pubbliche e private, in scantinati, in vecchie librerie e baracche di vendita di libri opere edite, completamente dimenticate, e inedite, epistolari, fascicoli di riviste quasi ignote e magari apparse solo per qualche numero, ricco materiale che poi hanno costretto storici della filosofia italiana, non solo di matrice neoidealistica, a riscriverne i diversi percorsi. Tutto questo è stato inserito in una griglia storico-metodologica, che gli ha permesso di rileggere  un periodo del panorama italiano che va grosso modo dal 1850 alla prima metà del Novecento, di analizzarlo minuziosamente con scrupolo filologico e di ripubblicare in parte opere ed epistolari di alcune figure proprio con l’obiettivo primario di far vederne la ricchezza concettuale e nello stesso tempo la  piena dimensione europea in quanto erano ben inserite nei dibattiti scientifici più avanzati del loro tempo dalla psicologia alla biologia, dall’antropologia alla sociologia; oggi la storiografia più aggiornata a livello internazionale chiama queste figure  ‘scienziati-filosofi’, ‘filosofi-scienziati’ o ‘filosofi della scienza’ per aver arricchito di nuovi strumenti la letteratura epistemologica, ma che la storiografia di matrice neoidealistica aveva messo da parte in quanto considerate dei ‘dilettanti’, ‘non filosofi’ solo perché si erano confrontati con i dibattiti scientifici in corso e con le cosiddette nascenti ‘scienze umane’ che certamente non godevano ancora di uno statuto epistemico ben definito, ma a cui hanno dato dei significativi contributi.

Tra le figure più studiate a lungo in primis   c’è quella di Giovanni Vailati   con la curatela critica dell’Opera omnia(1987), poi quella di Giulio Cesare Ferrari con un lavoro dal titolo I mondi di Giulio Cesare Ferrari. Psicologia, psichiatria, filosofia (2006) col dirigere ‘l’Istituto G. C. Ferrari per la Psicologia’. Dopo aver collaborato con Franco Volpi al ‘Dizionario delle opere filosofiche’,  Quaranta ha preso in esame altre figure  come ad esempio Eugenio Colorni ed Eugenio Curiel oltre a quella dello stesso Geymonat, di cui ha curato diverse riedizioni critiche di saggi e scritti, insieme con l’interesse verso riviste, diciamo così di contorno, come Analisi,  Sigmae Methodos, riviste che nacquero nell’immediato secondo dopoguerra che accompagnarono l’engagement anti-idealistico di Banfi, di Preti, di Bobbio, dello stesso Geymonat e di altri. Fra le sue ultime opere sono da segnalare Scienza ed etica nella filosofia del Novecento (2003), Il positivismo  e la sua eclissi (2008), Voci del Novecento tra filosofi e scienziati(2008),Scienza e filosofia nel Novecento(2012),  Comte epistemologo (2012), Cultura e politica del Novecento (2014), Positivismo e modernità (2014), La discussione filosofica nelle riviste del Novecento (1900-1970)(2015), Un secolo di filosofiaattraverso i congressi della S.F.I. (2016 con Gaspare Polizzi), La tradizione della ragione nella filosofia italiana del Novecento (2012), Noberto Bobbio: un ‘illuminista pessimista’ (2018) e Le ragioni delpensiero. Filosofi italiani del ‘900 (2019).

Oltre a ricordare la sua instancabile attività di giornalista pubblicista con la fondazione e direzione di varie riviste, è da sottolineare il non secondario l’impegno profuso costantemente nell’ambito didattico e nella stessa  didattica della filosofia, sempre con l’obiettivo politico-culturale di un reale superamento del conflitto tra le ‘due culture’, quella umanistica e quella scientifica, ancora presente nelle istituzioni scolastiche ed universitarie, come si evince da Nuovi paradigmi nell’educazione in una società globale (2006) e Da Casati a Google. La scuola tra storia e attualità (2012) e con la stessa direzione della rivista ‘Insegnare filosofia, oggi’. In tutti i suoi lavori, Mario Quaranta non ha scisso mai il lavoro storiografico dall’obiettivo di una riforma dell’insegnamento, ma soprattutto ha lavorato per una ragione aperta alle istanze più innovative del pensiero scientifico attraverso la presa in carico a livello più propriamente teoretico della sua intrinseca dimensione storica, che è poi il lascito più duraturo anche se meno praticato del pensiero filosofico italiano dell’intero Novecento, avanzato già nei primi anni del secolo da quella figura di ‘matematico-filosofo’ che fu Federigo Enriques e poi proseguito da Ludovico Geymonat e dalla sua scuola.

Ma ciò che Mario Quaranta ci lascia in eredità, oltre a questa grossa produzione scientifica e all’orientamento di impianto neo-razionalista in grado di metabolizzare più di altri la stessa metodologia del pensiero complesso, è il sorriso di un pensiero libero scaturito da una forte passione per le ragioni del reale con la coscienza che non ci sono percorsi  in grado di esaurirne le polivalenti logiche e anzi di tramutarle in risorse cognitive ed esistenziali; a chi lo ha conosciuto ha regalato  questo atteggiamento non rinunciatario tenuto sino agli ultimi giorni di vita.


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Mario Castellana
Mario Castellana, già docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo nonché direttore della Collana Internazionale "Pensée des sciences", Pensa Multimedia, Lecce; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.