Che cosa faresti tu, o morte, se avessi un figlio e morisse?

“La vita non tolta, ma trasformata;

e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno,
viene preparata un’abitazione eterna nel cielo.

(Praefatio defunctorum

Le pagine dei giornali e i giornalisti dei telegiornali ogni giorno fanno scorrere davanti agli occhi di tutti la morte di persone uccise o suicide.

La morte ormai è divenuto un tema all’ordine del giorno.

Alcuni studiosi constatano che il mondo, oltre alle tragedie quotidiane, è immerso in una cultura della morte, che porta ansia piuttosto che speranza, rassegnazione e desolazione anziché coraggio e voglia di vivere.

Il tema della morte è un tema forte, misterioso e difficile, ma sicuramente da affrontare.

Il naufragio della vita, qual è la morte, non è un argomento da rimandare il più possibile perché fa paura o genera tristezza, ma da tenere sempre presente per non perdere tempo nella vita dietro ciò che non è essenziale.

In un suo articolo, all’indomani della morte di Simoncelli, lo scrittore Alessandro D’Avenia offre questa riflessione ai suoi studenti: “Il vero dramma non é quello della morte, ma quello dell’ingiustizia della vita, se non è eterna. I giovani non ce l’hanno con la morte, ma con l’ingiustizia della vita se finisce qui e così”.

Questa considerazione del professore siciliano rimanda necessariamente alla domanda sul senso: ma la vita è un vagare insensato verso una morte certa o qualcosa di più? E la morte è un cadere nell’oblio per sempre o fare un salto in un’altra dimensione, in un’altra direzione?

Tante possono essere le domande che scaturiscono dal cuore dell’uomo, qualora questi si trovi dinanzi alla morte di qualcuno, ma poche (o forse nessuna) trovano una risposta certa ed esaustiva.

Fatto sta che la morte ha in sé un mistero, che l’uomo non può conoscere pure sforzandosi, pure arrabbiandosi.

A che serve impegnarsi se poi tutto finisce così?

Tutti covano questo pensiero, ma contemporaneamente alcuni sono salvati da un altro, più profondo e meno emotivo: la morte è un fatto della vita, non un’ingiustizia.

Se la morte è considerata un passaggio e non la fine, in my end is my beginning (nella mia fine c’è il mio inizio) – direbbe Eliot. Ma allo stesso tempo è anche importante non perdere la vita.

La morte incalza, sfida a sconfiggerla amando, perché l’amore è l’unica forza forte come la morte che può superarla. Solo amando la morte, quest’ultima diventa «nostra sora», come la definì un innamorato della Vita.

Si potrà obbiettare: tutto bello quanto detto, eppure però la morte continua ad avere l’ultima parola su di noi, almeno nella realtà visibile, continua a essere un traguardo, una meta che ci attende.

Un poeta romeno, Grigore Vieru, scriveva: “Non ho niente contro di te, morte, non riesco neppure a odiarti. Come vivresti e cosa faresti se tu avessi una madre o un figlio ed essi morissero? Non ho paura di te, anzi, ti compiango profondamente perché non avesti mai una madre né un figlio”.

Infatti, la morte, simbolo supremo di infelicità, non conosce la bellezza e le meraviglie dell’amore: non ha madre né figli e, quindi, senza imbarazzo, elimina madri e figli, ma ignora cosa significhi poter amare una madre o un figlio.

Dall’altro canto, però, morire è uno spogliarsi di veli, di pesi, di fogliami che celano l’altra faccia della vita che sta al di là di quella che noi vediamo con segni transitori e caduchi. C’è, dunque, un’epifania che ci attende quando saremo su quella soglia estrema.

Cantava un’altra poetessa, Margherita Guidacci:

«Quanto di te sopravvive

è in altro luogo, misterioso,

ed ormai reca un nome nuovo

che solo Dio conosce»

… e che solo in quell’istante ci sarà svelato.