Per l’esule fiorentino, solo Dio appaga la nostra sete di felicità

Per l’esule fiorentino, solo Dio appaga la nostra sete di felicità

Abbiamo visto che per Dante non c’è felicità senza desiderio; l’anima, che naturalmente desidera, «mai non posa» fino a quando non ha trovato ciò che l‘appaga. In questo “esercizio del desiderare” essa, nella sua libertà, può anche rivolgersi verso qualcosa che solo apparentemente e momentaneamente è in grado di «quietare» l’uomo. Solamente in Paradiso, lì dove l’uomo gode della visione di Dio, vi è il totale appagamento del desiderio e, quindi, la felicità.

Dopo aver varcato la soglia di quel regno lì dove «la gloria di colui che tutto move / per l’universo penetra, e risplende» (Par. I, vv.1-2.), e dopo essere arrivato al cielo della Luna, Dante incontra la prima anima beata, ovvero Piccarda Donati. Incuriosito dal suo essere confinata al primo cielo, più lontano dal «punto» di luce che è Dio, il pellegrino le chiede:

«ma dimmi: voi che siete qui felici,

desiderate voi più alto loco

per più vedere e più farvi amici>>?

Il pellegrino è preso da un dubbio: è possibile che un’anima felice possa desiderare un di «più» come già l’uomo descritto nel Convivio? Evidentemente no, altrimenti non ci sarebbe felicità. Ed ecco la puntale risposta di Piccarda:

«Frate, la nostra volontà

quieta virtù di carità, che fa volerne

sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta» (Par. III, vv. 69-71).

La volontà dei beati è quietata dalla carità, ovvero dall’amore di Dio che, essendo perfetto, basta a se stesso e non lascia spazio a mancanze. Il linguaggio del desideriohttp://www.odysseo.it/quando-leggemmo-dante-lamore-e-la-letteratura-seconda-parte/ risuonato già nella metafora della sete («d’altro non ci asseta») ritorna nei versi successivi:

«Se disiassimo esser più superne,

foran discorsi li nostri disiri

dal voler di colui che qui ne cerne.

(…)

Anzi è formale ad esto beato esse

tenersi dentro a la divina voglia

per ch’una fansi nostre voglie stesse».

Se i beati del primo cielo desiderassero essere più sopra, più vicini all’Empireo, il loro desiderio sarebbe discorde e non aderente alla volontà di Dio; il Paradiso, invece, si distingue proprio per volontà dei beati di farsi tutt’una con quella di Dio, unico e perfetto amore che rende l’uomo felice.

Tutto il paradiso dantesco è permeato dal discorso del desiderio appagato, fino alla sua più alta celebrazione, nella terzina che apre il canto XXIV:

«O sodalizio eletto a la gran cena

del benedetto Agnello, il qual vi ciba

sì, che la vostra voglia è sempre piena»

Cristo, Agnello immolato, sazia perfettamente ogni fame che è, dunque, sempre appagata. Quasi al termine del viaggio, anche Dante potrà dirsi finalmente felice, non senza aver ricordato, ancora una volta, il nome di colei che l’ha condotto alla «verace luce»:

«Ahi quanto ne la mente mi commossi,

quando mi volsi per veder Beatrice,

per non poter veder, benché io fossi

presso di lei, e nel mondo felice!» (Par XXV, vv. 136-9).