Un’autentica presenza sa esercitare l’assenza

Fare uno, due passi indietro non è facile. Non mi riferisco alle parole del conduttore di Sanremo, ma ad una questione più profonda: il presenzialismo relazionale. Si tratta dell’altra faccia dell’assenteismo, come incapacità di coltivare legami, ed è ugualmente deleteria.

Prae-sum, cioè “sono innanzi”: la presenza è imponente e rassicurante, mentre l’assenza facilmente pregiudica le cose: un bambino privato, per varie ragioni, della presenza genitoriale; una tavola sulla quale il cibo è assente, per povertà reale o per pochezza scelta; un giorno senza sorriso, per stupido orgoglio o per serio, purissimo dolore.

Ma ci sono anche presenze dannose, ingombranti: non saper fare silenzio al momento opportuno; non riuscire a lasciare l’altro libero di essere se stesso, di avanzare dubbi, di pensare; non poter fare a meno di tenerlo legato al nostro ego. Magari perché la sua presenza non è più solo vitale (com’è normale quando ci si ama), ma è addirittura diventata cibo quotidiano nella fame smodata, malata di approvazione e sicurezza. O magari perché ha visto la parte peggiore di noi ed è abbastanza pericoloso che se ne vada in giro, sguinzagliato dal nostro controllo.

Queste non sono relazioni, ma idolatrie relazionali, svelate dai moralismi che all’occorrenza vengono tirati fuori per suscitare i sensi di colpa e riportare l’altro sotto il nostro manto: l’amore, la fratellanza, la fede, il perdono, i gesti, la presenza dovuta “dopo tutto quello che ho fatto”. La verità è che quando queste parole diventano armi ricattatorie, è il segno che chi abbiamo di fronte può arrivare a dominarci completamente; è il segno che, in quel caso, una sana assenza è doverosa.

Non è facile scomparire: ci vuole anzitutto la forza di credere che l’amore è qualcosa di esigente, non una sdolcinatura a buon mercato. Nell’amore ciò che uno fa per l’altro è evidente e silente, senza bisogno di promemoria, di post-it cartacei ricapitolativi, o di post social nei quali “gli altri” sono sempre i cattivi, gli ipocriti, gli incoerenti.

Quando in una relazione arriva il tempo della distanza, significa che arriva anche il tempo del silenzio e della riflessione autocritica, propedeutici e vitali per un eventuale riavvicinamento. Inveire e provocare, come il bambino viziato cui è stato tolto uno dei mille giocattoli, non fa che allargare la distanza, virando verso l’ovvia dimenticanza. Senza contare che certe reazioni fanno spontaneamente dubitare proprio dell’amore così sbandierato.

C’è un momento particolare nel ciclo quotidiano del sole, ed è il suo tramonto. È una fase lenta, preparata da una luce calda e accecante, che poi rapidamente cede il passo a mille sfumature diverse, capaci di trasformare qualsiasi scorcio in un dipinto mozzafiato. Il sole sa di essere essenziale per la vita, eppure non teme di lasciare spazio allo scintillio delicato delle stelle, al buio, all’ombra.

Un’autentica presenza sa esercitare l’assenza. L’amore è una tensione continua tra la concretezza di gesti dovuti, vitali, mediante i quali ci si rende presenti e disponibili, e l’arte di scomparire affinché l’altro si esprima e sia. Dalle piccole alle grandi questioni, dalle circostanze ufficiali a quelle più ordinarie.

Che il “piccolo”, l’“invisibile” di ogni giorno rivelino l’amore di cui tanto chiacchieriamo, la cui autenticità è data proprio dalla rinuncia all’onnipresenza e all’onnipotenza. Perché una grandezza smodata e soffocante rimpicciolisce drammaticamente chi ci è accanto. Mentre il sole, tramontando, rimpicciolendo in primis se stesso, insegna che solo la bellezza effusa e diffusa ci restituisce in forma rinnovata quella grandezza cui, nell’arte di scomparire, abbiamo coraggiosamente rinunciato.

Controsenso: usi e abusi delle parole quotidiane

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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.

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