«Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto»

(Nazim Hikmet)

«Ti sembra che il tempo scorra sempre più velocemente se guardi all’indietro. Ma prova a guardare in avanti: vedrai che il tempo futuro ti sembra lunghissimo»: caro lettore, adorata lettrice, sono queste le parole che mi ha rivolto un amico, in uno di quei dibattiti pseudofilosofici che appaiono più veritieri quando sono animati da un buon bicchiere di vino rosso.

Ho pensato a lui, che in realtà era ed è ben sobrio, quando ho visto la foto che accompagna quest’articolo: due mani saldamente intrecciate, quella di una madre che vive la sua lenta, lentissima, agonia; quella di una figlia avvinghiata ad ogni istante vissuto assieme, come fosse eterno, l’unico, l’ultimo, l’assoluto.

Allora ho riflettuto e mi son sentito di dar torto a Oscar Wilde. Non è vero che: «La vita non è altro che un brutto quarto d’ora, composto da attimi squisiti». La vita è molto di più. È gioia e dolori, preoccupazione e dedizione, ansia e speranza. E la sua durata dipende da quanto investiamo nell’arte più dura di tutte (e qui viva Wilde!): l’arte di essere vivi e non solo di sopravvivere. L’arte di amare ora e attraverso ogni giorno, di essere «felice per questo momento», perché: «questo momento è la tua vita» (Omar Khayyam).

Sì, è vero, a mano a mano che gli anni avanzano, abbiamo tutti la sensazione che il tempo ci sfugga e c’è peraltro una ragione matematica in questa percezione: un anno per un bambino che soffia sulla sua prima candelina è il cento per cento della sua vita; un anno per un cinquantenne è un cinquantesimo della sua storia. Per dirla con Aurélien Scholl: «È terribile: dai quarant’anni in là, gli anni non hanno che sei mesi; dai sessant’anni in poi non hanno che sei settimane».

Ciò nonostante, ritengo abbia ragione Abraham Lincoln: «Non sono gli anni che contano nella vita, è la vita che metti in quegli anni». Abbiamo ancora tanto da scoprire, tanto da vivere. Quale che sia la nostra età e quale che sia la nostra sofferenza. Purché ci sia una passione.

Purché ci sia la cura dell’attimo, la capacità di rispondere, quella di scegliere le proprie azioni, di ascoltare ogni battito, di benedire il tempo «gli istanti, i millimetri, e le ombre delle piccole cose» (Fernando Pessoa).

Le nostre mani torneranno a stringersi. Il più bello dei mari è ancora da navigare. Il caffè più buono è ancora quello che berremo insieme.

Qualcuno che ne capiva diceva: basterebbe restare come bambini. E il Piccolo Principe ce lo ha ricordato: «È il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha reso la tua rosa così importante».

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Paolo Farina
La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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