«Sanremo anche no, ma Tiziano è un’altra cosa»

(Loredana D’Anna)

Un messaggio su whatsapp, come altri mille, con un profumo antico però, che solo io potevo conoscere.

E allora non potevo non fidarmi, proprio io che non mi fido di nessuno (quasi); ho cercato su YouTube ed ho scoperto Tiziano Ferro che, nientepopodimenoche, cantava Mia Martini.

Mia Martini? Almeno tu nell’universo???

Mio Dio… Mio Dio niente, cosa ne sapevo io, prima del play? Cosa? Ma niente! Continuamente e scioccamente niente.

Un pezzo musicale che è un diamante in mezzo al cuore e che conosco a memoria dacché esisto, la qual cosa, scopro, gli ha tolto tutto. Non avevo anni, praticamente, quando già lo cantavo sotto la doccia e di certo non avevo quelli giusti per capirlo. Sapevo come dato assunto che la maestria di Mia Martini era e sarebbe rimasta ineguagliabile, punto.

Bene, con questa idea e sulla scorta del messaggio su whatsapp  il play, quindi a metà fra il leone e la pecora.

Stona, stona tremendamente, è profondamente comprensibile. Qualcosa di dannatamente vicino all’orecchio assoluto rovina spessissimo ciò che ad un orecchio classico sembra accettabile, ma non importa, Tiziano Ferro continua. E ad un certo punto fa spallucce: “sai, la gente è sola, come può lei si consola … per non far sì che la mia mente, si perda in congetture, in paure, inutilmente e poi per niente

Oddio, io non avevo mai colto niente: ha fatto spallucce. Non avertene a male, la gente non è necessariamente malvagia, la gente è sola, come può lei si consola.

E la mente, le congetture, le paure.

Sai, la gente è matta, forse troppo insoddisfatta, segue il mondo ciecamente, quando la moda cambia, lei pure cambia.

E così, tutto d’un fiato, musicalmente malriuscito com’era giusto che fosse, emotivamente incancellabile.

Ha finito per piangere, non ce l’ha fatta a portare a termine l’impresa, ha abbracciato Amadeus ed a microfono ancora aperto ha detto: “Che palle! Che palle! Ho rovinato tutto!”, senza sapere che aveva restituito ad un pezzo divino e lontano, tutta l’umanità che gli serviva per essere acquisito dal mondo terreno.

Per un cantante questa è un’operazione a cuore aperto, si è giustificato. È un pezzo che Lauzi ha scritto perché fosse declinato solo per una voce femminile, suonava indicativamente.

Tizià, lascia perdere, ti do una notizia, che è l’anagramma del tuo nome: ti voglio bene.

Mentre ti lasciavi operare a cuore aperto, con quel colpo di spalle, il cuore lo hai aperto a me.

E chi se ne infischia della performance: hai scoperchiato quel benedetto vaso di Pandora che, sul serio, prima di mettere fuori la speranza, può svendere qualsiasi cosa ti venga in mente oggi.

Oggi, ho detto oggi, sottolineo oggi, rileggo e sottoscrivo: oggi.

La speranza Tizià: è lì, sepolta sotto tonnellate di immondizia. E tu che fai? Così, dal palco dell’Ariston, da me detestato ed ignorato, quel posto per certi versi anche offensivo, che fai? La prendi e me la porgi. Mentre pensi di aver fallito.

Sempre, sono sempre i fallimenti sentiti che celano le più grandi vittorie: lasciati abbracciare, fino a passare dall’altro lato, fratello.

Che di abbracci così ce ne sono assai e sono troppo finti, sono troppo sporchi.

Lasciati abbracciare con tutto lo slancio di cui sono capace. Ancora una volta, forte e chiaro: Tizià, ti voglio bene!!!

Acca.

Vedi Tiziano Ferro che canta Mia a Sanremo

 

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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.